I banchieri centrali di tutto il mondo credono nella forza dei bond sovrani, specie se con caratteristiche green. È quanto emerge dalla Ubs Annual Reserve Manager Survey di Ubs Asset Management, braccio di risparmio gestito della banca svizzera, che ha condotto un sondaggio tra 40 banche centrali a livello mondiale, rappresentative di oltre 15 mila miliardi di dollari di asset (circa la metà delle riserve globali).
Alla domanda su quali asset class si comporteranno meglio a livello di performance aggiustata per il rischio nei prossimi 5 anni ben il 70% dei banchieri centrali ha indicato i bond sovrani, seguiti da liquidità e debito di breve periodo (42%), mentre solo il 21% ha affermato di aspettarsi una performance brillante delle azioni dei mercati sviluppati. Il tutto si riflette nelle scelte di portafoglio: il 48% dei gestori degli istituti centrali aumenterà la quota di eurobond in portafoglio nel prossimo anno, il 57% incrementerà la quantità di green bond e il 35% lo farà con i titoli corporate.
Al contempo i banchieri centrali sono sempre più interessati alla diversificazione, optando in particolare per la parte passiva delle strategie azionarie: a incrementarne la quota in portafoglio sarà nei prossimi mesi il 26% dei gestori, quasi quanto quelli (30%) che aumenteranno l’investimento in oro. Una serie di scelte di portafoglio che vanno di pari passo con i rischi attesi dai banchieri centrali: come lo scorso anno, quello principale è rappresentato dalla geopolitica, con la quasi totalità degli intervistati che ritiene che il mondo si stia frammentando in un sistema multipolare.
La maggior parte degli intervistati ritiene peraltro che una vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa di novembre (presumibilmente contro Kamala Harris) porterebbe maggiori scontri geopolitici, con un’ulteriore escalation dei contrasti con la Cina. I banchieri centrali ritengono anche che una vittoria dell’ex presidente potrebbe condurre a tassi di interesse più bassi (per il 76% del campione), a livelli di deficit pubblico più elevati (per i tre quarti del totale) e a una crescita del prezzo delle azioni americane (secondo l’85% dei partecipanti al sondaggio).
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Guardando invece allo scenario di crescita economica, le banche centrali globali sono ottimiste. Due terzi degli intervistati credono che lo scenario più probabile sia quello di atterraggio morbido e solo l’11% crede che ci sarà una recessione negli Usa. Il 71% inoltre stima che l'inflazione core americana si collocherà attorno al 2-3% nel 2025 e nessun intervistato si aspetta che sarà superiore al 4% (o inferiore all’1%).
«Il rischio di recessione negli Stati Uniti è percepito come molto basso dalla maggioranza delle banche centrali intervistate», segnala Massimiliano Castelli, head of strategy & advice di Ubs Asset Management. «Tuttavia, poiché l'economia globale rimane resistente ed è destinata a un atterraggio morbido, le banche centrali manterranno i tassi d’interesse più alti più a lungo per portare l'inflazione al target».
Infine uno sguardo al dollaro. I banchieri centrali vedono ancora una domanda forte per il biglietto verde e non percepiscono segnali di un indebolimento della sua posizione dominante nelle riserve valutarie. Quasi la metà degli intervistati peraltro ritiene che il passaggio a un sistema multipolare non influirà sulla posizione dominante del dollaro nell'architettura finanziaria globale. (riproduzione riservata)