Qualche volta per incappare in una notizia bastava guardare dalla finestra. La redazione romana di MF affacciava su piazza San Lorenzo in Lucina numero 26, due passi dalla Camera dei deputati, dove il via vai di politici, ministri, sottosegretari, boiardi di Stato e alti burocrati era impressionante. Per non dire di certi giorni, quando era inutile perfino affacciarsi: le notizie quasi ti bussavano alla porta. Come quel giorno di fine inverno 1989 quando stavamo rientrando al giornale e l’ascensore si fermò al terzo piano. «Scendete?» chiese dal suo metro e novanta abbondante l’uomo apparso quando le porte si aprirono.
Era Bettino Craxi. Il segretario del partito socialista, ex presidente del Consiglio, era appena uscito dall’ufficio privato di Giulio Andreotti. Dove non era certo andato a prendere il tè. Quel giorno, a piazza San Lorenzo in Lucina 26, nacque probabilmente il Caf. Era l’asse di ferro fra Craxi, Andreotti e il nuovo segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani. Il 22 febbraio, al congresso della Dc era finita la lunga era, durata sette anni, di Ciriaco De Mita. Che tre mesi più tardi avrebbe dovuto lasciare anche palazzo Chigi al suo avversario interno Andreotti, che secondo gli accordi presi con Craxi e Forlani sarebbe diventato presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Francesco Cossiga. Mentre il capo del Partito Socialista avrebbe ripreso le redini del governo. Garante del patto, il segretario del partito di maggioranza relativa, Forlani. Le cose poi non sono andate così. Ma per tre anni quel portone di piazza San Lorenzo Lucina 26 è stato il cuore del potere. Al terzo piano c’era l’ufficio privato di Andreotti, che il presidente del Consiglio preferiva a palazzo Chigi per gli incontri più delicati e riservati. Sul medesimo pianerottolo affacciava un altro appartamento, occupato da un personaggio di rilievo del mondo andreottiano: l’imprenditore ed ex senatore democristiano Carlo Lavezzari, che il presidente dell’Iri Franco Nobili, fedele amico di Andreotti, avrebbe poi collocato al vertice di Iritecna, holding erede dell’Italstat di Ettore Bernabei.
Di sopra c’era la redazione di Capitale Sud, settimanale sempre del gruppo Class. MF-Milano Finanza occupava invece dei locali al quinto piano, incidentalmente dirimpetto all’ufficio privato di un altro pezzo da novanta della Balena bianca. Proprio lui, il segretario democristiano Forlani. Tutta la Dc che contava si poteva trovare nello stesso condominio. Poi tutto sembrò cambiare. E qualcosa in effetti cambiò. Ma non sempre, e non necessariamente, in meglio. Il colpo di grazia al vecchio sistema dei partiti è stato inferto certamente dalle inchieste giudiziarie sulla corruzione. Ancora più decisivo è risultata però la rivoluzione delle regole elettorali con l’introduzione dei collegi uninominali. I partiti tuttavia non sono morti: hanno soltanto cambiato pelle, anche perché il personale politico della cosiddetta prima repubblica non si è pensionato in massa. Ha rappresentato anzi la solida base della trasformazione dei partiti di massa in partiti prevalentemente personali, che si è rivelato il frutto avvelenato del maggioritario all’italiana.
Pareva davvero che l’onda lunga partita da Berlino qualche tempo prima non avrebbe trovato ostacoli. Sommergendo anche in Italia il vecchio armamentario di una politica edificata sulla cortina di ferro. Bisogna ricordarlo quel momento, per capire che cosa sarebbe accaduto in seguito. Il governo d’emergenza di Giuliano Amato si apprestava a esalare l’ultimo respiro travolto dal «colpo di spugna» per mettere fine alle inchieste di Mani pulite. E proprio mentre si stava per consumare la crisi più difficile del dopoguerra referendum promossi da Mario Segni e dal Partito radicale passavano con uno straordinario consenso popolare. Il record, con oltre il 90 per cento dei «sì» fu per l’abolizione dell’obolo statale ai partiti. Il finanziamento pubblico era stato introdotto nel 1974 con una legge approvata in tre settimane dalla maggioranza allora al governo, in testa la Democrazia cristiana di Flaminio Piccoli. Doveva servire a frenare la corruzione, invece semplicemente la affiancò. Per quasi vent’anni. La notizia che il generoso rubinetto dei contribuenti si sarebbe chiuso gettò ancora più nel caos la politica italiana, che in quel 1993 stata perdendo letteralmente i pezzi. Ma com’è di regola, dalle macerie nasce sempre qualcosa di nuovo. E allora ecco il Cavaliere. A lungo e con argomentazioni opposte ci si è in questo Paese esercitati sulle ragioni che hanno prodotto il fenomeno politico Silvio Berlusconi. Dividendosi in modo radicale fra destra e sinistra. Gli effetti, però, sono oggettivi. Almeno dal punto di vista dei costi della politica.
