«Unicredit sta definendo una strategia di crescita di lungo termine con un adeguato equilibrio fra crescita interna, espansione, e sostegno degli stakeholder e degli shareholder. Anche l’economia italiana sta andando bene, perché il sistema delle imprese ha saputo approfittare della notevole immissione di liquidità di questi anni per fare investimenti. E i mercati ci stanno dando credito anche grazie alle prospettive di solidità del governo. A livello globale, però, il modello di crescita è cambiato. Il sistema fornisce segnali distorti, e può dare luogo a decisioni sbagliate. La parola chiave rimane incertezza».
Pier Carlo Padoan, presidente di Unicredit, ex ministro dell’Economia, in questi giorni in libreria con il volume Europa Sovrana, traccia un quadro della contingenza economica in occasione dei 35 anni di MF e non dimentica di segnalare quanto importante sia l’informazione finanziaria per consentire a imprese e azionisti di investire correttamente. Lancia anche un monito particolare sulla necessità di creare un mercato dei capitali da affiancare a quello bancario, e di utilizzare i fondi europei per stimolare la crescita e abbattere così il debito pubblico che storicamente affligge il Paese.
Domanda. Cosa è cambiato in questi decenni, in termini economici e di sistema?
Risposta. Un po’ tutto, ma soprattutto il modello di riferimento. Soprattutto quello di crescita e integrazione europea. E’ più difficile capire dove si va, e siamo in una fase estremamente delicata. Bisogna affrontare l’incertezza in modo costruttivo.
D. Le banche europee restano distanti, in termini dimensionali, rispetto a quelle americane.
R. E per giunta questa distanza aumenta. E’ un fattore doppiamente grave, perché sappiamo che il sistema europeo di crescita economica e industriale è bancocentrico. E a finanziarlo è essenzialmente il credito bancario, mentre negli Stati Uniti prevale il finanziamento via mercato. Non è una condizione secondaria. Senza un mercato dei capitali europei le prospettive di crescita e di innovazione sono tagliate fuori, e la distanza tra Europa e America aumenta. Abbiamo bisogno di completare quella che chiamerei l’Unione Finanziaria Europea.
D. Compresa l’Unione Bancaria, alla quale mancano ancora pilastri importanti
R. Manca il cosiddetto terzo pilastro, cioè l’assicurazione comune dei depositi. E’ un fattore che tocca più degli altri la sensibilità dei cittadini europei, anche se questa non è una ragione per non farlo.
D. Secondo Mario Draghi serviranno almeno 500 miliardi all’anno. Da dove possono arrivare? Soprattutto con deficit e debito ormai esplosi.
R. L’ordine di grandezza proposto da Draghi mi sembra ragionevole. E bisogna capire che queste risorse non possono venire dai settori pubblici, perché cosi il debito diventa insostenibile. Ecco perché bisogna creare una situazione nella quale investire con questi obbiettivi sia vantaggioso. Non serve forzare a investire, ma aiutare chi lo fa. Ci sono due importanti connazionali, Mario Draghi ed Enrico Letta ai quali è stato affidato il compito di ridisegnare i modelli di competitività europea e di funzionamento del mercato interno. Anche quest’ultimo è incompiuto e va rivitalizzato, perché l’integrazione tra i Paesi europei è il motore della crescita.
D. Nel suo libro appena pubblicato lei descrive tre sfide per il mondo nuovo.
R. Insieme a Paolo Guerrieri abbiamo cominciato a lavorare su questi temi qualche decennio fa, ma riteniamo queste idee ancora valide. Pensiamo che l’Europa debba avere un processo di integrazione che sia orientato anche al mercato interno, e non solo a quello esterno. Che sia in grado di darsi un ruolo globale, e che debba rivedere la propria governance superando i sistemi che impediscono di prendere decisioni cruciali senza unanimità. Un esempio efficace è l’euro, che non riguarda tutti i Paesi dell’Unione. Come dicono gli economisti ha una natura di club. Ovvero è un’associazione fra persone che la pensano in modo simile, ma che non necessariamente devono accogliere tutti nel club. Le porte sono aperte, ma non è accettabile che l’opposizione di alcuni impedisca agli altri di andare avanti e progredire.
D. Siamo ancora in tempo per cambiare rotta?
R. Certo che sì. Ci sono scelte che devono essere valorizzate, e questo è il compito della politica. Decidere di completare l’Unione Bancaria è una scelta politica che si deve tradurre in attività quotidiane di gestione. Se osserviamo le difficoltà di un istituto come il nostro a trasferire liquidità o capitale all’interno della sua geografia, ci chiediamo come fa a essere definita tale. Diciamo pure che non lo è.
D. Quella di Unicredit è una dimensione adeguata? Immagina il consolidamento? Sul lato internazionale o domestico?
R. Bisogna mantenere un equilibrio fra diversi interlocutori, e tra crescita interna, espansione e sostegno ad azionisti e stakeholder. Abbiamo un’idea proattiva del futuro.
D. Nelle sue mani di presidente c’è il delicato tema della governance.
R. Il ruolo della governance è fondamentale per dare un’indicazione concreta della direzione. Per non accontentarsi di aver raggiunto dei risultati e per definirli continuamente. Questo è il compito strategico del board e del ceo, che ha portato in questi anni Unicredit ad essere molto diversa da quella che era fino a poco tempo fa.
D. Voi avete anche un polso particolare sull’economia italiana.
R. Non c’è dubbio che stia andando bene. Potrebbe andar meglio, ma questo è sempre vero. I dati sono migliori degli altri Paesi, anche se non in maniera stratosferica. Ma ora le imprese non devono avere paura di crescere. Il timore che ne hanno le piccole imprese italiane deve essere ridimensionato, anche perché gli imprenditori italiani sono bravissimi e possono permetterselo.
D. L’Italia ha quasi 3 mila miliardi di debito pubblico che deve essere ridotto.
R. La cosa fondamentale da fare è metterlo su un sentiero di discesa credibile ma la strada principale è la crescita. I mercati stanno dando credito all’Italia che deve cogliere il massimo dal Next Generation Eu, uno strumento nuovo e rivoluzionario, che combina riforme strutturali con fattori finanziari. (riproduzione riservata)
ha collaborato
Adolfo Valente