Le forze di maggioranza (e non solo) spingono per una revisione delle condizioni per ottenere le agevolazioni riservate agli investimenti privati nel terzo pilastro del Piano Casa.
Nell’ambito dell’iter parlamentare del decreto legge in corso con la discussione in Aula alla Camera programmata per venerdì 19 giugno, tra i 570 emendamenti segnalati spiccano quelli relativi al comma 7 dell’articolo 9 della versione originaria del provvedimento, che disciplina i grandi programmi di investimento sul territorio italiano. Come già rivelato da MF-Milano Finanza, sono due gli elementi – interconnessi – che hanno creato parecchi malumori tra gli esponenti del settore immobiliare: il fatto che le agevolazioni urbanistiche e volumetriche per investimenti privati inserite all’interno del decreto, con la corrente impostazione, siano riservate alla fetta di edilizia convenzionata (almeno il 70%) solo di progetti superiori a un miliardo di euro nonché provenienti dall’estero.
Sul tema sono stati avanzati, e poi inseriti tra i segnalati, quattro emendamenti da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia per apportare delle modifiche, anche sostanziali. Le ipotesi sono dunque quattro. La più netta, siglata dal deputato di FdI Mauro Rotelli, è l’eliminazione completa dei due limiti principali: sia il tetto di un miliardo di euro sia la provenienza dall’estero dell’investimento.
Arriva da quattro esponenti di Forza Italia (primo firmatario Francesco Battistoni) invece la proposta di abbassare la soglia a 100 milioni con almeno 300 appartamenti e realizzati anche da raggruppamenti temporanei di imprese, indipendentemente se italiani o esteri. Altra opzione proposta da FI e Lega, rispettivamente da tre e quattro deputati, manterrebbe la soglia di un miliardo ma spalmati su 10 anni e relativi anche a interventi su geografie diverse. Sempre di matrice leghista e a prima firma di Gianpiero Zinzi è, infine, l’emendamento che spinge per apportare una specifica nel conteggio del miliardo, facendovi rientrare non solo l’equity ma anche il debito.
Sono state, inoltre, messe sul tavolo cinque proposte di modifica del testo originale del dl Piano Casa per rivedere la quota minima (70%) di alloggi che i costruttori privati devono assicurare all’edilizia convenzionata (vendita o locazione), per avere accesso alle semplificazioni e agevolazioni governative sugli investimenti. Netta la modifica suggerita da tre deputati di Forza Italia, guidati da Annarita Patriarca: la soglia va ridotta al 50% dell’investimento privato complessivo per nuove abitazioni.
Più articolata la proposta avanzata, in termini identici, da deputati delle fila di Fratelli d’Italia (Massimo Milani), Lega (guidati da Zinzi) e Forza Italia (a prima firma di Patriarca). Nel dettaglio, viene suggerita anche in questo la riduzione della percentuale al 50%, a condizione però «che almeno il 40% delle unità di edilizia convenzionata sia destinata alla locazione a canone calmierato, con vincolo di destinazione minimo di trenta anni dalla data di fine lavori». Allo stesso tempo, la soglia per l’edilizia convenzionata potrebbe essere «scaglionata in misura proporzionale tra il 70 e il 50% in misura proporzionale alle dimensioni dell’intervento di sviluppo preventivato: riduzione di 5 punti percentuali per ogni 10.000 metri quadrati di superficie lorda di edilizia convenzionata realizzata», si legge nella proposta di modifica segnalata dai tre principali partiti di maggioranza.
Proprio quest’ultima parte dell’emendamento viene riproposta dai deputati leghisti senza però indicazioni precise dei criteri dell’abbassamento progressivo della soglia. Si legge infatti semplicemente: «La misura minima da destinare all’edilizia convenzionata può essere rivista al ribasso sino al 50% al crescere della quota di edilizia convenzionata in locazione presente nell'investimento».
Passando, invece, al fronte delle forze di opposizione al governo, quattro membri del Movimento Cinque Stelle (con Agostino Santillo primo firmatario) accendono il faro sulla necessità di non sottovalutare la specificità dei territori lungo lo Stivale, facendo di fatto eco a quanto segnalato dagli operatori del settore e dai costruttori. In particolare, l'emendamento dei pentastellati suggerisce di riconoscere una flessibilità al tetto per l’edilizia convenzionata tra un massimo del 75% e un minimo del 50% «secondo parametri che tengano conto dell'effettivo fabbisogno abitativo, delle specificità dei contesti urbani e del costo medio degli interventi di ristrutturazione, fermo restando l'obbligo di applicare prezzi ridotti di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato correnti per la quota di alloggi così individuata». (riproduzione riservata)