Fino agli anni ‘90 l’esigenza di riformare il sistema pensionistico era stata oggetto di dibattito politico ma non di concreti interventi normativi. Dal 1992 in poi il sistema previdenziale italiano è stato interessato da riforme strutturali finalizzate al progressivo controllo della spesa pubblica per pensioni, per far sì che non assuma dimensioni troppo elevate rispetto al pil, sia in considerazione dell’elevato debito pubblico che dell’andamento evolutivo della piramide demografica con un progressivo aumento della vita media della popolazione e il calo della natalità oltre che per il rallentamento della crescita economica che ha frenato le entrate contributive.
Va ricordato come il sistema pensionistico italiano di base si struttura finanziariamente sulla ripartizione con i contributi versati dai lavoratori in attività che finanziano il pagamento dei trattamenti di quiescenza. Per garantire allora la sostenibilità della spesa previdenziale si è introdotto gradualmente il metodo di calcolo contributivo che parametra la pensione ai contributi versati lungo l’arco della intera vita lavorativa, sono stati innalzati i requisiti minimi per ottenere la pensione sia con riguardo all’età anagrafica sia all’anzianità contributiva introducendo nel corso del tempo meccanismi di flessibilità in uscita, è cambiato il sistema di rivalutazione delle pensioni in pagamento, non più collegato alla dinamica dei salari reali, ma soltanto all’andamento dell’inflazione.
Dato che il contributivo è diventato il metodo di calcolo di riferimento per il sistema pensionistico italiano, si determina prospetticamente l’ampliamento di quello che si definisce come gap previdenziale (differenza tra ultima retribuzione e futura pensione), soprattutto per le giovani generazioni. Per consentire una adeguatezza del tenore di vita in età senile è stata allora strutturata una architettura pensionistica a pilastri in cui alla pensione di base a natura obbligatoria e a ripartizione si affianca la previdenza complementare, a natura volontaria e a capitalizzazione finanziaria dei contributi versati. La finalità dei fondi pensione è allora quella di integrare la pensione di base e di consentire una diversificazione del rischio previdenziale.
Quali sono state poi le tappe della previdenza complementare in Italia? Così come ricorda la Covip lo sviluppo delle forme pensionistiche ha origine all’inizio degli anni ’90 dal momento che fino ad allora erano riservate a una fascia ristretta di lavoratori, di reddito medio-alto (non più del 3% dei lavoratori) e si è previsto che fossero invece disponibili da allora in avanti per la generalità dei lavoratori.
Tra il 1992 e il 1993 fu varata una prima disciplina complessiva del sistema di previdenza complementare, definita con il decreto legislativo 124 del 1993. Due anni dopo, con la legge 335 del 1995, in parallelo alla riforma strutturale del sistema previdenziale pubblico, si introdussero rilevanti incentivazioni fiscali per la previdenza complementare privata. Seguì l'istituzione della Covip come autorità dotata di personalità giuridica e la predisposizione dell’apparato di normativa secondaria necessario per l’avvio del nuovo sistema. Tutto era pronto quindi per permettere alle parti sociali di intraprendere il percorso per istituire i primi fondi pensione di natura negoziale basati sulla contrattazione collettiva nazionale a livello settoriale: una scelta, alternativa a quella pure possibile di istituire i fondi pensione al livello di singole aziende, che ha rappresentato e ancora rappresenta un punto di forza essenziale del sistema. I primi fondi pensione negoziali iniziarono la propria attività a partire dal 1999. Nel frattempo venivano avviati dai principali gruppi finanziari i fondi pensione aperti, operanti tra loro in regime di piena concorrenza e autorizzati a raccogliere sia adesioni di singoli lavoratori, autonomi o dipendenti, sia collettività di addetti a una stessa azienda. Queste forme di nuova istituzione si affiancavano ai fondi pensione cosiddetti preesistenti, istituiti prevalentemente a livello di singola azienda in settori caratterizzati da retribuzioni più elevate. Tali fondi, pur coprendo non più del 3 % delle forze di lavoro, erano molto numerosi (oltre 600 unità nel 1999, già dopo una prima fase di consolidamento). Un elemento di rilievo dell’impianto strutturale adottato fu quello della chiara scelta a favore del regime della contribuzione definita. Tutto il sistema dei fondi di nuova istituzione, come sottolinea la Commissione di Vigilanza, è stato quindi fin dal primo impianto fondato su un sistema intrinsecamente immune dai rischi di instabilità che caratterizzano i fondi a prestazione definita. Il sistema italiano fu posto così all’avanguardia di una tendenza che in ambito internazionale stava allora iniziando a manifestarsi, e che più di recente avrebbe rappresentato la direzione dominante. Il sistema di previdenza complementare italiano si presentava quindi, all’inizio degli anni 2000, alquanto articolato ma già ben strutturato. Tuttavia le adesioni raccolte erano ritenute insoddisfacenti rispetto alle aspettative diffuse tra i principali attori del sistema.
