Paolo Cirino Pomicino, esponente di punta della corrente andreottiana della Dc, diventa ministro del Bilancio nel sesto governo Andreotti nel 1989: «Avevamo battuto il terrorismo brigatista e lo stragismo di destra ed eravamo in dirittura d’arrivo per riportare l’inflazione sotto il 5% essendo partiti da oltre il 20%: così mettemmo mano al risanamento dei conti pubblici come promesso».
Di quella squadra di governo faceva parte, nelle vesti di vicepremier e poi anche Guardasigilli, Claudio Martelli, vice di Bettino Craxi nel Psi. In quell’anno, il 1989, il debito pubblico arrivò a sfondare i 590 miliardi di lire, con un rapporto sul pil del 93%. «Avemmo da Giuliano Amato, ministro del Tesoro del governo De Mita, un bilancio con un disavanzo primario di 38 mila miliardi di vecchie lire – ricorda Pomicino – e tre anni dopo consegnai ad Amato presidente del Consiglio (giugno 1992) un bilancio con un avanzo primario di tremila miliardi: se la memoria non mi tradisce, fu la maggiore riduzione del disavanzo pubblico».
E comunque, «nonostante il peso di un debito importante, negli anni ‘80 l’Italia cresceva del 2-2,5% l’anno (nel decennio crebbe del 27% reale). Nei miei tre anni al Bilancio alzammo gli investimenti pubblici tra il 4 e il 5% del prodotto interno lordo. Negli ultimi 30 anni invece gli investimenti pubblici oscillano tra il 2 e il 3% del pil, cioè mille miliardi in meno e l’Italia è sostanzialmente ferma».
Per alcuni, quel boom del debito era da imputare alla gestione allegra dei conti pubblici portata avanti negli anni ‘80 dal pentapartito: «Una delle critiche che vengono mosse a Craxi – puntualizza Martelli – è quella di aver raccolto un debito pubblico al 50% e averlo portato al 70%: la verità è che larga parte di questa esplosione fu colpa delle riforme volute dai governi di unità nazionale tra il 1976 e il 1980. A questo va sommato il fatto che dopo l’82 gli interessi sul debito schizzarono in maniera impressionante strangolando l’economia reale».
«La cosa si aggravò notevolmente quando, nella primavera dell’81, il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi e il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta decisero – senza consultare nessuno – il divorzio tra il Tesoro e via Nazionale». Dopo quel divorzio, sottolinea Pomicino, «il governo fu costretto ad andare sul mercato, prevalentemente domestico. Quella scelta aiutò non poco a raffreddare l’andamento dell’inflazione, ridotta anche dal decreto sulla scala mobile che la sinistra contestò fino a portarci ad un referendum che vincemmo perché allora chi governava era maggioranza in Parlamento ma anche nel Paese.
Negli anni ‘80 la spesa pubblica di Italia, Francia e Germania crebbe di circa 10 punti di pil ma – mentre Francia e Germania aumentarono la pressione fiscale quasi da subito sino al 40-41% – l’Italia sino al 1985 rimase ferma intorno al 35%. Di qui la crescita del debito mentre famiglie ed imprese si arricchivano, visti gli alti rendimenti dei titoli di Stato: l’elevato debito fu generato non da un eccesso di spesa ma dalla bassa pressione fiscale. Ma perché l’Italia non aumentò anch’essa la pressione fiscale? Perché prima di affrontare il tema fiscale e del debito decidemmo di sconfiggere prima i due più grandi nemici della democrazia italiana: terrorismo e inflazione».
La copertura del fabbisogno in quell’anno venne garantita per il 76% dall’emissione di titoli, che nell’89 sfiorava i 600 mila miliardi di lire. Erano, quelli, gli anni dei Bot People, che sembrano essere tornati anche oggi. «Il fabbisogno era in grandissima parte coperto dagli italiani», conferma Pomicino, «per cui era vero, come i polemisti di allora dicevano, che ogni italiano aveva 30 milioni di debito: ma si taceva che aveva anche 29 milioni di crediti, e non si cedeva sovranità». Il 7 febbraio 1992 la firma del Trattato di Maastricht. (riproduzione riservata)