Esplorare le opportunità dei mercati non quotati è ormai un imperativo categorico per i grandi investitori, siano essi individuali o istituzionali. Secondo quanto rilevato da Pictet Wealth Management (Wm) gli individui Hnwi (investitori facoltosi) hanno fino al 20% del loro portafoglio investito in private asset. Una quota che, per gli istituzionali, può arrivare anche fino al 40% dell’investimento complessivo. «Questi strumenti di investimento alternativo rappresentano ormai una tendenza strutturale, i cui fondamenti si basano su una pluralità di fattori», puntualizza Paolo Ramondetti, deputy head Italia di Pictet Wm.
In primo luogo, il potenziale di crescita. «A oggi i private asset costituiscono soltanto il 2,5% degli attivi finanziari, intesi come azioni, obbligazioni e credito bancario», aggiunge l’esperto. «Il loro valore assoluto, pari a circa 16 mila miliardi di dollari è importante, ma presenta ancora ampi margini di crescita dato l’atteso progressivo incremento di domanda degli investitori e offerta degli asset manager».
Un altro aspetto importante riguarda il peso che le aziende non quotate hanno sul totale di quelle investibili. Negli ultimi 30 anni, ricorda Ramondetti, «il numero delle società quotate si è ridotto da 8.090 a 4.260 (-47%, ndr), mentre il numero delle aziende non quotate, con ricavi superiori ai 100 milioni di dollari, è cresciuto a 21.090». La diretta conseguenza di questo assottigliamento del mondo quotato è che «il numero di aziende non quotate rappresenta oggi quasi il 90% dell’universo investibile e per gli investitori ciò implica una vasta gamma di opportunità». Senza contare i dati storici di redditività, «superiori a qualunque altra categoria di investimento, per periodi di almeno tre-cinque anni o superiori», sottolinea il manager.
Per quanto riguarda le tipologie di investimento predilette da parte di individui facoltosi e imprenditori, Ramondetti fa notare che il loro interesse si concentra soprattutto su due stili: i co-investimenti e i club deal. «La ragione è evidente: la maggiore prossimità all’azienda o al progetto target», evidenzia l’esperto. Attenzione però: quando la quantità di progetti di questo tipo aumenta, «non è detto che la qualità segua e forse mai come oggi è stato necessario affinare la capacità di analisi e due diligence prima di investire», suggerisce il manager. Co-investire, prosegue, «significa aderire come socio di minoranza ad operazioni proposte da un socio di maggioranza relativa». Morale della storia: «La capacità del gestore nel selezionare è quindi sì importante, ma ancora di più lo è il fatto di avere delle relazioni privilegiate con aziende e primari fondi con cui si investe», conclude Ramondetti. (riproduzione riservata)