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Guido Scorza
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Perché mi sono dimesso dal Garante della Privacy. E perché rispetto la stampa e la giustizia. L'intervento di Guido Scorza

di Guido Scorza *
20 gennaio 2026, 17:46 Ultimo aggiornamento: 17:47

L’ex componente del collegio del Garante per i dati personali: «Se passa il principio che processi di ricerca mediatica e giudiziaria della verità, prima ancora di qualsivoglia accertamento, sono in grado di produrre questo genere di conseguenze su delle Autorità indipendenti, allora la democrazia è fragile e in pericolo»

I fatti sono noti: la Procura della Repubblica di Roma sta indagando su di me e sui miei ex colleghi del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali per ipotesi di reato gravi che, credo, sarebbe sbagliato ridimensionare: peculato e corruzione.

L’indagine è la proiezione giudiziaria di un’inchiesta giornalistica iniziata qualche mese fa. In questo contesto, nei giorni scorsi, come pure è ormai noto, ho rassegnato le mie dimissioni da componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali. L’ho fatto per senso dello Stato e rispetto delle Istituzioni pur essendo certo di non avere nessuna responsabilità in relazione ai fatti contestatimi.

L’importanza dell’informazione e della giustizia

Credo, tuttavia, che, al di là degli elementi autobiografici, la storia sia istruttiva perché racconta di un Paese, il nostro, nel quale non abbiamo ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri, tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita democratica.

Il punto credo sia questo: le inchieste giornalistiche e quelle giudiziarie sono sacrosante, sono utili, sono democraticamente preziose e quelle che hanno riguardato e riguardano me e i miei ex colleghi non si sottraggono a questa regola.

Guai se i giornalisti non si ponessero e non ponessero domande specie ai vertici delle Istituzioni, guai se non cercassero delle risposte e guai se non raccontassero quello che scoprono.

L’informazione è una pietra angolare della nostra democrazia.

E, allo stesso modo e, anzi, a maggior ragione, guai se i Giudici non indagassero su ipotesi di reato specie se addebitabili a chi ricopre ruoli come quello che ho ricoperto io fino a qualche giorno fa.

La Giustizia è un’altra pietra angolare della nostra democrazia, anzi, uno dei poteri senza i quali la democrazia, semplicemente, non esisterebbe. Tuttavia, le une e le altre, nel caso di specie, stanno, per ora, semplicemente, ricercando una verità – giornalistica in un caso e giudiziaria nell’altro – che è ancora lontanissima dall’essere accertata.

Il principio di presunzione di innocenza 

Ora a me sembra che in un Paese che abbia anche solo l’ambizione di sentirsi democratico media, politica e opinione pubblica dovrebbero avere chiara la netta differenza che esiste tra la fase – nella dimensione giornalistica come in quella mediatica – di ricerca di qualsivoglia responsabilità e quella di accertamento di tale eventuale responsabilità.

In fondo, proprio a garanzia della nostra democrazia oltre che della dignità delle persone, l’art. 27 della Costituzione prevede che «L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». E scriveva Piero Calamandrei «Il processo penale è fatto per gli innocenti, non per i colpevoli». 

Un principio stabilito per i processi in Tribunale che dovrebbe valere a maggior ragione per quelli sui giornali. Eppure, non è così, non è stato così in questo caso, non è stato così nel passato a proposito di centinaia, forse migliaia, di altri casi analoghi.

Le conseguenze per il Garante

Qui con un’aggravante: la sovrapposizione dei piani e delle fasi dei processi – mediatico e giudiziario – tra ricerca e accertamento della verità ha, nella sostanza, attentato all’autorevolezza percepita dalla gente dei vertici di un’Autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale come il diritto alla privacy, rischiando di comprometterne – o, forse, compromettendone – la concreta possibilità di operare nel pieno della sua efficacia e del suo vigore.

Ed è, forse, utile ricordare – da, ormai, ex componente mi viene più semplice scriverlo al riparo da facili contestazioni di partigianeria – che l’attività di quell’Autorità e delle donne e uomini che ci lavorano rappresenta, a sua volta, un’ulteriore pietra angolare della nostra democrazia.

