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Quei giri di valzer di Putin che hanno abbindolato Trump
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Quei giri di valzer di Putin che hanno abbindolato Trump

05 settembre 2025, 20:00

Dopo essere stato ricevuto con grandi onori dal Presidente Usa, il dittatore sovietico ha preso la scena anche nella parata di Xi Jinping. E continua a sgusciare da qualsiasi impegno sull'Ucraina

È più pericoloso per l’Europa e l’Italia (ma anche per il mondo intero) l’accordo che è nato nei giorni scorsi a Pechino fra Cina e Russia e gli altri Paesi asiatici o l’avanzata, inarrestabile delle criptovalute?

Mentre negli ultimi giorni le immagini e le cronache da Pechino delle plurime cerimonie per il vertice asiatico convocato dal presidente cinese Xi Jinping hanno avuto larghissimi spazi su tutti i media, negli Usa si consumava un altro atto significativo dell’avanzata delle criptovalute: i gemelli Winklevoss, protagonisti del settore come gestori della borsa di criptovalute chiamata Gemini, hanno ricevuto l’autorizzazione per la quotazione della stessa Gemini nel più dinamico e teoricamente formale mercato borsistico, il Nasdaq di New York. Come dire che se la seconda borsa americana riconosce Gemini come società credibile (valore circa 2 miliardi di dollari), per transizione, c’è un altro riconoscimento formale delle criptovalute. Del resto, da questo lato, è notorio, come vedremo, che il primo benefattore di chi opera nelle criptovalute è lo stesso presidente Donald Trump, che nella mitica Tower di New York ha anche gli uffici non solo del suo dipartimento di cripto seguito dai figli ma anche la sede di una delle società più lanciate del settore. Ma prima di procedere e non soltanto a uso dei lettori che non hanno dimestichezza con il settore, è bene chiarire almeno alcune parole di quel mondo.

Criptovaluta è una valuta digitale, basata sulla crittografia e più in particolare sulla tecnologia decentrata che impedisce allo stato attuale delle conoscenze la duplicazione delle unità di monete e garantisce che il loro possessore sia unico. Le criptovalute non sono emesse né regolamentate da alcuna autorità centrale. Bitcoin se è con la B maiuscola si riferisce alla rete e alla tecnologia sottostante, se è con la b minuscola indica la valuta in se. È comunque il sistema o la criptovaluta con la più alta market cap seguita da Ethereum, XRP, Tether e BNB. Stablecoin è un tipo di criptovaluta che mira a mantenere un valore stabile rispetto a un asset specifico quali le materie prime quotate (per esempio metalli preziosi) o strumenti finanziari tradizionali, come titoli di Stato o un’altra criptovaluta.

Esistono, comunque, sul mercato circa 12 mila criptovalute disponibili per l’acquisto o la vendita, che rendono i tre termini definiti sopra solo un esempio di questo mondo. Tutto il mondo delle cripto, a parte il dettaglio della presenza in questo mercato della famiglia Trump come operatore, è al centro di una legittima preoccupazione, della quale il più qualificato esponente non solo in Italia, è Paolo Savona, ex-dirigente ai vertici di Banca d’Italia ai tempi del governatore Guido Carli, professore emerito di economia politica, attuale presidente della Consob (purtroppo in scadenza a marzo 26). I lettori di questo giornale lo conoscono bene e non solo per il suo ultimo editoriale sul tema cripto dei primi di agosto.

L’analisi di Paolo Savona sulle criptovalute

Ecco alcuni punti chiave di quell’analisi del professor Savona:

1) la legittimazione delle cripto negli Stati Uniti è antidemocratica. Per una ragione molto semplice: il presidente Trump, a parte l’attività diretta nel settore della sua famiglia, non ha avvisato di questa legittimazione con le formalità richieste al capo del maggior Paese del mondo occidentale. È vero che in campagna elettorale ha ripetutamente parlato a favore delle cripto, ma non ha mai compiuto un atto formale dopo la sua nomina il 6 marzo di quest’anno. E certamente non è sufficiente che Trump abbia partecipato al Bitcoin 2024, quando ancora non era presidente;

2) Tale comportamento, infatti, antepone i valori del mercato a quello delle regole democratiche;

3) Chiunque può creare una cryptocurrency e ciò rende teoricamente infinito l’insieme degli asset (o monete) digitali. Anche se c’è l’eccezione del Bitcoin, che teoricamente non saranno mai più di 21 milioni di unità;

4) La crisi valutaria del 2008, provocata dai subprime, cioè da prestiti erogati a debitori ad alto rischio di insolvenza con tassi molto alti da parte di banche d’affari, dovrebbe far ricordare che nel sistema monetario internazionale non si possono far nascere iniziative non regolamentate, anche per l’abuso e i reati che ne derivano, pari alla falsificazione con la stampa abusiva di monete di singoli Paesi o di più Paesi come per l’euro.