Disponeva di risorse finanziarie enormemente superiori a quelle di ogni altro partito, e in un momento nel quale le risorse parevano destinate a esaurirsi, scatenò in pochi anni una corsa al riarmo economico. Voluta anche dalla sinistra, con la giustificazione che bisognava equilibrare le forze in campo. Ma a spese, naturalmente, dei contribuenti. Si provò prima con il 4 per mille dell’Irpef che i cittadini avrebbero potuto volontariamente destinate con la propria denuncia dei redditi ai partiti. Ma non funzionò. Fallito quindi ogni tentativo di trovare un metodo alternativo ai contributi diretti dello Stato, si decise di riaprire il rubinetto pubblico, alla faccia del referendum del 1993. E una volta riaperto, con i rimborsi elettorali, non ci fu più alcun limite al suo utilizzo. Si arrivò al punto che il parlamento, senza distinzioni particolari di schieramento, approvò una legge che avrebbe garantito il versamento integrale dei rimborsi elettorali e anche nel caso di fine anticipata della legislatura, come sarebbe accaduto nel 2008.
Una politica responsabile avrebbe preso in mano la situazione con realismo, decidendo una svolta di trasparenza e moderazione. Prevalse invece l’urlo della folla e la crescita impetuosa del Movimento 5 Stelle suggerì di dare ascolto alla pancia anziché al cervello. Fu così un governo guidato dal Partito democratico, con il centrodestra nella maggioranza e con i grillini all’opposizione, a decidere di chiudere nuovamente il rubinetto. Lasciando aperto soltanto un piccolo spiraglio, quello del 2 per mille. Le conseguenze, per le macchine dei partiti, si sono rivelate disastrose. E per giunta il giro di vite non ha affatto migliorato la qualità dell’offerta politica. Né mitigato in modo significativo il costo complessivo di un sistema capace di mantenere pressoché intatti i propri privilegi. Con il taglio del numero dei parlamentari che ha prodotto l’esito contrario rispetto a quello atteso, anche grazie a una legge elettorale poco in sintonia con lo spirito di una democrazia compiuta. L’involuzione sta procedendo a passo spedito. Le spese di Camera e Senato, per cui era stato promesso un risparmio mostruoso, non sono diminuite. In qualche caso sono anzi aumentate, con gli stipendi del personale e i loro assegni pensionistici andati letteralmente in orbita: al Senato il costo pro capite oltrepassa la soglia dei 200 mila euro annui. Nonostante una riduzione del 36,5 per cento del numero degli eletti i contributi dello Stato ai gruppi parlamentari non si sono ridotti di un centesimo. Il risultato finale è che ogni seggio della Camera costa ai contribuenti 2 milioni 359.900 euro: 861.559 in più rispetto alla scorsa legislatura. E al Senato si sale addirittura a 2 milioni 465.173 euro, con un incremento di ben 885.922 euro. Non bastasse, l’età media è salita alla Camera da 44 a 49 anni, e al Senato da 52 a 56 anni. È diminuito il peso delle donne, passate dal 35,3 al 31 per cento. Mentre è aumentato il numero dei parenti. Per non parlare del ritorno in grande stile delle auto blu e dei voli di Stato, mai così frequentati da una quindicina d’anni a questa parte.
Nella classifica Istat della fiducia degli italiani per le istituzioni i partiti occupano saldamente l’ultima posizione, con valori prossimi al 10 per cento. E le urne sono sempre più vuote. Il governo in carica rappresenta il 24,7 per cento dell’intero corpo elettorale pur controllando, grazie alla sciagurata legge elettorale di cui sopra, poco meno del 60 per cento dei seggi in parlamento. È il livello più basso di rappresentanza politica da quando esiste l’Italia repubblicana. Nonché il più basso in assoluto fra i Paesi democratici occidentali. Alle ultime elezioni politiche l’affluenza in Italia è scesa al 63,9 per cento: in quattro anni e mezzo si sono volatilizzati poco meno di 5 milioni di voti. Ma se si considera anche i votanti all’estero cala a circa il 60 per cento e se si tiene conto delle schede bianche e nulle i voti validi sono stati espressi appena dal 58 per cento dei cittadini italiani maggiorenni. L’inverno della democrazia è cominciato. Per fermarlo bisognerebbe agire subito, ma ci vorrebbe una classe dirigente con le qualità e la volontà di restituire credibilità alla politica. Prima di imbarcarsi in una riforma costituzionale che in questa situazione non solo non risolverebbe i problemi, ma senza quel passo preliminare e fondamentale finirebbe addirittura per peggiorarli. La Costituzione del 1948 venne fatta da un’assemblea che rappresentava l’89 per cento degli elettori. Ora rischia di essere stravolta da chi ne rappresenta meno di un quarto. Ci pensino bene, i fautori del premierato. (riproduzione riservata)