Nuovi massimi ancora da raggiungere, mentre l’oro si avvicina alle fasi finali dell’attuale ciclo rialzista. Sebbene Joni Teves, strategist di Ubs, riconosca che nessuna corsa dura per sempre, le basi del rally dell’oro, in particolare il cambiamento strutturale nella domanda da parte anche degli investitori retail, suggeriscono che i rischi sui prezzi rimangano orientati al rialzo nei prossimi 12 mesi, in un contesto di incertezza globale.
La performance strabiliante del metallo giallo quest’anno riflette una varietà di preoccupazioni con i partecipanti al mercato sempre più numerosi alla ricerca di una diversificazione a lungo termine dei loro portafogli. «Senza contare che l’oro resta sottopesato rispetto al totale degli asset e riteniamo che ci sia spazio perché le allocazioni continuino a crescere», prevede Teves che ha rivisto al rialzo (si veda la tabella sotto) la stima sull’oro a fine 2025 da 3.230 a 3.450 dollari l’oncia (+0,38% a 4.095 dollari il prezzo spot il 20 novembre), a 4.675 dollari l’oncia nel 2026 (da 3.500) e a 4.275 dollari nel 2027.
Di recente i prezzi dell’oro si sono consolidati in seguito al calo di fine ottobre. La caduta, osservano gli strategist di Societe generale, si spiega quasi interamente con i deflussi dagli Etf. In assenza di dati sul posizionamento degli hedge fund, «i nostri specialisti presumono che ci sia stata una liquidazione delle enormi posizioni long, piuttosto che un’accumulazione di posizioni short», affermano a Societe Generale.
Dopo un periodo di riflessione, i flussi verso gli Etf sull’oro stanno di nuovo aumentando, così come i prezzi. «Non ci sono ancora dati sul posizionamento degli hedge fund e, sulla base dei recenti flussi commerciali e dei dati delle banche centrali, i nostri strategist mantengono una visione positiva sull’oro», proseguono gli esperti della banca francese.
A titolo d’esempio, una piccola riallocazione dell’1% da parte di 20 banche centrali con riserve d’oro relativamente basse rispetto alle riserve totali genererebbe una domanda aggiuntiva di 793 tonnellate di lingotti. Un altro fattore che naturalmente rafforza l’appeal degli Etf sull’oro sono le aspettative di ulteriori tagli dei tassi di interesse (gli economisti di Societe Generale prevedono un taglio del costo del denaro da parte della Fed di 25 punti base a dicembre e un altro nel primo trimestre del 2026, anche se la forte crescita degli occupati negli Stati Uniti, +119 mila secondo il dato pubblicato il 20 novembre, potrebbe convincere la banca centrale americana a stare ferma il prossimo 10 dicembre).
Ma Teves è rialzista anche sull’argento, di riflesso all’aspettativa che l’oro continuerà a raggiungere nuovi massimi nel 2026. Anzi, l’argento è pronto ad attirare ancora di più l’attenzione, poiché gli investitori vogliono diversificare al massimo i loro portafogli. «E il suo prezzo più contenuto lo rende particolarmente accessibile a una platea più ampia di investitori», precisa l’esperto di Ubs.
Oltre ai flussi degli investitori, sarà cruciale nel 2026 comprendere l’andamento della domanda e dell’offerta di argento per valutare il suo potenziale rialzista. Infatti, i deficit di mercato e il calo delle scorte indicano che il quadro potrebbe diventare sempre più vulnerabile in periodi di forte richiesta, il che a sua volta può provocare fasi di tensione a livello di liquidità, avverte Teves che vede l’argento concludere l’anno a 38,5 dollari per poi balzare a 56 dollari nel 2026 e a dollari nel 2027.
Anche il platino può continuare a dare soddisfazioni, soprattutto in caso di shock dell’offerta o di un aumento ulteriore della domanda da parte degli investitori. «Le incertezze nel breve termine in Cina e la domanda modesta di gioielli potrebbero stemperare un po’ l’attuale momentum positivo, offrendo agli investitori migliori livelli di ingresso per posizionarsi e scommettere su un ulteriore trend rialzista nel lungo termine», continua Teves che non ha alzato di molto le stime 2025 (da 1.155 a 1.245), di più quelle per il 2026 (da 1.275 a 1.500).
Discorso diverso per il palladio che ha iniziato a stabilizzarsi nel 2024 e ha continuato nella prima metà del 2025. La seconda metà dell’anno ha visto prezzi più alti, ma con una volatilità più pronunciata. «L’andamento del prezzo del palladio riflette probabilmente una ricalibrazione più ampia dei fondamentali di domanda e offerta, mentre i partecipanti al mercato si adattano alle nuove realtà dopo diversi anni di deficit e cambiamenti nelle aspettative sull’elettrificazione dei veicoli», spiega Teves, convinto che il peggio per questo metallo prezioso sia alle spalle e che nei prossimi 12 mesi possa rimbalzare: a 1.450 dollari nel 2026.
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