Tra la torre di Unicredit in piazza Gae Aulenti e quella di Generali a piazza delle Tre Torri ci sono poco più di quattro chilometri percorribili in un quarto d’ora anche in metro, prendendo la linea lilla, la metro dell’Atm senza conducente che a Milano porta a San Siro.
Ma per salvare Generali dalle mire del gruppo Mps-Milleri-Francesco Gaetano Caltagirone che ha lanciato un’ops su Mediobanca e dunque a cascata sul leone di Trieste, servirà eccome un conducente e anche ben carrozzato di denaro. C’è qualcuno che sostiene che quell’autista, con le ambizioni di diventare persino padrone, potrebbe essere Andrea Orcel, il ceo di Unicredit che in questo momento è al centro del risiko bancario in Italia e in Germania con le sue offerte su Banco Bpm, la scalata a Commerzbank e il suo nutrito pacchetto azionario della compagnia assicurativa che attualmente è al 5,22%.
Non è un caso che Philippe Donnet, l’amministratore delegato di Generali abbia percorso quei 4,3 chilometri la settimana di San Valentino, con tutto il paese distratto da Sanremo, per andare a trovare colui che potrebbe decidere le sorti della battaglia che andrà in scena il prossimo 8 maggio con l’assemblea degli azionisti.
Quel pacchetto di azioni, che sulla carta può incrementare, fa la differenza tra la vittoria e la sconfitta, se è vero che la lista di Alberto Nagel, ceo di Mediobanca, e Donnet tre anni fa prevalse di circa il 10% su quella di Milleri-Caltagirone.
Milano Finanza proprio a ridosso di quell’incontro tenuto così sotto coperta ha scambiato qualche opinione con Orcel, seduto sulla plancia di comando nella torre del suo ufficio, con quel sorriso sornione e simpatico che lo fa assomigliare ad un corsaro, non nero ma rosso, visti i colori della banca che guida e la tempra da interprete salgariano.
«La quota in Generali? È un investimento finanziario, siamo un azionista che guarda al valore», ricorda il manager nato a Roma ma vissuto in giro per il mondo, il che lo rende una incognita sia per la premier Giorgia Meloni come per lo stesso Caltagirone, che non sembra intimorirlo con la sua potenza di fuoco editoriale.
Soprattutto sembra un protagonista che non sarà neutrale nella partita finanziaria più importante del decennio. Orcel appare tranquillo nonostante i tre fronti che ha aperto, quattro con la Russia da dove non è ancora uscito, e comincia ad affrontare il tema Commerzbank. In effetti, Generali dal lancio dell’ops su Mediobanca ha guadagnato quasi il 10% in borsa.
«Bisogna capire se vogliamo un’Europa del cambiamento o un’Europa che vuole a tutti costi mantenere e proteggere lo status quo», ragiona l’ad evocando le posizioni di Mario Draghi, il quale benedice tutte le offerte di scambio che portano all’unione dei capitali. «In Unicredit siamo riusciti a creare un gruppo unito con una forte identità europea capace di continuare a conseguire risultati al vertice del settore ancor più di prima. Le potenziali operazioni su Bpm e Commerzbank verranno portate a termine solo se aggiungono valore incrementale al nostro piano e su questo siamo molto disciplinati», aggiunge e mi ricordo mentre parla di quando in un’intervista a questo giornale nel ricordare la difficoltà del mercato unico dei capitali ricordava «i soldi non sono miei».
I soldi invece sono dei tedeschi e in Germania Orcel, che già oggi registra una bella plusvalenza sulle quote acquistate da Commerz (circa 800 milioni) sta incontrando difficoltà, intanto regolatorie. La Bce chiede sessanta giorni per dare un responso, la Bafin, la Consob tedesca, di più, poi ci sono la Bundesbank e l’Antitrust che devono dare il loro responso, un ingorgo, tanto che Orcel comincia a pensare che a Berlino il vento sia contrario e chissà come sarà dopo le elezioni di domenica 23 febbraio: un giornale tedesco è arrivato ad effigiarlo come un antico romano invasore, rivela il manager e in effetti anche quel tipo di look da Giulio Cesare non gli starebbe male.
La decisione spetta al governo tedesco, che per la verità aveva deciso di vendergli la banca ma poi ha cambiato idea, perché l’ex cancelliere Olaf Scholz e l’ex ministro delle Finanze Christian Lindner non la pensavano allo stesso modo, figuriamoci dopo le urne.
Meglio aspettare e vedere cosa accade in Italia, dove le carte per superare l’esame Golden Power, annunciato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sono pronte e dove apparentemente Orcel dovrebbe incontrare meno ostacoli.
Sempre che Banco Bpm, che sta acquisendo Anima con la sua controllata assicurativa Bpm Vita, ottenga il Danish Compromise, arbitraggio contabile che deve essere autorizzato dalla Bce e dalla Banca d’Italia per permettere ad un istituto di ammortizzare l’assorbimento di capitale necessario all’acquisto. Perché se questo non accadesse, diverrebbe più complessa l’ops di Unicredit su Banco Bpm, come rivelato da questo giornale, in quanto i numeri, non girerebbero come previsto all’inizio e l’acquisto di piazza Meda diverrebbe meno conveniente.
«Su questo ci siamo già espressi, la nostra posizione è molto chiara al riguardo», si limita a dire ma basta e avanza. Insomma c’è una gran nebulosa nei salotti della finanza italiana che assomiglia al mare del Borneo, dove nulla è scontato, men che mai le offerte pubbliche di scambio. Un pugno di settimane e il Romanzo Capitale sarà svelato a tutti, che poi diventi un best seller lo deciderà il mercato. (riproduzione riservata)