Si dirà, Bellezza, ma oggi le monete stampate, il cosiddetto contante, sta riducendosi, vista l’esplosione delle transazioni digitali. Esatto, il problema è proprio questo: i falsari di moneta sono sempre esistiti, ma anche perseguibili e perseguiti per la materialità del loro lavoro, mentre se si autorizzano private strutture a emettere criptovalute, di fatto si compie come una liberalizzazione della falsificazione o più precisamente si concede teoricamente a tutti di battere moneta, che è il potere probabilmente maggiore di uno Stato, almeno dal lato finanziario ed economico. E il professor Savona, non a caso ha ricordato su questo giornale la vicenda dei subprime che con la concessione di prestiti di fatto fu equivalente alla concessione di moneta a fronte di una inconsistenza patrimoniale. E allora non c’erano le cripto.

Non ci sarebbe bisogno di ricordare il fatto che da sempre il battere moneta è stato il potere degli Stati o di chi si è sostituito agli Stati diventando esso dittatore. Il particolare che le cripto non hanno neppure bisogno di una zecca fa capire che sulla rete chiunque può dire (e infatti ciò avviene) che ha creato una criptovaluta. Sarebbe ciò, Bellezza, la dimostrazione della democratizzazione del mercato? No, sarebbe ed è l’anticamera dell’anarchia e della legittimazione di possibili continui falsi.

L’apertura di Christine Lagarde verso le stablecoin

Eppure, non come negli Usa da parte di Trump, ma anche in Europa si assiste a una inclinazione da parte della presidente della Bce, Christine Lagarde, verso una apertura sempre maggiore verso le stablecoin, non essendo ella favorevole a limitazioni nelle regole relative, denunciandone solo i pericoli per la stabilità bancaria e monetaria, per giunta dopo che la Commissione Europea le ha legittimate. La Lagarde si limita a valutare un aspetto del problema, mentre la diffusione delle cripto investe l’intero settore finanziario, né denuncia le implicazioni delle scelte di Trump per risparmiatori e operatori europei. Non vi è dubbio che se solo una persona pensa ai suoi rapporti con la banca di fiducia, rileva che la materialità delle transazioni con il prelievo o il versamento di banconote non esiste quasi più, ma per lui anche le transazioni per via digitale si esprimono nella moneta ufficiale, ossia l’euro, che la legittimazione monetaria delle cripto ne sconvolge il ruolo centrale.

La presidente Lagarde fa tutto ciò perché anche nella sua visione l’euro è superato o sarà presto superato? Per altro la stessa Lagarde ha dichiarato mercoledì 3 settembre: «… Le riserve detenute nella Ue potrebbero non essere sufficienti a soddisfare una domanda molto elevata», ponendo chiaramente in relazione la facilità di emettere stablecoin con la misura delle riserve monetarie dell’Europa. Per questo la signora francese presidente della Bce, che quando lasciò il Fondo monetario non ebbe esitazione a dichiarare che con il suo compagno faceva l’amore quasi una volta al giorno, pochi giorni fa ha contemporaneamente dichiarato: «Conosciamo i pericoli. E non dobbiamo aspettare che si verifichi una crisi per prevenirli. Ecco perché dobbiamo adottare misure concrete fin da ora. La legislazione europea dovrebbe garantire che gli schemi multi-insurance non possono operare nella Ue se non supportati da solidi regimi di equivalenza in altre giurisdizioni e da garanzie relative al trasferimento di attivi tra entità Ue e non Ue».

Non ci vuole molto a capire che siamo di fronte a una possibile guerra valutaria con un inevitabile interlocutore occidentale, nella persona del presidente Trump, che è già privatamente operativo per interessi personali sulle criptovalute nel cui mercato pesa la sua famiglia. Un ennesimo esempio di come la deregolamentazione e ricerca di totale libertà e non rispetto del proprio ruolo pubblico nei confronti degli intessi privati da parte del presidente Trump, possa far passare mesi e forse anni molto duri al resto del mondo.

