La nuova legge (o, meglio, formula) elettorale non rappresenta un punto di svolta per «affrontare il problema dell’astensionismo in Italia e riportare gli italiani a interessarsi della politica». Lo ha spiegato a MF-Milano Finanza il giurista Sabino Cassese, già ministro per la Funzione Pubblica nel governo Ciampi ed ex giudice della Corte Costituzionale.
Domanda. Professore, perché è più corretto parlare di riforma della formula e non della legge elettorale?
R. Perché la legge elettorale disciplina, in oltre 200 pagine, l'intero procedimento elettorale: chi ha diritto di voto, le circoscrizioni... La formula elettorale invece è il meccanismo tecnico con cui i voti vengono trasformati in seggi parlamentari.
D. C'è il rischio che i continui cambiamenti della formula creino incertezza e scoraggino i cittadini dal votare?
R. Sì. Negli Stati Uniti la formula elettorale dura da 237 anni, nel Regno Unito da 194 anni, in Francia da 68. Noi invece continuiamo a cambiarla. Questo non aiuta i cittadini ad avere fiducia nelle istituzioni. Inoltre dovremmo abbandonare espressioni goliardiche come Melonellum o Stabilicum, che finiscono per sminuire l'importanza di uno strumento fondamentale della democrazia.
D. La nuova formula elettorale (domani, 14 luglio, in Aula alla Camera) riuscirà a garantire rappresentatività e governabilità?
R. Temo soprattutto che non risolverà il problema dell'astensionismo. Gli elettori hanno la sensazione di non scegliere i propri rappresentanti. Negli anni ‘50 votava oltre il 90% degli italiani; alle ultime politiche siamo scesi al 63% degli aventi diritto. Un dato che indebolisce la democrazia. Elezione significa scegliere. Se ai cittadini viene presentato un elenco già definito, senza possibilità di incidere, molti rinunciano a votare. Per questo considero utili le preferenze: restituiscono maggiore libertà di scelta e possono contribuire a riavvicinare il Paese reale al Paese legale. Quanto alla stabilità, dipende molto più dalla qualità e dalla coesione dell'offerta politica che dalla formula elettorale. E servono anche partiti radicati sul territorio. Basti pensare che un tempo i partiti contavano 4-5 milioni di iscritti. Dc e Pci avevano 20 mila sezioni locali a testa. I partiti erano più ramificati dello Stato. Quel legame con il territorio oggi si è indebolito e va ricostruito.
D. È tornata in auge, proprio in correlazione alla riforma elettorale, la proposta di Carlo Cottarelli per rendere più trasparenti i programmi elettorali indicando costi e coperture. È d'accordo?
R. Sì. Se un partito promette una misura, deve anche spiegare quanto costa e come intende finanziarla. È una forma di responsabilizzazione verso gli elettori. Condivido anche l'estensione del voto ai fuori sede, purché siano previste procedure che garantiscano il voto segreto ed evitino duplicazioni. Anche perché paradossalmente è già permesso il voto per i residenti all’estero.
D. La premier Meloni sostiene che potrebbe arrivare un presidente della Repubblica espressione della destra. Esistono limiti costituzionali?
R. Nessuno. La Costituzione richiede soltanto che il presidente abbia almeno 50 anni, goda dei diritti civili e politici e sia eletto dal Parlamento in seduta comune integrato dai delegati regionali. Escludere qualcuno per la sua appartenenza politica contrasterebbe con i principi di libertà, uguaglianza e democrazia sanciti dalla Costituzione. (riproduzione riservata)