In un orizzonte segnato da «poca memoria, crescente indifferenza e oscuri orizzonti», la giuria del riconoscimento finanziato da Pirelli ha premiato operatori dell’informazione che, come ha detto il giornalista Luigi Manconi, tra i vincitori, fanno della «ricerca e della cura della parola esatta un atto politico e morale». Non è un caso se la sessantacinquesima edizione del Premiolino, tenutasi al Piccolo Teatro Grassi di Milano nella serata di lunedì 30, si è aperta con la medaglia d’onore conferita all’istituzione dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
A dominare l’edizione 2025 sono stati Anna Zafesova, Paolo Giordano, Luigi Manconi, Siegmund Ginzberg, Thomas Mackinson e Sabrina Giannini, mentre Gianna Fregonara e Orsola Riva si sono aggiudicate il Premio Pirelli per la Scuola 2025. Menzione speciale della giuria alla giornalista ucraina uccisa dai russi Viktorija Rošcyna. «Dovremmo lavorare su ciò che funziona: pare una cosa dimenticata», ha commentato il vicepresidente esecutivo di Pirelli Marco Tronchetti Provera, all’insegna di un ottimismo fragile ma ostinato, nel contesto geopolitico attuale.
Ed è proprio nelle parole dei vincitori che si può trovare «ciò che funziona». «Ho sentito ripetutamente parlare di disinformazione, media, social e nuove fonti. Quello che io credo dovremmo fare come media tradizionali è non continuare, per paura dell'estinzione, a imitare quello che succede, ma avere un sussulto di responsabilità molto forte», ha ammonito dal palco il giornalista Paolo Giordano. «E questo è ciò in cui la scienza e la fisica, che io ho studiato, ti addestrano: ad avere rispetto e umiltà e a tenere molto chiara la linea di ciò che non si sa ancora».
Il cronista deve battere strade inesplorate e «colmare i vuoti lasciati da altri»: così ha descritto il mestiere Anna Zafesova, giornalista russa di cittadinanza italiana, che si occupa di raccontare l’universo post-sovietico. Negli ultimi due anni, Zafesova ha scritto in particolare della guerra in Ucraina. «Abbiamo molto sottovalutato il danno che fa un totalitarismo: quanto una società, una nazione, una cultura ne escono mutilati. La democrazia e la libertà, purtroppo, non sono naturali, si imparano anche faticosamente e si può venire bocciati in questi in questi studi». A pagarne le spese sono anche i cronisti, come nel caso di Viktorija Rošcyna della testata Ukraïns’ka Pravda, torturata e uccisa per i suoi reportage, e dei colleghi che hanno perso la vita a Gaza.
Sul futuro del giornalismo incombe però una sfida nuova, cioè quella dell’intelligenza artificiale generativa. A distinguere un buon lavoro da qualcosa che potrebbe produrre un algoritmo restano due caratteristiche: l’autorevolezza e l’esperienza. Solo così il giornalismo assume su di sè la funzione di presidio democratico. Per questo, ha sottolineato Orsola Riva, «bisogna puntare sulla coltivazione dello spirito critico già a partire dalla scuola, per rendere i ragazzi in grado di distinguere ciò che vale da ciò che non vale, una fonte buona e autorevole da quella che invece non lo è».