La crescita negli Stati Uniti sta mostrando segni di rallentamento, trainati dall’incertezza nelle politiche di Donald Trump. Gli ultimi dati mostrano segnali di fragilità: l'inflazione statunitense sembra ridursi sulla carta, osserva Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia. A febbraio, infatti, i prezzi al consumo sono scesi al 2,8% su base annua, contro un consenso del 2,9%. Inoltre, l'indice di inflazione core, parametro essenziale per comprendere le dinamiche di prezzo nel lungo termine, è scesa al 3,1%, rispetto a un consenso del 3,2%. Si tratta della prima volta dal luglio 2024 che sia i prezzi al consumo sia l'inflazione core registrano un calo simultaneo.
Ma la politica commerciale statunitense genera incertezza sull'andamento dell'inflazione a breve termine. Infatti «prevediamo che l'inflazione negli Stati Uniti si attesti al 3% quest'anno, un livello ancora distante dall'obiettivo della Federal Reserve», stima Sansone, osservando anche che l'indice GDPNow della Fed di Atlanta, che traccia in tempo reale le possibili variazioni trimestrali del pil, è crollato a livelli visti solo durante il periodo di lockdown per il Covid.
«Questo indicatore è volatile e influenzato dalle statistiche economiche, rendendolo poco affidabile per previsioni precise sul pil statunitense», precisa l’esperto. È anche vero che, temendo una guerra commerciale, molte aziende americane hanno aumentato le importazioni per creare scorte. «Più sorprendente, invece, è il fatto che gli investitori statunitensi abbiano importato miliardi di dollari in lingotti d'oro lo scorso mese, segno di nervosismo e timore per le ripercussioni dell'imprevedibile politica commerciale di Trump», aggiunge Sansone.
Al contempo, le aziende americane riflettono con maggior attenzione prima di avviare grandi investimenti. Anche i consumatori continuano a spendere, ma leggermente meno del previsto. Tutto ciò indica un rallentamento dell'economia statunitense. Lo stesso segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, non lo ha escluso lo scorso 16 marzo: «Non ci sono garanzie che l'economia degli Stati Uniti non entrerà in recessione», ha detto.
Quindi, Sansone ha rivisto al ribasso la nostra previsione per il primo trimestre, ora stimata all'1,9% su base annua, rispetto a un consenso del 2,2%. Per il 2025 la crescita degli Stati Uniti potrebbe attestarsi all'1,8%, in calo rispetto alla precedente stima del 2,3%», prevede Sansone. «Questo livello è in linea con il tasso di crescita potenziale degli Usa, ma ancora significativamente superiore a quello dell’Eurozona, previsto intorno all’1% quest’anno secondo le nostre stime».
Un elemento difficile da stimare è l'impatto del Doge, l’organizzazione incaricata di ridurre gli sprechi pubblici e il personale delle agenzie governative, sul mercato del lavoro statunitense, guidata da Elon Musk, ceo di Tesla. «Secondo le nostre stime, il Doge potrebbe portare all’eliminazione di 300.000 posti di lavoro nel settore pubblico. Considerando anche appaltatori e subappaltatori, il totale delle perdite occupazionali potrebbe raggiungere le 900.000 unità. Tagli che saranno probabilmente diluiti nel tempo e rappresentano una frazione dei 5 milioni di americani che cambiano lavoro ogni mese», avverte Sansone.
Comunque, prosegue l’esperto, il vero rischio per l’economia sarebbe un continuo ribasso dei mercati azionari, che potrebbe destabilizzare il settore finanziario. Per ora, la correzione è ancora in atto. «Gli hedge fund, che hanno dettato il trend dall’inizio dell’anno, continuano a vendere massicciamente azioni statunitensi», precisa il country manager di iBanFirst Italia. «Stanno liquidando titoli individuali, in particolare nel settore tecnologico, piuttosto che indici e tracker. L’entità della vendita è superiore a quella della correzione del 2022. Tra il 7 e il 10 marzo, hanno venduto titoli al ritmo più rapido degli ultimi quattro anni. Complessivamente, l’S&P 500 ha perso oltre 5,3 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato in sole tre settimane: un dato impressionante».
E il dollaro sta pagando il prezzo di questa instabilità: sul mercato valutario, il mix è particolarmente sfavorevole per il biglietto verde. «La crescita negli Stati Uniti inferiore alle attese, unita a uno spostamento dell’attenzione verso i mercati europei, sta avvantaggiando meccanicamente l’euro. Il massiccio piano di investimenti approvato dal Parlamento tedesco accresce ulteriormente l’attrattività dell’Europa», spiega Sansone.
In economia, stabilità e fiducia sono requisiti fondamentali. L’Europa, fino a poco tempo fa, sembrava svantaggiata su questo fronte, data la complessità del suo contesto politico ed economico. Tuttavia, conclude Sansone, «l’amministrazione Trump è riuscita, in un certo senso, a trasformarla in un porto sicuro, anche se è necessario mantenere un atteggiamento prudente». (riproduzione riservata)