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Portafogli pigri: ecco i più famosi e come si costruiscono
Portafogli pigri: ecco i più famosi e come si costruiscono
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Guadagnare fino al 6,8% l’anno senza fatica? Con i portafogli pigri: quanto rendono, come funzionano

27 giugno 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2025, 14:57

Pensati per essere costruiti con una manciata di Etf a basso costo, i lazy portfolios consentono di resistere ai saliscendi di mercato senza ricorrere a turnover esasperati. Dal 60/40 all’All Weather al Permanent, ecco i più famosi e come si sono comportati dal 2006 a oggi

L’estate iniziata da pochi giorni si preannuncia più rovente che mai, tra i timori di un’escalation in Medio Oriente e Donald Trump che ancora non è chiaro se stia giocando il ruolo di incendiario o di pompiere. Sullo sfondo c’è poi tutta una serie di altre questioni: i dazi, le mosse di politica monetaria delle banche centrali, la nuova stagione di trimestrali alle porte.

Quel che è certo è che i mercati, dopo la forte caduta di aprile e l’altrettanto veemente recupero del mese successivo, nelle ultime settimane non stanno ancora prendendo una direzione chiara. L’impressione, nei corridoi degli addetti ai lavori, è quella di navigare a vista: una notizia di qualsiasi natura, che si tratti di guerra, dazi, politica monetaria o bilanci societari, potrebbe far girare il vento nell’una o nell’altra direzione.

Tempo di portafogli pigri?

La domanda adesso è quanto mai lecita: come comportarsi per quanto riguarda il proprio portafoglio di investimento?

Una possibile soluzione la offrono i cosiddetti portafogli pigri, la riedizione in salsa italiana dei celebri lazy portfolios americani. Si tratta di strategie di investimento a basso costo, in genere costruite tramite prodotti passivi, pensate per garantire un’ampia diversificazione tra le varie classi di attività finanziarie (azioni, bond, materie prime), per rimanere coerenti con profili di rischio non speculativi, e per adattarsi a tutte le possibili condizioni di mercato.

Proprio per questo vengono definiti pigri: l’idea di base è che li si possa costruire in qualsiasi momento e poi farli lavorare in autonomia, senza intervenire con continue modifiche in base a dove tira il vento del mercato. L’unica, necessaria accortezza è quella di provvedere a un check-up periodico, per esempio annuale o semestrale: il cosiddetto ribilanciamento, quella dinamica di acquisto e vendita di Etf o altri strumenti finanziari che consente, dopo i vari movimenti dei mercati, di riportare il portafoglio alla sua composizione iniziale.

Di lazy portfolios ne esistono a centinaia se non a migliaia: MF-Milano Finanza è andata a vedere, tramite simulazioni storiche basate su dati JustEtf e Curvo, come si sono comportati da fine 2006 a maggio 2025 cinque dei più iconici portafogli pigri della storia, apprezzati anche da a analisti e consulenti finanziari, adattati in una versione ottimizzata a un investitore italiano (per il metodo, vedere il paragrafo in basso).

PORTAFOGLIO 60/40

Il più semplice lazy portfolio in assoluto si costruisce con due soli Etf: un indice sulle azioni globali al 60% e un indice sui bond globali con copertura del cambio euro-dollaro (o in alternativa sulle obbligazioni governative dell’area euro) al 40%. La filosofia alla base è che azioni e bond si muovano in modo perlopiù decorrelato (salvo rarissimi casi come il 2022, quando entrambi sono scesi a doppia cifra): quando le prime perdono terreno i secondi salgono o restano stabili, facendo da cuscinetto alla volatilità delle borse.

Un investimento di 10.000 euro in un portafoglio 60/40 fatto a dicembre 2006 oggi varrebbe 28.788 euro, includendo i costi degli Etf (total-expense-ratio o ter) ma al lordo della fiscalità. Il che si traduce in un tasso di crescita annuo del 5,91%: tolto un 2% circa di inflazione media, si tratta di un rendimento reale del 3,9% annuo. Il rapporto di Sharpe, misura del rendimento per ogni unità di rischio aggiuntiva, è dello 0,6: non il migliore in assoluto della rosa, ma comunque un risultato valido vista la semplicità del portafoglio.

Pro: portafoglio facile da realizzare e a bassissimo costo.

Contro: se viene a mancare (come negli ultimi anni) la tradizionale decorrelazione tra azioni e bond, il portafoglio non ha altri cuscinetti.

PERMANENT PORTFOLIO

Il nome parla da sé: un Permanent portfolio è pensato per resistere a ogni condizione di mercato, anche quelle di ribassi più estremi. Il portafoglio viene diviso in quattro parti uguali, ognuna con un grado diverso di rischio: azioni globali, obbligazioni in euro a lunga scadenza (nella simulazione è stato usato un Etf che investe in bond tra i 15 e i 30 anni), oro fisico e una parte di liquidità, rappresentata da un Etf monetario.

