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Patrimoni, ecco quanto ha reso un portafoglio di private banking grazie agli investimenti in azioni
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Patrimoni, ecco quanto ha reso un portafoglio di private banking grazie agli investimenti in azioni

06 dicembre 2024, 21:00 Ultimo aggiornamento: 07 dicembre 2024, 12:25

Le famiglie italiane investono in media solo il 10% del loro patrimonio in azioni. Una quota che per il private banking, industria che investe portafogli tra i 500 mila e i 50 milioni di euro (1,93 milioni la media) sale al 29%. Secondo quanto calcolato da Aipb, l’associazione di categoria del settore guidata da Andrea Ragaini (Banca Generali) 10 mila euro investiti 30 anni fa con l’asset allocation del private banking sarebbero oggi 57.543, contro i 32.515 della famiglia italiana non servita dai private banker. Se si riuscisse a spingere gli investitori ad arrivare al 50% di azioni in portafoglio, l’allocazione considerata ottimale dalla teoria economica per un obiettivo di crescita, quei 10 mila euro di 30 anni ne varrebbero oggi 90.400.

Lunga vita alle azioni (e alla previdenza)

La simulazione testimonia l’imperativo categorico dell’industria del private banking italiano oggi: fare più spazio possibile alle azioni nei portafogli della clientela, magari sottraendo spazio alla liquidità. D’altronde anche i leader del comparto consultati da Aipb in vista del suo Forum annuale hanno indicato tre priorità del settore: migliore diversificazione (92% degli intervistati), minore liquidità (91%) e l’allungamento dell’orizzonte temporale, magari anche in una prospettiva pensionistica. Lo spiega Ragaini a MF-Milano Finanza: «Abbiamo identificato come area di intervento il ripensamento dell’investimento privato quale mezzo avente un fine previdenziale. Uno strumento che, tramite un incentivo fiscale correlato alla conservazione di un investimento nel tempo, possa consentire all’investitore di integrare il proprio regime previdenziale». Il ragionamento parte dal presupposto per cui «le famiglie italiane hanno accumulato una grande ricchezza, spesso però concentrata in immobili e depositi, con una limitata diversificazione in strumenti come azioni o private markets». Il private banking, prosegue il presidente di Aipb, «si propone di ottimizzare questa allocazione, indirizzandone una parte maggiore verso investimenti più redditizi e meno conservativi, mantenendo però un equilibrio tra rischio e rendimento».

La fotografia della clientela private

Dati alla mano, qual è oggi la fotografia della clientela del private banking in Italia? In generale si tratta di clienti piuttosto maturi, con la gran parte compresa nella fascia di età 55-64 anni (25%), 65-74 anni (24%) e, soprattutto, over 74: un terzo dei clienti private rientra in questa categoria. La diretta conseguenza è che l’asset allocation fondata su profili di rischio prudenti o moderati costituisce il 37% del totale (con una netta prevalenza però, è opportuno precisarlo, per la componente moderata). Ma attenzione: in rapporto all’età media, i profili di rischio dinamico (37%) e aggressivo (25%) costituiscono sommati la maggioranza delle masse in gestione. Un dato interessante visto che, a fronte dell’invecchiamento della popolazione, interrompere un investimento azionario a 60-65 anni potrebbe non essere, secondo Aipb, la scelta di portafoglio ottimale in un portafoglio di lungo periodo.

Obiettivo: più di 1.200 miliardi di masse

In generale, il private banking italiano punta a chiudere il 2024 sopra la soglia dei 1.200 miliardi di euro di masse in gestione, con una variazione positiva del 12,8% rispetto al dato di fine 2023. Il contributo principale è quello della raccolta netta (+86 miliardi), cresciuta da inizio anno anche grazie ai 28 miliardi portati al sistema dall’ingresso di nuovi player. Al contempo, le performance positive dei mercati hanno contribuito finora alle masse per 55 miliardi. Il dato è interessante anche se rapportato a quello degli operatori non private, cresciuti nello stesso lasso temporale dell’1,3%. Questa differenza ha fatto sì che la quota di mercato del private bankign sull’intero sistema del risparmio sia cresciuta dal 31,3% al 33,7%.

Come investono i gestori dei grandi patrimoni

Infine, uno sguardo all’asset allocation a uno e tre anni, frutto di un sondaggio che l’associazione italiana del settore ha condotto tra 18 banche aderenti. In generale, gli esperti sono positivi sulle azioni su entrambi gli orizzonti temporali, sovrappesando la componente obbligazionaria solo in un’ottica di breve periodo, per poi arrivare a una posizione di neutralità.

Sottopeso invece per quanto riguarda la liquidità, non considerata più come asset class funzionale al portafoglio in seguito all’avvio dei tagli ai tassi da parte della Bce. In un’ottica di medio periodo (quindi a tre anni) i money manager guardano con grande interesse anche ai mercati privati. Posizione neutrale per il mattone. (riproduzione riservata)



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