Si decise quindi di prevedere che i flussi futuri di Tfr, fin dall’avvio del nuovo sistema di previdenza complementare identificati come la sua fonte di finanziamento principale, fossero conferiti con il meccanismo rappresentato dal silenzio assenso ai fondi pensione che divenne operativo nel primo semestre del 2007. Fu applicato alla quasi totalità dei lavoratori dipendenti del settore privato ed effettivamente realizzò un incremento di rilievo delle adesioni, sebbene inferiore a quello allora auspicato. Nell’occasione l’intero sistema di regolamentazione della previdenza complementare fu rivisto e razionalizzato, con un’enfasi particolare posta sulla trasparenza e la confrontabilità tra i diversi schemi disponibili, tra i quali furono introdotti a pieno titolo anche i pip, piani individuali di natura assicurativa (che erano stati introdotti nel sistema previdenziale di fatto con la riforma fiscale del 2000) destinati ad avere uno sviluppo di rilievo, pur se più costosi rispetto ai fondi di tipo negoziale. Complessivamente dall’intervento di riforma degli anni 2005-2007 il sistema della previdenza complementare uscì rafforzato da un punto di vista strutturale, con una normativa primaria e secondaria completa e moderna, anche nel confronto internazionale (di particolare rilevanza è per esempio la disciplina sulla trasparenza e l’informativa agli iscritti).
Il sistema dei fondi pensione è stato poi ulteriormente rafforzato su impulso della normativa europea con il recepimento della direttiva Iorp 2 soprattutto con riferimento alla governance delle forme pensionistiche complementari collettive e alla trasparenza nei confronti degli aderenti e dei beneficiari. Alla luce e per effetto anche della Iorp 2 si va poi sempre più verso una consolidamento delle forme pensionistiche anche per realizzare economie di scala. Il numero delle forme pensionistiche operanti nel sistema è infatti in costante riduzione. Nel 1999 le forme erano 739, oltre il doppio di oggi, dal momento che secondo l’ultima Relazione annuale della Covip alla fine del 2022, i fondi pensione in Italia sono 332 (33 fondi negoziali, 40 fondi aperti, 68 pip e 191 fondi pensione preesistenti). Si guarda ora in prospettiva a una nuova fase in cui si tende ad un definitivo salto di paradigma per migliorare il livello di inclusione previdenziale dei giovani, delle donne, dei dipendenti pubblici, dei dipendenti delle pmi.
Il tutto con campagne informative istituzionali sulla valenza della previdenza complementare, una nuova finestra generalizzata di silenzio-assenso (oggi si applica solo ai nuovi assunti) e una spinta alle adesioni tramite i canali online. Infine rivedendo le agevolazioni fiscali, soprattutto a beneficio delle giovani generazioni; al proposito vale la pena ricordare che è dal 2000 che il limite di deducibilità fiscale annuo è fissato a 5.164,57 euro e l’Italia è uno dei pochissimi Stati europei in cui i rendimenti sono tassati.
L’andamento degli iscritti dall’introduzione della previdenza complementare ha avuto una progressione costante con un significativo punto di svolta nel 2007 grazie all’entrata in vigore nel 2007 della normativa sul silenzio-assenso Si è partiti nel 1999 con una base di 1,4 milioni per poi crescere con andamento lento fino al 2006 (3,18 milioni) e avere un balzo nel 2007 con 4,56 milioni. Quell’anno è stato introdotto il silenzio-assenso per il conferimento del tfr: nel primo semestre del 2007 era stata prevista una finestra rivolta a tutti i dipendenti del settore privato che, a regime, è ancora efficace per i nuovi assunti che hanno un semestre per decidere se mettere il tfr nei fondi pensione o lasciarlo in azienda. Se non esprimono la scelta vengono iscritti nel fondo pensione del settore di appartenenza. Ma, nonostante il silenzio-assenso e l’iniziativa avviata da alcuni fondi pensione negoziali dell’iscrizione automatica, gli aderenti restano pochi rispetto alla platea potenziale: 10,7 milioni a fine 2023 su un totale di lavoratori italiani di oltre 26 milioni. (di Carlo Giuro)
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