Se c’è un’asset class di investimento che più di ogni altro è sensibile alle turbolenze geopolitiche in Medio Oriente, questa è il petrolio. E la ragione è presto detta: proprio in quell’area geografica si concentra una buona fetta della produzione (e quindi dell’esportazione) globale. Se il Medio Oriente trema, in buona sostanza, l’offerta di oro nero è a rischio. «L’escalation in Medio Oriente, si legge in un recente rapporto di Ubs che ha primo firmatario Mark Haefele, global wealth management chief investment officer, «sta contribuendo a un periodo di volatilità di mercato, nel timore che un conflitto regionale (che vede coinvolti tra gli altri Israele e Iran, ndr) possa interrompere l’offerta di petrolio.
L’attacco missilistico dell’Iran a Israele di inizio mese ha provocato una fiammata repentina dei prezzi del greggio, con il Wti balzato in poche sedute da 69 a 77 dollari al barile e il Brent schizzato, nello stesso lasso temporale, da 71 a 81 dollari. Entrambi gli indici hanno poi ritracciato, dopo le indiscrezioni su un possibile cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah, ma il messaggio di fondo resta: il prezzo del petrolio è quanto mai sensibile a qualsiasi notizia, positiva o negativa, arrivi dal fronte mediorientale.
Per chi volesse esporsi ai titoli azionari legati al petrolio e all’energia (quindi non alle materie prime in forma diretta) ci sono vari fondi comuni e soprattutto Etf dedicati. La classifica elaborata da Fida propone una selezione di 10 comparti di investimento (otto dei quali sono passivi) che da inizio anno rendono in media il 10,3%, che passa al 5,3% a un anno e sfiora il 63% su una prospettiva triennale.
Hanetf, con il comparto Alerian Mid. Energy (un Etf), mette a segno da gennaio una perforamcne del 25,2%, che su tre anni supera il 77%. Perché esporsi al tema del petrolio con un indice e non con una selezione attiva di titoli? Risponde Stacey Morris, head of energy research di Tmx Vettafi e partner di Hanetf: «I prezzi del petrolio sono volatili e comportano un rischio significativo per il titolo della società sui cui si intende investire. L'accesso a questo universo attraverso un indice di titoli energetici offre una diversificazione e un rischio minore rispetto all’investimento sui singoli titoli, pur avendo una copertura geopolitica». Quanto ai settori e alle geografie meglio posizionati oggi, il money manager ritiene che «le società midstream nordamericane gestiscono infrastrutture, come i gasdotti, fornendo servizi a pagamento: ciò si traduce in flussi di cassa stabili che isolano dalla volatilità dei prezzi delle materie prime». Queste società inoltre «possono generare free cash flow indipendentemente dai prezzi del petrolio, sostenendo così la crescita dei dividendi e dei riacquisti di azioni proprie».
Anche State Street cerca di captare il tema del petrolio con un bis di replicanti azionari tematici focalizzati sull’energia, che da gennaio rendono il 7,7% e 9.2%. Francesco Lomartire, responsabile per il Sud Europa di Spdr Etf (parte di State Street Global Advisors), fa notare un apparente paradosso: «Nonostante le tensioni geopolitiche tra Israele e Hamas e la recente escalation in Libano, il prezzo del Brent rimane basso, vicino ai livelli pre-conflitto (quando era intorno agli 84 dollari, ndr)». Sorprende, aggiunge il money manager, «come i mercati siano lontani dal prezzare rischi di interruzioni nell’offerta da parte di paesi esportatori chiave come l’Iran o nelle rotte di spedizione del Mar Rosso». Una spiegazione? «Potrebbe essere legata al fatto che la produzione Usa è a livelli record, a supporto di una crescente domanda di energia residenziale e industriale». Quanto alla scelta di un Etf passivo, Lomartire fa notare che «investire in un indice di società energetiche non vuol dire focalizzarsi solo sulla commodity petrolio, ma considerare l’impatto della transizione energetica verso altre fonti di energia». Ad esempio, l’esperto segnala «il ruolo ponte del gas naturale a metà tra fonti fossili e rinnovabili, particolarmente rilevante in aree dove non è possibile un passaggio immediato alle rinnovabili».
Con il comparto GS III Global Environmental Transition Equity Goldman Sachs Asset Management (Gsam), ramo di risparmio gestito della banca d’affari americana, mette a segno un rendimento del 7,3% da gennaio e del 78% a tre anni. Gli analisti della banca, nel commentare il recente picco del greggio, hanno stimato due possibili scenari. Nel primo caso, «assumendo la distruzione di 2 milioni di barili al giorno dall’offerta iraniana nei prossimi sei mesi, prevediamo che il Brent possa temporaneamente arrivare a un picco di 90 dollari, se l’Opec (organizzazione dei Paesi produttori, ndr) dovesse rapidamente riequlibrare la situazione, e un picco nel 2025 intorno ai 95 dollari senza un’azione dell’Opec». In alternativa, «se ci fosse un’interruzione persistente di offerta iraniana di un milione di barili al giorno», con una compensazione da parte dell’Opec il Brent potrebbe «raggiungere un picco intorno agli 85 dollari», che diventerebbero «circa 95 senza un’azione dell’organizzazione degli Stati produttori» di greggio. (riproduzione riservata)