Settore automobilistico europeo in panne dopo che Donald Trump ha annunciato che dal 2 aprile gli Stati Uniti metteranno il 25% di dazi su tutte le auto importate. L’Euro Stoxx Auto ha perso in chiusura lo 0,97% dopo essere caduto nell’arco della giornata del 3%. A Milano Stellantis ha perso il 4,23%, viceversa Ferrari ha virato al rialzo sul finale (+1,82%) dopo aver confermato un aumento dei prezzi fino al 10% su alcuni modelli, pur mantenendo invariati gli obiettivi finanziari per il 2025. A Francoforte Bmw, Mercedes, Volkswagen e Porsche hanno lasciato sul terreno il 2,55%, il 2,69%, l’1,49% e il 2,5%, rispettivamente. Viceversa a Parigi Renault, non impattata dai dazi, è salita dello 0,55%.
Il tycoon ha anche precisato che gli importatori i cui veicoli rientrano nell'accordo commerciale Usmca, negoziato durante il suo primo mandato con Canada e Messico, avranno «l'opportunità di certificare il contenuto e i sistemi statunitensi, in modo che il dazio del 25% si applichi solo al valore del loro contenuto non statunitense».
Gli Stati Uniti importano circa il 50% dei 16 milioni di veicoli venduti annualmente nel Paese: il 25% dal Messico e dal Canada (principalmente produttori statunitensi), il 10% dal Giappone (Toyota, Nissan e Honda), il 10% dalla Corea (Hyundai e Kia) e meno del 5% dalla Germania.
«Ci aspettavamo dazi più bassi, intorno al 10%, anche se riteniamo che possa esserci ancora margine per negoziare», commenta l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo. Se confermato, «prevediamo che le case automobilistiche trasferiranno per lo più i costi maggiori ai clienti attraverso un aumento dei prezzi, il che potrebbe avere un impatto significativo sui volumi di vendita negli Stati Uniti in futuro». Secondo Goldman Sachs, i prezzi delle auto potrebbero aumentare da 5.000 a 15.000 dollari se venisse mantenuta una tariffa del 25% sulle auto importate. «Ci aspettiamo anche alcune potenziali misure di emergenza, come modifiche nella distribuzione geografica della produzione e delle vendite, anche se queste comporterebbero costi aggiuntivi e, soprattutto, non avrebbero un impatto significativo nel breve termine», aggiunge Intesa.
«Tra le grandi aziende che copriamo le più impattate sono Ferrari, per cui stimiamo che gli Stati Uniti rappresentino il 25% dei volumi e che importi il 100% dei suoi veicoli dall'Italia, e Stellantis, per cui gli Stati Uniti rappresentano il 37% dei ricavi e stimiamo che importi circa il 50% dei suoi volumi statunitensi da Messico, Canada e altri Paesi non statunitensi», sottolinea Banca Akros.
«Crediamo che Ferrari, più di altri produttori di auto, possa mitigare parte dell'impatto attraverso un aumento dei prezzi, mentre Stellantis potrebbe beneficiare dell'accordo Usmca. Entrambe potrebbero, inoltre, trarre vantaggio da un potenziale apprezzamento del dollaro statunitense», continua Banca Akros.
Per quanto riguarda i dazi statunitensi sulle importazioni da Messico e Canada, analizza l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, questi colpirebbero principalmente Stellantis e i suoi concorrenti statunitensi, General Motors e Ford, vista la loro forte presenza produttiva in Messico. Nell’area Nafta, Stellantis gestisce 11 stabilimenti di assemblaggio, di cui 2 in Canada e 3 in Messico. «Stimiamo che il Messico rappresenti circa il 25,5% della produzione totale del gruppo nell’area, mentre il peso del Canada dovrebbe essere intorno al 18%. Complessivamente, sulla base delle nostre simulazioni, le importazioni totali di Stellantis da Messico e Canada dovrebbero rappresentare circa il 37% delle vendite totali del gruppo negli Stati Uniti, un livello superiore alla media del settore pari al 20-21%», osserva Intesa.
Certo che una conferma di dazi significativi verso Canada e Messico renderebbe i ricavi di Stellantis negli Stati Uniti molto meno competitivi. Per quanto riguarda, poi, i dazi statunitensi sulle importazioni europee, Volvo Cars (dato il suo livello limitato di produzione negli Stati Uniti, ma con circa il 17% delle vendite realizzate negli Usa) e Porsche (che esporta interamente dall'Europa verso gli Usa) sarebbero i più esposti, ma ci sarebbe un impatto negativo anche per Mercedes e Bmw.
