Può un business che non fa utili in modo costante funzionare in borsa? La domanda sorge osservando l’evoluzione di due venture builder quotati, H-Farm e Digital Magics, che tra marzo e aprile affronteranno una fase di cambiamenti interni: il primo si avvia verso un’opa finalizzata al delisting, il secondo si prepara alla fusione per incorporazione in LVenture, altro incubatore quotato a Piazza Affari. «In Italia un possibile fattore di penalizzazione per gli incubatori quotati sono le piccole dimensioni in termini di portafoglio, capitalizzazione e flottante», spiega Gian Marco Gadini, analista di Banca Akros. «Questo è un business in cui sono rilevanti i grandi numeri in termini statistici: avere molte startup in portafoglio serve per massimizzare le possibilità di trovare un unicorno che, con un’exit consistente, compensi le fisiologiche perdite su altre startup non andate a buon fine».
Nel 2015 Riccardo Donadon, fondatore e ceo di H-Farm, arrivò a Piazza Affari a bordo di un trattore rosso per la quotazione della sua società. In quell’occasione H-Farm, «costruttore» di startup ora concentrato sul settore dell’education, debuttò con un prezzo di ipo di 1 euro. L’opa lanciata da E-Farm (controllata da Donadon) e Cgn Futuro ha fissato l’asticella prima a 0,1125 euro, ora a 0,15 euro. Il prezzo è più basso dell’85%, ma vista la poca liquidità del titolo gli esperti ritengono che il delisting non sia fuori portata. «Abbiamo capito che il nostro business non è facile da raccontare in borsa», sostiene Donadon.
Il mercato vuole utili, ma gli incubatori possono aspettare anni prima di fare un’exit di valore. E a volte, secondo Donadon, non basta nemmeno questo: il titolo ha continuato a scendere anche dopo la vendita a Jakala di tre startup dedicate alla trasformazione digitale per 40 milioni nel 2022. Operazione che aveva consentito a H-Farm di chiudere il 2022 con 17 milioni di utile. Ma nel 2023 la società ha avuto di nuovo una perdita di quasi 9 milioni al 31 agosto. Meglio, quindi, per i soci stare lontano dalla borsa. Anche se Giovanni Natali, presidente AssoNext, puntualizza: «In nove anni di quotazione la società ha raccolto qualche decina di milioni di capitali con diversi strumenti finanziari. Soldi che, in quegli anni e con quei bilanci, né il private equity né le banche le avrebbero dato».
Anche Digital Magics, che dall’ipo nel 2013 ha perso circa il 70%, dovrebbe archiviare il 2023 in rosso: nel comunicato congiunto diffuso con LVenture il 26 febbraio segnala una perdita prevista tra 5,1 e 5,5 milioni dopo quella da 1,2 milioni del 2022. Risultati su cui pesa la svalutazione di Hyperloop, la startup del treno ultraveloce nato da un’idea di Elon Musk, fallita. Anche LVenture stima un rosso di 2,9-3,2 milioni nel 2023, che segue quello di 2,7 milioni nel 2022. Nel 2021, invece, aveva fatto utili per 1,7 milioni.
La fusione dovrebbe essere effettiva l’1 aprile. A quel punto Digital Magics e LVenture diventeranno sub-holding di una nuova entità che, secondo le stime, dovrebbe arrivare a 11,5-12,7 milioni di ricavi nel 2024, con ebitda e utile positivi. Nell’ottica di ampliare gli investimenti in portafoglio «la fusione tra Digital Magics e LVenture ha senso», conclude Gadini. «Potrà aiutare il titolo della nuova entità ad avere maggiori dimensioni e liquidità, anche se il nuovo soggetto, per quanto grande rispetto alla media italiana, avrà comunque ancora spazi di crescita nel confronto con la media europea». (riproduzione riservata)