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Perché la Cina è alle corde in Iran dopo il bombardamento Usa dei siti nucleari degli ayatollah

di Guido Salerno Aletta
27 giugno 2025, 18:40 Ultimo aggiornamento: 30 giugno 2025, 13:20

Pechino deve innanzitutto prendere atto che l’Arabia Saudita ha rinunciato definitivamente all’adesione ai Brics+, avendo addirittura promesso a Trump di investire fino a mille miliardi di dollari negli Usa

Teheran è uno snodo cruciale per le strategie a lungo termine di Pechino: l’Iran è conteso con gli Usa, che stavolta hanno abbandonato la strategia del suo completo isolamento internazionale e delle sanzioni che avevano caratterizzato la prima presidenza di Donald Trump.


Lo scacchiere iraniano è ben diverso dalla guerra che si combatte da oltre due anni e mezzo in Ucraina e dalla situazione sempre più drammatica della Striscia di Gaza, eventi che Pechino strumentalizza ergendosi a difesa del diritto internazionale e velatamente li stigmatizza come sintomatici della fine della Pax Americana.

Il conflitto militare possibile sarebbe un problema

Un conflitto militare prolungato che coinvolgesse Teheran, anche se combattuto solo mediante mezzi aerei come razzi e droni, con Israele o peggio con gli Usa, o anche una profonda crisi politica sarebbero estremamente dannosi per Pechino non soltanto sotto il profilo economico, a causa delle inevitabili ripercussioni che ne deriverebbero sulle abbondanti forniture di petrolio a basso costo di cui si approvvigiona evitando le sanzioni americane, ma in quanto richiederebbero un risposta più incisiva rispetto alle semplici condanne formali degli attacchi portati alla sovranità dell’Iran e alle altre ricorrenti dichiarazioni di principio.

Se Pechino dovesse uscire allo scoperto, aprendo un fronte diplomatico diretto con Israele e soprattutto con gli Usa, non solo diverrebbe una parte in causa perdendo quell’aureola di superiore terzietà di cui si è finora ammantata, ma vedrebbe ulteriormente vanificati gli sforzi condotti da tre anni a questa parte per promuovere la riconciliazione tra Teheran e Riyad con la China-Saudi Arabia-Iran Trilateral joint committee, che si è riunita per la seconda volta alla fine dello scorso anno, pregiudicando definitivamente il processo di adesione dell’Arabia Saudita al gruppo dei Brics+, che aveva l’obiettivo di allontanarla dall’orbita statunitense, seppellendo la special relationship inaugurata da Roosevelt nel 1945 e più volte rinsaldata nel tempo.

Non solo Riyad, all’inizio di quest’anno, ha declinato l’invito a partecipare formalmente ai lavori del gruppo, ma poi è stata la meta del primo viaggio ufficiale del rieletto Trump, che ha cercato di rinsaldare i rapporti intrattenuti durante il precedente mandato attraverso i Patti Abramo. Riagganciare l’Arabia Saudita è stato il primo obiettivo di Trump, che ora sta cercando di usare nei confronti dell’Iran la superiore capacità militare statunitense per mettere fine alle iniziative di Israele.

Le strategie della Cina

Pechino deve innanzitutto prendere atto che Riyad ha rinunciato definitivamente all’adesione ai Brics+, avendo addirittura promesso a Trump di investire fino a mille miliardi di dollari negli Usa, ben più dei 600 miliardi che erano stati previsti prima della visita ufficiale. E ora deve evitare non solo che Teheran rimanga avviluppata in quella logica di conflitti e di tensioni che contraddicono la strategia cinese di allargamento e di approfondimento delle relazioni globali, ma soprattutto che lo scambio appena proposto da Trump tra la cessazione delle sanzioni americane e la completa rinuncia all’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, e chissà se anche all’armamento missilistico, sia solo un grimaldello statunitense per incidere in modo determinante sulle relazioni internazionali dell’Iran.

In pratica, ove questa ipotesi negoziale giungesse a buon fine, si assisterebbe a una sorta di neutralizzazione dell’Iran, nell’interesse sicuramente di Israele, di cui si farebbero garanti gli Usa che guadagnerebbero altro spazio politico a danno di Cina e Russia, visto che sul tappeto non c’è nessuno scambio simmetrico né per la Ucraina, né tantomeno per Taiwan. Il ritiro delle sanzioni all’Iran sarebbe concesso dagli Usa in cambio di una sua sovranità limitata: questa è la vera e propria sfida lanciata da Trump ai Brics+, che volevano dare voce al Sud del mondo per contrastare i soprusi dell’Occidente collettivo. Per la Cina, sarebbe colpo durissimo. (riproduzione riservata)



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