Entrambe hanno una presenza produttiva significativa negli Stati Uniti, ma la produzione locale viene in parte esportata e le importazioni dall’Europa rappresentano ancora circa il 40-50% delle loro vendite di unità negli Usa, secondo le stime di Intesa Sanpaolo. Infine per quanto riguarda Volkswagen, l'esposizione del gruppo agli Stati Uniti è relativamente limitata (circa l’8% delle consegne totali, secondo Intesa), ma le importazioni dal mercato europeo rappresentano il 70% delle vendite di Audi e il 100% di Porsche, Lamborghini e Bentley, quindi il gruppo dovrebbe comunque subire un impatto indiretto significativo dalla misura.
A livello lordo, Banca Akros ha stimato un impatto sugli utili di circa 400 milioni di euro per Ferrari e di 7 miliardi per Stellantis, mentre a livello netto l'impatto stimato potrebbe essere inferiore a 100 milioni sull’ebit 2025 di Ferrari (una riduzione in percentuale low-mid single digit) e superiore a 1 miliardo per Stellantis (una riduzione in percentuale a doppia cifra).
Ma la notizia è negativa anche indirettamente per i fornitori di componenti Oem (original equipment manufacturer), come Stm e Brembo, che potrebbero subire una riduzione dei volumi nel caso in cui i produttori di auto cercassero di aumentare i prezzi per compensare i dazi, avverte Banca Akros, confermando, quindi, il rating neutral su Ferrari, Stellantis, Stm e Brembo.
Equita aveva già simulato uno scenario ipotetico (assenza di fattori mitigatori, stabilità dei cambi e dell’inflazione e impatto negativo del 10% sul fatturato del business coinvolto), identificando le società italiane più colpite (inteso come impatto sull’ebitda). Eccole in ordine decrescente: Eurogroup, Stellantis, Sogefi, Pirelli e Brembo.
Tuttavia, precisa Equita, «riteniamo che le società con maggior capacità di tamponare questi effetti negativi siano Brembo che produce tutte le pinze in alluminio in Messico, ma spesso è fornitore unico; Pirelli che può aumentare l’import dal Brasile, come faceva in passato, anche se ciò implica maggiori costi di trasporto e maggiori tempi di consegna. Mentre Eurogroup spesso è fornitore unico (75% delle piattaforme) essendo di fatto l’unica alternativa sul mercato e dispone di uno stabilimento in Usa in cui trasferire potenzialmente, almeno in parte, la produzione per il segmento elettrico».
Bisogna fare un discorso diverso per Ferrari, che genera in Usa il 26% del fatturato producendo solo in Italia. Per la tipologia di clientela «riteniamo non ci siano effetti significativi sulla domanda. Resterebbe da verificare l’impatto sugli ordini già in portafoglio: contrattualmente la Rossa ha la possibilità di variare il prezzo, ma riteniamo che decisioni in merito verranno modulate in funzione di ciò che verrà ritenuto opportuno dal punto di vista commerciale», conclude Equita.
Viceversa, le società meno esposte sono Michelin, avendo una significativa capacità produttiva in Usa, e Iveco che in Nord America genera solo il 2% del fatturato tramite forniture dall’Europa. In ogni caso può esserci ancora un minimo spazio di manovra dal punto di vista negoziale anche considerando i probabili contro-dazi che molti Paesi, compresi quelli dell’Unione Europea, hanno già minacciato.
Nel complesso i dazi rimangono un motivo per non salire sulle auto targate Ue. Infatti, osserva Citi, «sono stati il motivo per evitare l’esposizione al settore auto europeo per almeno sei mesi. L'annuncio di dazi globali all'importazione di auto negli Stati Uniti del 25% si colloca all'estremità superiore del range 10%-25% che gli investitori si aspettavano. Chiaramente si sono pre-posizionati sul lato short, in particolare gli hedge fund, mentre gli investitori a lungo termine sono rimasti sottopesati. Questo dovrebbe fornire una certa resilienza contro le probabili revisioni al ribasso delle stime del consenso sugli utili per azione (eps) delle società del comparto se i dazi del 25% resteranno in vigore», indica Citi, ritenendo che, a livello europeo, Stellantis, Porsche, Bmw, Mercedes-Benz Group e Volkswagen siano i colossi più esposti, in quest’ordine, mentre non ci sono rischi per Renault.
Se da un lato è scontata la reazione negativa delle azioni del settore, dall'altro questo potrebbe rappresentare un «clearing event», con un certo rischio di short squeeze (su Stellantis e Porsche) se il ribasso non può essere sostenuto nel tempo. «Sarà interessante vedere se i prezzi delle azioni recupereranno terreno dopo questa reazione iniziale, se l’interesse per i titoli ciclici europei sarà mantenuto. Continuiamo ad apprezzare Volkswagen e Renault, entrambe coperte con un rating buy, in questo scenario e rimaniamo con un consiglio d’acquisto su Porsche, in quanto già shortata parecchio», suggerisce Citi che, invece, ha un rating neutral su Bmw, Mercedes-Benz e Stellantis e sell su Ferrari. (riproduzione riservata)