Il Permanent portfolio, l’unico tra quelli considerati a prevedere al suo interno una parte di cash, avrebbe visto i 10.000 euro investiti nel 2006 arrivare oggi a 29.702. Un tasso di crescita nominale annuo del 6,09% (e reale di circa il 4%) con un indice di Sharpe di 0,81. A favorirlo, nell’analisi storica, è stata senza dubbio la quota importante di oro, che negli ultimi cinque anni ha macinato vari massimi storici in virtù del suo status di bene rifugio. Gli analisti sono ora divisi se il lingotto abbia ancora fiato per correre o abbia raggiunto il picco.

Tra i lazy portfolios dell’analisi è anche quello che meglio ha resistito alle fasi di crisi: ad esempio nel 2008-09 è stato quello con un drawdown (distanza tra il picco più alto e quello più basso di un investimento) del -7,1%. Gli altri sono stati tutti a doppia cifra. Questa caratteristica, secondo gli esperti di mercato, rende il Permanent portfolio un valido alleato per investitori conservativi, magari vicini alla pensione e quindi poco propensi a esporsi troppo al mercato azionario.

Pro: portafoglio resistente in fasi di mercato molto negative.

Contro: la quota azionaria bassa non permette di partecipare a pieno ai rally delle borse.

ALL WEATHER

L’iconico portafoglio per tutte le stagioni del supergestore Ray Dalio, nella sua versione semplificata (con il suo hedge fund Bridgewater Dalio era infatti diventato famoso per l’uso della leva finanziaria) e adattata a investitori italiani, prevede un 20% di azioni globali, un 40% di bond sovrani dell’Eurozona a lunga scadenza, un ulteriore 15% di obbligazioni europee a media scadenza (ad esempio tra cinque e sette anni) e un 15% di materie prime, diviso a sua volta in oro fisico (7,5%) e un indice diversificato di commodity (7,5%).

Un investimento da 10.000 a fine 2006 oggi ne varrebbe 25.911: il tasso di crescita è stato quindi del 5,31% annuo (3,3% circa reale), con un rapporto di Sharpe di 0,61, più o meno come il portafoglio 60/40, ma con una volatilità decisamente più contenuta.

L’All Weather è un portafoglio per investitori di lungo periodo dal profilo di rischio piuttosto cauto, ma le tante anomalie nel mercato obbligazionario degli ultimi anni (prima i rendimenti a zero, poi il tracollo del 2022) non gli hanno permesso di svolgere a pieno la sua funzione di stabilizzazione dalle turbolenze. Al contempo, l’All Weather rimane il portafoglio più resistente in assoluto: è rimasto in positivo, nel periodo considerato, per 143 mesi su 221. In altre parole, due mesi su tre: nessuno degli altri ha fatto meglio.

Pro: resistenza alle turbolenze, anche grazie all’impiego delle materie prime.

Contro: la quota obbligazionaria molto elevata può essere un limite in fasi di tassi a zero come il decennio scorso.

GOLDEN BUTTERFLY

Nato nella community di ricerca e analisi finanziaria online PortfolioCharts, il Golden Butterfly portfolio (tradotto letteralmente, farfalla dorata) ha superato i confini dei forum di nerd della finanza, conquistandosi una certa autorevolezza anche tra consulenti e analisti di mercato.

Di fatto, il Golden Butterfly per investitori europei si presenta come una rivisitazione dell’All Weather: diviso in cinque Etf, ognuno dei quali pesa il 20% del valore complessivo, questo portafoglio pigro aumenta la componente di oro (al 20%), sottrae quella delle materie prime diversificate e alza al 40% la parte azionaria, a sua volta divisa in due parti. Un 20% viene destinato alle azioni globali, e un altro 20% ai mercati azionari internazionali delle small cap. Gli studi alla base di questa scelta sono quelli sull’investimento fattoriale, che hanno dimostrato come su intervalli di tempo di lungo periodo i titoli a capitalizzazione ridotta tendano a sovraperformare le large cap, seppur con livelli di liquidità molto inferiori e di conseguenza con maggior volatilità. Infine, la parte obbligazionaria si divide in un 20% di bond a lunga scadenza e in un 20% di scadenze brevi, ad esempio tra uno e tre anni.

Alla prova degli ultimi 18 anni, il Golden Butterfly è il portafoglio che si è comportato meglio di tutti: 10.000 euro investiti a dicembre 2006 oggi sarebbero 33.446. Un rendimento annuo del 6,78% (circa 4,8% al netto dell’inflazione) con un indice di Sharpe dello 0,78 - la seconda più alta dopo il Permanent - e una volatilità del 7,13%, leggermente più bassa di All Weather.

Pro: buona diversificazione ma senza rinunciare a una parte significativa di azioni.

Contro: la parte azionaria di small cap aumenta di molto il profilo di rischio del portafoglio complessivo.

