Pirelli smentisce Grizzly Research sulle attività in Russia e annuncia azioni legali. Così il 4 giugno a Piazza Affari il titolo del colosso italiano degli pneumatici, sceso nell’intraday del 13,4% fino a un minimo a quota 5,31 euro (livello del 25 aprile 2025), cancellando i guadagni dell’anno in corso, è risalito e in chiusura ha limitato i danni a un -1,39% a 6,05 euro.
Questa mattina Grizzly Research, hedge fund basato a New York, ha dichiarato di essere short su Pirelli e ha pubblicato un report in cui accusa l’azienda guidata da Andrea Casaluci di avere una «dipendenza nascosta» e relazioni strette con la Russia, considerate un rischio per la sicurezza nazionale dei Paesi occidentali.
Secondo il report, il sito industriale del gruppo italiano a Kirov sarebbe vicino a un altro produttore di pneumatici di proprietà statale e gestito da un’organizzazione di ricerca militare, che avrebbe anche una quota nelle attività russe di Pirelli, potenzialmente consentendo accesso a tecnologie «fondamentali per apparecchiature militari avanzate».
Niente di più falso. Pirelli ha detto che quanto riportato da Grizzly Research «non corrisponde al vero». In una nota l’azienda ha ribadito di non produrre pneumatici a fini militari. I due stabilimenti in Russia, uno a Kirov e l’altro a Voronezh, producono esclusivamente pneumatici per auto.
E l’unità che produceva pneumatici per impieghi militari, come reso noto anni fa alle autorità italiane, era stata ceduta da Pirelli per l’80% nel 2017 con un’operazione finalizzata, per il restante 20% nel 2022.
Proprio a marzo di questo anno, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Pirelli aveva dichiarato di aver sospeso gli investimenti in Russia, con l’obiettivo di limitare le attività negli impianti locali solo a quelle necessarie a garantire il pagamento degli stipendi ai dipendenti. Mentre, secondo la trimestrale pubblicata a maggio, al 31 marzo la società attribuiva alla Russia, al Medio Oriente, all’Africa e all’India complessivamente meno del 6% dei ricavi.
Stando alla ricerca di Grizzly, circa il 10% dell'utile netto del produttore di pneumatici verrebbe dalle attività in Russia e Grizzly sospetta che il business nel Paese sia stato trainato dalla domanda legata all'invasione dell'Ucraina da parte di Mosca. Più a lungo Pirelli resta in Russia, «più lo status quo potrebbe diventare una passività», ha aggiunto Grizzly, sostenendo che l’azienda dovrebbe vendere i propri asset nel Paese: «potrebbe fare meglio a sopportare il colpo finanziario e prendere realmente le distanze dalle proprie attività in Russia».
A tutela di tutti gli azionisti e del buon nome della società, Pirelli ha dato mandato a Gatti Pavesi Bianchi Ludovici Studio Legale associato di agire in tutte le sedi contro chi ha diffuso quelle che definisce informazioni false.
La Russia, ricorda Intermonte, rappresenta il 3% circa dei ricavi di Pirelli, mentre i due impianti locali, Kirov e Voronezh, operano esclusivamente per il mercato domestico. L’impatto a livello pre-tasse è leggermente più elevato, grazie alle royalty legate allo sfruttamento del marchio (a elevata marginalità), e può essere stimato intorno al 5% circa.
Prima della guerra in Ucraina, continua la sim, l’esposizione del gruppo era prossima al 9% circa, in quanto questi impianti fungevano anche da hub per l’export, attività successivamente riallocata verso Romania e Turchia. Il piano implementato dalla società è conforme alla normativa europea, che vieta sia l’import di prodotti realizzati in Russia verso l’Unione Europea sia l’export di materie prime verso la Russia.
«In questo contesto, la notizia potrebbe pesare nel breve sul titolo, ma Pirelli risulta in regola; nello scenario più negativo, si può ipotizzare una cessione forzata delle attività di Kirov, con un impatto limitato a meno del 5% del pre-tasse», calcola Intermonte, ribadendo il rating outperform e il target price a 7,6 euro sui titolo. Attualmente il consenso Bloomberg vede 13 rating buy sull’azione, 4 hold e 0 sell con un target price medio a 7,05 euro che implica un potenziale upside del 16,5%. (riproduzione riservata)