In una fase storica in cui le istituzioni economiche sono sempre più chiamate a inseguire i mercati, piuttosto che a governarli, con la conclusione del mandato alla presidenza della Consob si chiude con Paolo Savona una stagione istituzionale di particolare rilievo, segnata da indipendenza di giudizio, rigore scientifico e coerenza intellettuale.
Non è soltanto la fine di un incarico. È anche l’occasione per riflettere sul percorso di uno dei protagonisti più autorevoli dell’economia italiana, la cui attività professionale è stata costantemente orientata alla tutela consapevole dell’interesse nazionale. Spesso controcorrente, mai per opportunismo: fra i pochissimi capaci di dire no quando il sì era più conveniente.
La formazione internazionale e il metodo di analisi di Savona spiegano la solidità di questo profilo. All’inizio degli anni 60, al Massachusetts Institute of Technology, fu allievo di Franco Modigliani. Un’esperienza che ne ha segnato in modo duraturo l’impostazione teorica: rigore analitico, uso sistematico degli strumenti quantitativi e verifica continua dei modelli economici alla luce del funzionamento concreto delle istituzioni e dei mercati.
Rientrato in Italia, tale impostazione trovò immediata applicazione presso l’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Qui contribuì al concepimento del primo modello econometrico italiano, consentendo un’analisi strutturata delle interazioni tra politica monetaria, finanza pubblica e ciclo economico. Fin dall’inizio, il suo profilo si collocò su un crinale non sempre agevole, tra ricerca scientifica e responsabilità istituzionale. Un percorso caratterizzato da un’autonomia di giudizio mai condizionata dal consenso del momento.
Accanto all’attività accademica, Savona ha ricoperto incarichi di vertice nelle istituzioni e nel sistema finanziario. Ne è derivata una delle sintesi più coerenti tra elaborazione teorica e applicazione operativa delle politiche economiche. Il confronto diretto con il funzionamento dei mercati e con le responsabilità della decisione pubblica ha consolidato una convinzione centrale del suo pensiero: le regole economiche e monetarie non sono fini in sé. Sono strumenti da valutare esclusivamente in base ai loro effetti sull’economia reale, sugli investimenti e sull’occupazione.
Come presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ha contribuito a rafforzare un’impostazione rigorosa in materia di stabilità del sistema bancario. Un tema spesso banalizzato nel dibattito pubblico, ma decisivo per la credibilità del mercato finanziario e per la tutela del risparmio.
Su queste basi si colloca il suo contributo più incisivo e, per lungo tempo, più controverso: la critica all’architettura dell’Unione monetaria europea. Con largo anticipo rispetto al pensiero dominante, Savona ha mostrato come una unione monetaria priva di adeguati strumenti fiscali, politici e istituzionali comuni fosse strutturalmente esposta al rischio di generare asimmetrie, anziché convergenza. Analisi che nel tempo si sono rivelate ampiamente confermate, pur essendo inizialmente marginalizzate dal dibattito ufficiale.
In questo quadro si colloca una distinzione centrale, spesso travisata. Da un lato la necessità di predisporre un “Piano A”, fondato sul completamento dell’Unione monetaria con una partecipazione attiva, consapevole e negoziale dell’Italia, dall’altro l’ipotesi di un “Piano B”, concepito esclusivamente come extrema ratio qualora tale completamento non si realizzi.
Alla base di questa impostazione vi è sempre stata una separazione netta fra mezzi e fini. La moneta non deve essere utilizzata come strumento per disciplinare l’economia reale, ma come mezzo al servizio di una politica economica orientata alla crescita, agli investimenti e alla occupazione.
In questo contesto si colloca anche la divergenza di impostazione con Guido Carli. Fu lui a volerlo alla Confindustria nel 1976; ma, nel diverso ruolo di Ministro del Tesoro e firmatario del Trattato di Maastricht, accettò nel 1992 il ricorso ai vincoli esterni come architrave dell’Unione europea. Una differenza di metodo e di merito, non personale, ricostruita con rigore storico nel maggio del 2018 insieme a Paolo Panerai su Milano Finanza, nel volume Quando a Carli tremò la mano.
Savona è stato due volte ministro. Nel 1993, da ministro dell’Industria nel governo Ciampi, rassegnò le dimissioni in dissenso rispetto a un processo di privatizzazione dell’Iri privo di una strategia industriale di lungo periodo. Una scelta che i fatti successivi hanno reso evidente. Nel 2018, come ministro per gli Affari Europei, a seguito delle sue posizioni critiche sull’assetto dell’Unione monetaria, spesso semplificate o fraintese, che avevano contribuito a impedirne la nomina a ministro dell’Economia. È stato il costo della coerenza analitica in un sistema che troppo spesso privilegia l’allineamento al confronto di merito.
Alla Consob, in una fase di profonda trasformazione dei mercati finanziari e di innovazioni tecnologiche, ha colto con anticipo i rischi connessi alle criptovalute non regolamentate e alla finanza digitale opaca. Ha chiarito come l’assenza di regole universalmente condivise non rappresenti un incentivo all’innovazione, ma un fattore di instabilità sistemica. Ha così riaffermato un principio essenziale: senza trasparenza, tutela del risparmio e un quadro regolatorio comune, l’innovazione finanziaria non è sostenibile.
Paolo Savona ha dimostrato che è possibile esercitare funzioni pubbliche di vertice senza rinunciare al pensiero critico. Semmai la vera anomalia oggi non è mettere in discussione regole divenute inefficaci, ma continuare ad applicarle come dogmi ignorandone gli effetti economici e sociali. Un insegnamento che riguarda non solo i decisori istituzionali, ma richiama la responsabilità primaria della politica nel preservare il corretto equilibrio tra democrazia, Stato e mercato. (riproduzione riservata)
*ex membro della commissione Econ del Parlamento europeo