DAVID SWENSEN

Il portafoglio Swensen è sicuramente il più complesso di tutti, e anche il più difficile da convertire in versione europea. Merita comunque di essere citato perché viene considerato tra gli esperti di mercato come un esempio da accademia di come funziona la diversificazione. Da accademia è proprio l’espressione corretta, visto che questo portafoglio veniva usato per gestire il denaro della prestigiosa Yale University: un patrimonio quintuplicato sotto la guida del gestore David Swensen, dal 1985 e fino alla sua morte nel 2021.

Per costruire un portafoglio Swensen servono sei Etf: uno sulle azioni americane (30%), uno sui mercati globali ma senza Usa (15%, in modo da ridurre il peso complessivo degli Stati Uniti), uno sui mercati emergenti (5%), uno sulle obbligazioni indicizzate all’inflazione (15%), un altro sui bond a media scadenza (15%) e infine uno sull’immobiliare globale (15%), altro strumento di tutela dall’aumento dei prezzi.

Chi avesse investito 10.000 euro nel dicembre 2006 nella versione europea di un portafoglio Swensen oggi si ritroverebbe in mano 30.321 euro. Un rendimento annuo del 6,21%, ma con un rapporto di Sharpe dello 0,53 (il peggiore della rosa) e una volatilità del 10,32%. E questo non solo per la forte quota azionaria (di fatto, compreso l’immobiliare si tratta di un 70%) ma anche per l’elevata esposizione al rischio di cambio tra euro e dollaro americano, difficile da evitare per un portafoglio europeo vista la tipologia di investimenti necessari per costruire un portafoglio Swensen.

Pro: Elevata diversificazione e aggiunta della componente immobiliare.

Contro: portafoglio molto americano, più difficile da ricostruire per un investitore europeo.

Come adattarli agli investitori europei

I lazy portfolios sono una creazione americana, così come gli Stati Uniti sono la patria degli Etf, la materia prima indispensabile per costruire queste strategie di investimento. Non è quindi un caso che gran parte delle analisi sui portafogli pigri siano pensate per investitori statunitensi in dollari. Seguire le versioni pure dei lazy portfolios può d’altra parte rappresentare una strategia non ottimale per gli investitori italiani, che hanno una valuta di riferimento diversa e quindi devono considerare, quando investono in asset americani o comunque denominati in divisa Usa, anche l’effetto del rischio di cambio.

Inoltre, la maggior parte dei portafogli pigri (come l’All Weather di Ray Dalio ma non solo) nella parte azionaria tendono a includere principalmente indici sulle borse a stelle e strisce, e a non considerare gli altri mercati.

Nei portafogli pigri analizzati nell’articolo in pagina sono state quindi prese, coerentemente con quanto proposto da vari analisti di mercato e consulenti, alcune accortezze per ottimizzare il più possibile i portafogli per investitori italiani.

Nella parte azionaria gli Etf sull’S&P 500 sono stati sostituiti (tranne in un caso) con Etf globali sull’indice Msci World, dove gli Stati Uniti rappresentano comunque circa il 70% della capitalizzazione complessiva.

La parte obbligazionaria è invece più complessa da analizzare, per due ordini di motivi. Da un punto di vista tecnico, è più difficile trovare Etf sui bond governativi dell’Eurozona che abbiano dati storici di lunghissimo periodo. Questo è il motivo per cui, al fine di uniformare le analisi, non è stato possibile far risalire i portafogli a prima del dicembre 2006.

Da un punto di vista di selezione degli strumenti non va poi dimenticato che i bond in euro e in dollari hanno avuto negli ultimi anni dinamiche diverse, legate all’andamento delle politiche delle banche centrali e non solo. Basti pensare, per fare un esempio, che oggi un Treasury a due anni rende circa il 3,7%, un Btp di pari durata viaggia intorno al 2,1%, mentre un Bund tedesco biennale è all’1,8%.

Le differenze tra il comportamento in portafoglio di un Treasury e di un Btp sono quindi sostanziali, ma nella costruzione di un portafoglio pigro in euro il rischio di cambio è un fattore decisivo, e per mitigarlo ci sono solo due modi: o spostarsi sui bond in euro (come è stato fatto nella maggior parte dei portafogli dell’analisi) o considerare Etf con la copertura del cambio (opzione utilizzata per la costruzione del portafoglio 60/40).

Infine, una doverosa avvertenza: tutte le analisi in pagina si basano su un backtest di performance passate, che sono state condotte in una fase di mercato molto particolare come lo è stata quella degli ultimi 20 anni. Prevedere come andrà il futuro, nei mercati e nel portafoglio, è un’impresa chiaramente impossibile. Anche se alcuni principi di base, come la diversificazione degli strumenti finanziari e del rischio, sono e saranno sempre buoni per tutte le stagioni. (riproduzione riservata)



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