Anche se è cominciato il clima preelettorale è quasi scomparso dall’agenda politica il dibattito tra chi vuole anche in Italia i salari minimi e chi ribatte che ci sono i contratti nazionali. Eppure tutti, dai politici alla Banca d’Italia, ripetono che servono più investimenti, digitale e AI per aumentare la produttività.
Parole buone per i convegni ma che non spostano una realtà fatta da statistiche consolidate di centinaia di migliaia di giovani qualificati che vanno all’estero e di laureati in materie Stem carenti rispetto ai bisogni. Se non si interviene su questo, chi mai potrebbe applicarsi a nuovi investimenti? Le nuove competenze sfiorano appena i milioni di lavoratori della generazione dei baby boomer quasi in pensione; è già tanto che questi mantengano livelli di consumi che pochi nelle generazioni successive si possono permettere.
Il punto è che devono arrivare più soldi in tasca ai giovani, quantomeno a quelli della generazione Z (1997-2012) che si stanno affacciando al mercato del lavoro. Ma i salari minimi come intesi oggi sono troppo bassi per trattenere i giovani qualificati. Coraggio e visione politica dovrebbero arrivare a molto più in là. Urge una moral suasion e, se non bastasse, un intervento normativo per imporre alle associazioni di categoria, da Confindustria e alle società di maggior valore, di prevedere livelli di stipendi minimi applicabili ai neoassunti laureati, quantomeno dopo 6-12 mesi dall’assunzione, molto più alti di quelli attuali o dei contratti di categoria.
Un neoingegnere del Politecnico di Milano o Torino può prendere 1.800 euro netti al mese; un neoassunto in banca circa 1.600. A Milano o Roma, dove quasi metà se ne va in affitto, ci vive a stento. Fermarsi per mettere su famiglia? Alla prima occasione, appena imparato qualcosa, l’ingegnere andrà in Germania o Olanda prendendo quasi il doppio con un costo della vita quasi uguale.
Se si vuole trattenere i talenti, come ieri ha raccomandato Bankitalia, si parta dallo stipendio dei neoassunti, che deve per legge, contratto o altro impegno prevedere un 50% in più in tempi rapidi. Altrimenti addio ingegneri, chimici, matematici e pure neoavvocati, che dovranno saper conciliare cultura giuridica e informatica. Un costo folle e a catena per le imprese? Non è detto: complice la demografia sfavorevole, da tempo le aziende di laureati giovani e nativi digitali ma anche di tecnici idraulici ed elettricisti hanno bisogno come il pane. Certo, nell’immediato gli aumenti di stipendio per i neoassunti, che si possono ripercuotere su tutta la struttura, corrispondono a meno profitti.
Ma da un punto bisogna pur iniziare, e dovrebbero partire i grandi datori di lavoro, Enel, Eni, grandi imprese quotate dell’energia, della difesa, della meccanica, dell’impiantistica, della moda. Molte sono aziende-gioiello, di grande reputazione e profittevoli per gli imprenditori e per gli azionisti che incassano i dividendi. Ma se perdono il potenziale dei giovani, se non formano nuove generazioni di adulti esperti e ben retribuiti, come lo furono i baby boomer, tagliano il ramo dell’albero su cui siedono. La mobilità, per chi sa di avere competenze, non è più un vincolo come in passato. Chi non ha competenze non si muove e accetterà retribuzioni inferiori ma contribuirà poco allo sviluppo.
Più in generale, per il Paese stipendi maggiori si tradurrebbero in consumi più diffusi, non solo di super-ricchi ed espatriati di lusso. Significano maggiore gettito per lo Stato, che a sua volta troverà qualche risorsa in più per pagare meglio medici, insegnanti e forze di polizia. Se implicano minori profitti per gli imprenditori e minori dividendi per investitori già ricchi, vorrà dire che si redistribuirà la ricchezza creata in modo un po’ diverso, ma sui nuovi flussi, non sugli stock. Politicamente sarebbe anche più popolare sostenere stipendi più alti per i giovani qualificati che parlare di tasse patrimoniali per i soggetti già ricchi. Politica di destra o di sinistra? È indifferente, ma funzionerebbe. (riproduzione riservata)