Tra Pakistan e Afghanistan è «guerra aperta». Si apre un altro conflitto e i prezzi del petrolio schizzano, anche perché il ministero degli Esteri cinese e le missioni diplomatiche in Iran hanno invitato i cittadini cinesi a non recarsi nel Paese e quelli già presenti a rafforzare le misure di sicurezza e a lasciare il territorio il prima possibile, alla luce del significativo aumento dei rischi di un conflitto con gli Stati Uniti.
Questo anche se Washington e Teheran hanno esteso i colloqui sui piani nucleari alla prossima settimana a Vienna, attenuando le preoccupazioni su possibili ostilità che potrebbero interrompere le forniture. Nel frattempo, l’Opec+ potrebbe riprendere un aumento della produzione nella riunione di domenica 1° marzo.
I futures sul Brent balzano del 2,44% a 72,56 dollari al barile e quelli sul Wti del 2,58% a 66,88 dollari al barile. «I trader sono in modalità wait and see in vista del fine settimana, con le tensioni in Medio Oriente in aumento da un lato e la riunione dell’Opec+ domenica, con un probabile incremento della produzione, dall’altro», ha dichiarato June Goh, analista senior di Sparta Commodities.
Le forze talebane il 26 febbraio hanno lanciato attacchi contro postazioni pachistane lungo alcuni tratti del confine che si snoda per 2.500 chilometri attraverso montagne e deserto, affermando di aver risposto al bombardamento messo a segno nei giorni scorsi da Islamabad contro quelli che ha definito campi dei miliziani del gruppo Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp), costato la vita ad almeno 18 persone.
Il Pakistan ha, quindi, risposto lanciando l'operazione Ghazab Lil Haqq (Furia Giusta), colpendo Kabul, la provincia sud-orientale di Paktia e Kandahar, considerata la culla spirituale dei talebani, dove si ritiene si trovi il leader del gruppo, Hibatullah Akhundzada.
La Russia ritiene necessario che i due Paesi cessino al più presto gli attacchi reciproci e risolvano le loro divergenze per via diplomatica e si è detta pronta a valutare un ruolo di mediazione se richiesto da entrambi.
Le tensioni sono aumentate costantemente tra i due Paesi dal ritorno al potere dei Talebani nel 2021, con Islamabad che accusa Kabul di ospitare gruppi militanti che pianificano attacchi in Pakistan. I due fronti non sono riusciti a prorogare una tregua mediata dal Qatar e dalla Turchia nell’ottobre dello scorso anno, mentre il Pakistan ha registrato nel 2025 l’anno più sanguinoso dell’ultimo decennio, con le vittime degli attacchi insurrezionali salite a 3.967 in tutto il Paese.
Al contempo, secondo June Goh, il tono dei colloqui tra Stati Uniti e Iran indica una riluttanza di entrambe le parti a fare concessioni, per cui la probabilità di un attacco statunitense è in aumento. In ogni caso qualsiasi azione militare sarebbe probabilmente limitata. Per altro nei prezzi del petrolio è già incorporato un premio per il rischio geopolitico tra gli 8 e i 10 dollari al barile, a causa dei timori che un conflitto possa interrompere le forniture dal Medio Oriente attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’offerta mondiale di greggio.
«L’offerta di petrolio potrebbe essere tra 10 milioni di barili al giorno in meno o 1 milione di barili al giorno in più rispetto ai livelli attuali, a seconda dell’esito degli attuali colloqui di pace», stimano gli analisti di Anz. «Tuttavia, l’attenzione è rivolta allo Stretto di Hormuz. Qualsiasi scenario che non comporti un’interruzione prolungata delle forniture attraverso questa via d’acqua probabilmente determinerebbe solo rialzi temporanei dei prezzi del petrolio», aggiungono ad Anz.
Per attenuare l’impatto di un possibile attacco, l’Arabia Saudita sta aumentando la produzione e le esportazioni di petrolio nell’ambito di un piano di emergenza, hanno riferito a Reuters alcune fonti. Inoltre, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e i suoi alleati, il gruppo noto come Opec+, dovrebbe valutare un aumento della produzione di 137.000 barili al giorno per aprile nella riunione del 1° marzo, hanno aggiunto le fonti, dopo aver sospeso gli incrementi nel primo trimestre.
Mentre le vendite di petrolio nell’ambito del recente accordo di fornitura tra Stati Uniti e Venezuela dovrebbero raggiungere i 2 miliardi di dollari entro la fine di febbraio, stando alle dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi. Questo dopo che Washington ha preso il controllo dell’industria petrolifera venezuelana all’inizio dell’anno con la cattura del presidente, Nicolás Maduro, da parte delle forze statunitensi.
Da allora, il Venezuela ha aumentato la produzione interna, mentre le società di trading globali Vitol e Trafigura stanno commercializzando gran parte del petrolio del Paese. Diversi acquirenti in Asia ed Europa, inclusa l’India, importante consumatore di greggio, dovrebbero ricevere petrolio venezuelano nelle prossime settimane. Il ritorno del Venezuela segna un forte aumento delle forniture globali di petrolio, un trend che potrebbe esercitare pressione sui prezzi del greggio nei prossimi mesi. I timori di un eccesso di offerta nel 2026 hanno pesato in modo significativo sulle quotazioni di oro nero negli ultimi mesi. (riproduzione riservata)