Ma tutto questo è comunque meno grave di quanto la politica estera di Trump abbia determinato o comunque incentivato sullo scacchiere mondiale. Infatti l’apertura della guerra commerciale con i dazi verso mezzo mondo e in particolare verso i due grandi Paesi asiatici, la Cina e l’India, sommati e avvicinatisi alla Russia, ha incentivato quanto è avvenuto nei giorni scorsi a Pechino. Storicamente i rapporti fra la Russia e la Cina, nonostante la comune ideologia comunista, non sono mai stati cordiali per decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale. La presenza sulla piazza Tienanmen delle fotografie di Lenin e di Stalin, come ho già scritto riportando la cronaca dell’intervista di Oriana Fallaci a Den Xiaoping (da me organizzata 47 anni fa) non era il segno di una alleanza fra la Cina di Mao e la Russia, ma come ha spiegato bene Deng in quella storica intervista, in particolare la foto di Lenin era come segno di riconoscenza per quanto egli aveva fatto per gli oppressi, mentre quella di Stalin era il ringraziamento per aver respinto i nazisti di Adolf Hitler, salvando così non solo la Russia ma anche l’Europa. Questa spiegazione Deng la diede all’inizio dell’intervista perché Oriana aveva attaccato il colloquio più o meno con queste parole: «Passi per Lenin, ma come vi siete permessi di collocare nella più importante piazza di Pechino anche la fotografia di Stalin: ha mandato in Siberia centinaia di migliaia di persone…». La risposta di Deng fu fulminante: «Guardi, che per noi Stalin ha un merito assoluto, per il quale anche a lei dovrebbe essergli grata in quanto europea: ha fermato e sconfitto Hitler».

Ma nel corso dell’intervista Deng spiegò che nonostante l’opera di Stalin, la Cina non poteva avere particolare gratitudine verso la Russia, dato che nei decenni non aveva dato nessun aiuto alla Cina per la ripresa dopo la guerra di liberazione. E ripetè alla Fallaci che Nikita Krusciov non aveva dato proprio nessun aiuto alla Cina per risollevarsi da anni molto duri.

Come è cambiato il clima fra i due giganti comunisti?

Il responsabile del cambiamento relativamente recente è stato oggettivamente e sicuramente involontariamente il presidente Barack Obama. Lo ha affermato recentemente anche Trump e per una volta non ha detto qualcosa di inconsistente. In effetti fu la decisione di Obama di mettere sanzioni alla Russia per l’annessione che aveva fatto della Crimea a far riallacciare rapporti sempre più forti fra Russia e Cina. Dalla Crimea e dalle scelte successive è nato tutto ciò che oggi fa paura per il destino dell’Ucraina.

Il ruolo di Kissinger e la geopolitica mondiale

Ci sarà stata pur una ragione perché, nella seconda decade del luglio 2013, il grande Henry Kissinger, già centenario, prese l’aereo per andare a Pechino a cercare di recuperare un rapporto se non cordiale almeno razionale fra Usa e Cina. Erano i giorni in cui sembrava crescere il pericolo di uno scontro fra Cina e Stati Uniti per Taiwan e l’intervento di Kissinger servì a un recupero di distensione e comunicazione diretta fra il presidente Joe Biden e Xi Jinping. Poco tempo dopo, il 29 novembre dello stesso anno, Kissinger, che era stato ricevuto a Pechino con molti più onori di un presidente americano, lasciò la terra. Il suo lascito agli Usa e alla Cina era importantissimo, fondamentale per la sicurezza del mondo, ma né Biden, nè tanto meno poi Trump hanno saputo valorizzare quel clima che era stato ricreato da Kissinger.

E l’errore, dopo quello di Biden, di Trump è stato di non aver saputo recuperare il gesto del repubblicano Kissinger. E ora il mondo è nei guai, perché con la disinvoltura che lo contraddistingue l’oligarca di Mosca, il caracollante (quando cammina) Vladimir Putin, certo sfruttando il mood del presidente Xi Jinping, ha di fatto riedificato una grandissima muraglia fra la Cina e Washington. Un rapporto, quello che aveva ricreato Kissinger, che avrebbe potuto far entrare il mondo in un’altra dimensione e in un’altra prospettiva. Invece, per l’approccio di Trump, tutto rivolto a Mosca, la Cina, con tempismo, sfruttando il significativo ottantesimo anniversario della vittoria cinese nella seconda guerra mondiale e quindi di fatto del periodo di alleanza con gli Usa, ha ricompattato intorno a sé il mondo asiatico. Vede Signor Presidente Trump, cosa succede a fidarsi di Putin! Il presidente russo l’ha fregata due volte: nel portarLa a spasso per la guerra in Ucraina e, grazie alla di Lei sconfitta in questo obiettivo di pace, è corso a Pechino, dove al presidente Xi non è parso vero di diventare il centro dell’altro mondo.

Ora la situazione è davvero pericolosa, essendo stato buttato nel cestino il messaggio di un centenario del livello di Kissinger. A ricompattare l’Asia è stato inevitabilmente il gesto di Washington, e specifico di Trump, di voler mettere dazi ai Paesi fra loro storici avversari trasformandoli cosi in alleati, come la Cina e l’India, che hanno ritrovato solidarietà nell’unione contro gli Usa e stanno avviando programmi comuni. Bel regalo che il presidente Trump ha fatto agli Usa e inevitabilmente anche all’Europa. (riproduzione riservata)



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