Senza un Garante per la protezione dei dati personali che, nella società dei dati nella quale viviamo, vigili, con pari determinazione, sui trattamenti posti in essere da soggetti pubblici e privati, scongiurando il rischio che si affermino o amplifichino forme di sorveglianza massiva ad opera del Governo, così come di forme di capitalismo della sorveglianza privato, tutti i processi democratici diventano egualmente hackerabili, manipolabili, etero guidabili da questo o quel potere più forte degli altri.

La scelta dietro le mie dimissioni 

È questa dinamica che mi fa sentire, al tempo stesso, di aver fatto, da una parte, una scelta giusta, per me l’unica possibile nell’interesse dell’Autorità nella quale ho servito il mio Paese negli ultimi cinque anni ma, dall’altra, di aver fatto, questa scelta giusta per motivi ingiusti perché non dovrebbero poter essere delle legittime e sacrosante semplici inchieste giornalistiche e giudiziarie a porre un cittadino onesto fino a prova contraria, eletto al vertice di un’Autorità indipendente, davanti a una scelta difficile come quella davanti alla quale mi sono trovato.

Questo non per me, non per la mia scelta, non per le mie di missioni ma perché, sdoganato un principio che ho, probabilmente, contribuito a sdoganare sebbene per rispetto di un’Istituzione alla quale mi sento e mi sentirò sempre visceralmente legato, domani chiunque volesse ostacolare l’azione di un’altra Autorità indipendente potrebbe adottare lo stesso metodo, innescare lo stesso genere di inchiesta giornalistica, far promuovere lo stesso tipo di indagine giudiziaria.

Il rapporto tra media, magistratura, autorità indipendenti. E gli effetti sulla democrazia

È l’orribile sensazione che ho addosso e che accompagna, sin dal primo istante, la mia decisione di dimettermi: pur avendo fatto una scelta straordinariamente costosa nella dimensione personale e pur considerandola giusta, mi sento in colpa, mi sento responsabile, mi sento in difetto perché se passa il principio che processi di ricerca mediatica e giudiziaria della verità, prima ancora di qualsivoglia accertamento, sono in grado di produrre questo genere di conseguenze su delle Autorità indipendenti, allora la democrazia è fragile, la democrazia è a rischio, la democrazia è in pericolo e noi con lei.

Se il sistema non fosse stato malato, quello che davanti all’inchiesta giornalistica prima e giudiziaria poi avrebbe dovuto accadere è che le forze politiche tutte e senza distinzione di colore costituissero un ideale impenetrabile cordone attorno agli uffici dell’Autorità, invitando l’opinione pubblica a fare altrettanto per difenderne il funzionamento sino a quando non fossero, eventualmente, state accertate responsabilità personali di questo o quel rappresentante del Garante.

E che i media – non quelli autori di un’inchiesta di per sé lecita ma quelli che l’hanno, dal primo momento, raccontata in maniera, spesso, acritica, polemica e aggressiva – spiegassero all’opinione pubblica, in maniera equilibrata, quello che stava accadendo, l’esigenza di attendere l’accertamento, giornalistico e giudiziario, di una qualsiasi responsabilità e, l’importanza, fino ad allora, di garantire rispetto, autorevolezza e dignità ai rappresentanti di quell’Autorità e all’Autorità medesima.

Nulla, sfortunatamente, di quello che è accaduto con diverse forze politiche impegnate, al contrario, a chiedere, a gran voce, l’azzeramento dei vertici e lo smantellamento dell’Autorità, i media pronti a diventare grancassa di risonanza di queste richieste anche aiutati dagli algoritmi dei social network meglio disposti – per ragioni semplicemente commerciali – a amplificare le urla anziché le conversazioni pacate e un’opinione pubblica, eteroguidata a mezzo stampa e social, nella stessa direzione.

Quello che è andato in scena nelle ultime settimane è uno spettacolo drammatico di una democrazia pericolosamente fragile. E a me dispiace, nonostante le migliori intenzioni e la necessità, credo, della decisione assunta, esserne stato, mio malgrado, uno dei protagonisti. (riproduzione riservata)

* ex componente del Garante della Privacy



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