Grandi pulizie a Piazza Affari. Da luglio a dicembre 2024 sono state lanciate 9 opa cui sommare 28 delisting nel corso dell’anno. Appena iniziato gennaio, ecco che arriva la proposta di acquisizione di Banca Ifis su Illimity quando il titolo della banca digitale fondata da Corrado Passera era in calo di quasi il 64% dal prezzo di ipo. Se l’operazione andasse in porto, Illimity verrebbe a sua volta delistata e inglobata nella banca veneta. Prezzi depressi e scambi ridotti sono spesso motivo per cui i fondi di private equity si affacciano su Piazza Affari per rilevare società a sconto oppure perché sono gli stessi fondatori a lanciare un’offerta di acquisto sulla propria azienda.
Milano Finanza è andata a guardare a questo punto come sono andate le ipo negli ultimi 15 anni per capire quali sono le società il cui valore attuale di mercato è più distante. E che quindi potrebbero essere soggette a opa. Quelle che hanno perso dal 100% del valore al 63% (livello raggiunto da Illimity), per esempio, sono oltre 50, non poche. E quelle che hanno perso fra il 10% e il 50% sono una settantina (la tabella è in fondo all’articolo).
Secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, «la vulnerabilità di una società a opa o delisting non dipende esclusivamente dalla performance negativa in borsa, anche se questa è un indicatore rilevante. Un drastico calo del valore di mercato può attirare investitori interessati a operazioni di acquisizione, soprattutto se il titolo è sottovalutato rispetto agli asset o al potenziale di business». Tuttavia, altre variabili giocano un ruolo importanti. Fra queste, prosegue Debach, «un basso livello di flottante e una scarsa liquidità del titolo sono segnali spesso collegati al delisting perché evidenziano un interesse limitato da parte degli investitori pubblici. Se poi gli azionisti principali detengono quote vicine al 90%, il delisting diventa una strada più percorribile, anche per evitare i costi associati alla quotazione».Il modello di business è un altro elemento centrale, avverte l’analista: «le difficoltà operative che non trovano risposte credibili sul mercato possono spingere i soci di maggioranza a cercare un riassetto privato».
Esistono settori più sensibili di altri? Pare di sì. Secondo Debach, ambiti come «il turismo potrebbero rivelarsi particolarmente interessanti per i fondi di investimento, vista la crescente attenzione per attività legate al tempo libero e all’esperienza dei consumatori. Operazioni strategiche, come quelle portate avanti da Giovanni Tamburi (si veda Alpitour, ndr), indicano come il turismo resti un’area di interesse per consolidamenti. Quanto a realtà che operano in un settore di nicchia, è plausibile che la ricerca di modelli alternativi di crescita sia al centro delle loro strategie, anche se non è detto che il delisting sia necessariamente la scelta ottimale». Debach cita a questo punto il settore bancario, dove il consolidamento è in corso. «La necessità di maggiore concentrazione e di utilizzo del capitale in eccesso da parte degli istituti sta alimentando operazioni straordinarie. Questo risiko è emblematico di come pressioni di mercato e strategie di lungo termine possano convergere», conclude l’esperto.
Sono teoricamente a rischio delisting «i titoli che hanno avuto performance pessime, quindi le società che hanno avuto rendimenti al di sotto del -90% dal prezzo dell’ipo e soprattutto che hanno un capitale basso, inferiore ai 20 milioni», nota David Pascucci, analista di Xtb. Questi titoli di fatto «potrebbero essere probabilmente delistati per via delle debolezze strutturali sul mercato, sia in termini di capitalizzazione, sia di rendimento». Analizzando le società nella tabella di Milano Finanza, Pascucci cita Estrima, Visibilia Editore e Mevim. Seguono Askoll Eva e Agatos. Sono titoli piccoli, dell’Egm, in alcuni casi in difficoltà finanziaria, come Illa e Visibilia. Estrima(-92%, mobilità elettrica) spicca per una capitalizzazione quasi nulla (1 milione).
Ma giusto dietro a questa pmi emerge doValue, 262 milioni di euro di market cap, -91% la performance dall’ipo, -72% nel corso dell’ultimo anno. La società, che ha rilevato da poco Gardant, si occupa della gestione dei crediti deteriorati, attività più florida negli anni passati e soggetta a consolidamento (si veda l’opas di Banca Ifis su Illimity). Oggi il capitale è in mano a Fortress (23% circa) società in portafoglio a Mubadala (Emirati Arabi), a Elliott (18,3%) e Bain (11,2% circa). Il flottante è al 47%.
E che dire di Banca Sistema? Ha perso quasi il 66% dall’ipo e vale poco più di 100 milioni sul mercato. La società dello Star, specializzata nell’acquisto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione, vede l’ad Gianluca Garbi azionista di riferimento con il 23,5% attraverso vari veicoli, a seguire alcune fondazioni bancarie. Il flottante è al 49%.
Antares Vision, un’ex Spac promossa da Mediobanca, opera nel controllo del packaging, ha perso il 66% dall’ipo e vale 238 milioni sul mercato. I due fondatori, Emidio Zorzella e Massimo Bonardi, detengono il 49,5% delle quote con un flottante del 31,3%. Prima di Illimity compare l’insurtech Yolo (-63,9%). Fondata da Gianluca De Cobelli e Simone Ranucci Brandimarte, si è quotata nel 2022 per private placement su Egm e vale 17 milioni sul mercato. La società ha chiuso il primo semestre 2024 in perdita per 2,4 milioni (-2,7 milioni in tutto il 2023). I due fondatori hanno oggi circa il 12%, le Generali il 12,8%, Neva Sgr (Intesa Sanpaolo) il 10,8%. (riproduzione riservata)