Non è un caso se le azioni Generali sono state le uniche a salire dopo che l’assemblea di Mediobanca ha bocciato l’ops su Banca Generali. Giovedì 21 il titolo della compagnia assicurativa aveva guadagnato un timido - ma simbolico - 0,3%, mentre quelli di Piazzetta Cuccia e della controllata del Leone avevano perso l’1,4% e il 2,9%. Gli occhi del mercato insomma si sono spostati subito sul futuro assetto delle Generali. Il ceo Philippe Donnet (al quarto mandato) e il presidente Andrea Sironi (al secondo) sono espressione della lista di Piazzetta Cuccia, primo socio con il 13,2%. Ma in caso di successo dell’ops lanciata da Mps su Mediobanca è molto probabile un cambio al vertice.
Anche il futuro della joint venture con Natixis (asset manager del polo bancario francese Bpce) è sempre più in bilico. Donnet vorrebbe creare il primo gestore europeo per ricavi (4,1 miliardi) e il secondo per masse dopo Amundi (della francese Crédit Agricole) con 1.900 miliardi. L’operazione era già stata contestata dai soci Francesco Gaetano Caltagirone (6,9%) e dalla Delfin (10%) guidata da Francesco Milleri, a loro volta azionisti di Mediobanca con il 9,9% e il 19,8% e di Mps con il 9,9% e il 9,8%.
Senza dimenticare la contrarietà del governo, che con il golden power avrebbe potuto fermare il progetto di Donnet, accusato di consegnare i risparmi italiani in mani francesi. Ora il fallimento dell’ops su Banca Generali sembra aver messo una pietra tombale sul progetto e questo anche se il Leone, in borsa e nei numeri, ha mostrato forza e solidità grazie all’opera del management in carica.
L’ambizione di Caltagirone e di Delfin per Generali è tutt’altra. Punta a realizzare il sogno di Leonardo Del Vecchio, che considerava la compagnia triestina come un asset da mettere al servizio della crescita del sistema imprenditoriale del Paese. Il fondatore di Luxottica ha più volte criticato i vertici del Leone per la poca incisività nelle operazioni di m&a e per non aver tenuto il passo con la rivale francese Axa e la tedesca Allianz.
Generali in realtà ha messo a segno una serie di acquisizioni di peso, come quelle di Liberty Seguros in Spagna e di Conning negli Usa, e anche il titolo viaggia vicino ai 35 euro, a un passo dal massimo storico. Sull’andamento in borsa ha inciso l’appeal speculativo del risiko, ma la cavalcata (+46% nell’ultimo anno) si basa inoltre sui solidi bilanci della compagnia, che ha chiuso il primo semestre con un utile netto di 2,23 miliardi (+10%).
Dopo i conti, inoltre, il management ha ribadito che il m&a andrà avanti ma con un approccio rigoroso. Fattori che hanno spinto Equita ad alzare il target price a 33 euro (+3%) confermando il rating hold. Per gli analisti della sim «il titolo tratta in linea con la nostra valutazione fondamentale, con un profilo rischio/rendimento bilanciato. Generali scambia sostanzialmente allineata con il settore e riconosce una remunerazione analoga (yield del 5% circa)».
Per Banca Generali è arrivato invece il momento di portare avanti il progetto stand alone. Accantonato per adesso il proposito di Mediobanca di creare un campione del wealth management con 210 miliardi di attivi in gestione, «ci aspettiamo che la società annunci a breve la presentazione del piano industriale 2025-2028», scrive Ubs, «inclusi ulteriori dettagli sui nuovi accordi di partnership con Generali».
Secondo Equita le azioni «sono state penalizzate dal venir meno dell’offerta di Mediobanca e dal calo dell’appeal speculativo». Il futuro in borsa però è tutto da scrivere. Venerdì 22 il titolo è già rimbalzato e ha chiuso la seduta a 51,25 euro (+3,5%). «A nostro avviso», aggiungono gli analisti della sim, «il mercato ha in gran parte scontato la notizia, riportando le quotazioni vicino ai livelli di metà giugno, quando era stato annunciato il rinvio dell’assemblea».
A oggi Banca Generali tratta a un rapporto prezzo-utili adjusted stimato al 2026 di 14,5 volte, che si confronta con una media storica di 13, con un dividend yield del 5,6%. Valori, precisa Equita, «non distanti dalla nostra valutazione fondamentale» e che comportano un target price di 51 euro e un rating hold.
Anche il titolo Mediobanca è rimbalzato perché venerdì 22 le azioni hanno chiuso a 21,51 euro (+2,5%). Equita gli assegna rating buy con un target price di 24 euro, mentre il Centro Studi di Intesa Sanpaolo indica neutral e 19,3 euro. Ma ora l’attenzione è tutta sull’ops di Mps che, secondo gli esperti di Ca’ de Sass, «ha la strada aperta grazie al minor rischio di esecuzione dell’integrazione e al maggiore capitale in eccesso (2,8 miliardi ndr) per un miglioramento del prezzo».
In borsa lo sconto è rimasto intorno al 2,4%, quindi a circa 410 milioni, forchetta che potrebbe restringersi ancora prima della chiusura dell’ops l’8 settembre. L’istituto guidato dal ceo Luigi Lovaglio quindi non dovrebbe avere grosse difficoltà a raggiungere la soglia minima del 35% grazie alle adesioni di Delfin (già annunciata) e Caltagirone. Ma per portarle sopra il 50%, livello che renderebbe possibile l’uso delle dta e le potenziali sinergie, potrebbe essere necessario un rilancio. Non è escluso poi che la partita si allarghi a Banco Bpm per dar vita al terzo polo tanto desiderato dal governo.
Equita, che di Mediobanca è advisor, riassume così la questione del rilancio. La bocciatura su Banca Generali «limita il potenziale re-rating di Piazzetta Cuccia, riducendo anche le probabilità di un miglioramento di prezzo più rilevante. Tuttavia, considerate le complessità legate al controllo della target, all’utilizzo delle dta e alle potenziali sinergie, riteniamo che per Mps sia fondamentale superare il 50%. Con questo fine, un miglioramento delle condizioni economiche dell’offerta potrebbe favorire un più ampio consenso tra gli investitori».
Per la sim, allora, il rating sul Monte resta hold con target price a 8,2 euro, allineato al valore attuale del titolo. Deutsche Bank infine ricorda come Lovaglio punti più in alto e «abbia ribadito che l’attuale scenario di base prevede ancora il raggiungimento del 67% di Mediobanca per ridurre il rischio di esecuzione della fusione e avere il pieno controllo dell’assemblea straordinaria». Mps potrebbe puntare a un cambio di management già nell’assise del 28 ottobre per mettere fine alla lunga gestione di Alberto Nagel, ceo dal 2008. (riproduzione riservata)