Quando quest'anno a Davos Mark Carney, primo ministro del Canada, ha dichiarato che l'ordine globale basato sulle regole ha subito una «rottura, non una transizione», l'avvertimento sembrava difficile da contestare.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, le crescenti tensioni geopolitiche e la rinnovata insicurezza energetica sembravano segnare un'era più instabile. I mercati tuttavia hanno tratto una conclusione diversa. L’azionario globale, in particolare i dominanti titoli tech statunitensi, si sono a malapena fermati mentre si consumava la crisi in Medio Oriente. I rendimenti dei titoli di Stato sono aumentati, ma in modo ordinato. Nel giro di pochi giorni gli investitori stavano spingendo nuovamente gli asset di rischio verso massimi storici.
Bisogna sforzare la vista per vedere una crisi internazionale in corso. Questa resilienza non è più insolita. Dal 1970 l'Indice Msci World ha registrato 28 flessioni superiori al 10%. Storicamente i ribassi più profondi richiedevano anni prima di vedere un recupero. Più di recente i recuperi sono diventati molto più rapidi.
Quattro dei cinque rimbalzi più veloci si sono verificati dal 1998, tre dei quali nell'ultimo decennio. I mercati trattano sempre più gli shock non come cambiamenti di regime ma come eventi di volatilità temporanea. Parte della spiegazione risiede nei responsabili delle politiche economiche. Dalla crisi finanziaria globale e soprattutto dopo la pandemia gli investitori hanno imparato ad aspettarsi interventi aggressivi ogni volta che i mercati sono sotto stress. Misure di liquidità di emergenza, acquisti di asset e sostegno fiscale hanno ridotto la profondità e la durata di molti ribassi.
Ogni volta che il mercato cade dalla bicicletta i policymaker gli puliscono il ginocchio. La struttura del mercato ha rafforzato questo modello. Le vendite forzate possono accelerare i crolli del mercato ma, una volta che la volatilità si stabilizza, gli investitori sistematici vengono spesso spinti a rientrare nelle azioni altrettanto rapidamente. I piccoli risparmiatori nel frattempo hanno trattato sempre più la debolezza del mercato come un'opportunità di acquisto piuttosto che come un segnale di pericolo.
Ma la fase attuale riguarda qualcosa di più della liquidità e dei meccanismi di mercato. È fondamentalmente una storia di due carenze: petrolio e potenza di calcolo. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha ridotto l'offerta nei mercati del greggio e dei prodotti raffinati creando uno shock stagflativo. I prezzi dell'energia più elevati fanno salire l'inflazione comprimendo i redditi delle famiglie e la crescita.
I mercati obbligazionari stanno iniziando a riflettere questa realtà, con le aspettative di inflazione a breve termine che si muovono verso l'alto. Allo stesso tempo il boom dell'AI ha creato una forma diversa di scarsità: una carenza di potenza di calcolo e di semiconduttori avanzati. A differenza dello shock petrolifero questa carenza sta alimentando investimenti, aspettative di produttività e crescita degli utili aziendali.
Per ora la seconda forza sta travolgendo la prima. Le sorprese sugli utili del primo trimestre dell'S&P 500 sono state circa tre volte superiori alle norme storiche, mentre i margini aziendali statunitensi hanno raggiunto i massimi. Finché il ciclo di investimenti nell'AI continua e i mercati obbligazionari rimangono calmi gli investitori sembrano disposti a guardare oltre l'instabilità geopolitica e i prezzi dell'energia più elevati.
La storia suggerisce che i potenti mercati rialzisti raramente finiscono solo a causa della geopolitica. Più spesso si interrompono quando i rendimenti obbligazionari salgono bruscamente e la liquidità si riduce. Lo shock inflazionistico del 2022 rimane il più chiaro esempio recente. Questo è il vero rischio che i mercati si trovano ad affrontare oggi: non semplicemente il conflitto in Medio Oriente ma la possibilità che l'inflazione e i rendimenti obbligazionari finiscano per travolgere la storia di crescita trainata dall'AI. (riproduzione riservata)
*head of T. Rowe Price Investment Institute