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PAOLO ARDOINO AMMINISTRATORE DELEGATO DI TETHER
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Paolo Ardoino: così Tether difende il dollaro Usa

28 marzo 2025, 19:00 Ultimo aggiornamento: 19:06

Il ceo spiega come lo stablecoin contribuisca all’egemonia del biglietto verde, che una valuta dei Brics metterebbe a rischio. E sugli investimenti in Italia dice...

Tornato da pochi giorni dal suo primo viaggio negli Stati Uniti, dove ha incontrato alcuni tra i massimi esponenti dell’amministrazione Trump e di Wall Street, il ceo di Tether Paolo Ardoino fa il punto della situazione sullo stablecoin più diffuso al mondo e sugli investimenti in Italia.

Domanda. Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha dichiarato: il dollaro continuerà a essere la valuta di riserva mondiale e per farlo useremo le stablecoin. Una vittoria per Tether, il primostablecoin per nascita e per utilizzo?

Risposta. Le parole di Bessent confermano quello che sosteniamo da anni: gli stablecoin rappresentano un veicolo per l’inclusione finanziaria mediante la diffusione digitale, laddove ci sono inflazione e sistemi bancari inefficienti, di valuta forte come il dollaro americano. Ciò significa che il nostro token USDt rappresenta uno strumento fondamentale per mantenere l'egemonia del dollaro americano a livello globale.

D. In che modo Tether contribuisce all’egemonia del dollaro?

R. Con 400 milioni di utenti nei mercati emergenti, Tether, mediante USDt, diffonde l'uso del dollaro americano in regioni dove l'influenza economica degli Stati Uniti sta affrontando la crescente competizione di Paesi come la Cina e altri membri dei Brics. In Africa e in Centro-Sud America, dove investiamo attivamente, vediamo una forte presenza cinese in infrastrutture, superstrade, palazzi, biblioteche, strutture sportive e investimenti di ogni genere: a un certo punto, quindi, si potrebbe arrivare anche per il dollaro a quello che ormai viene definito un «DeepSeek moment», in cui, quello che una volta era considerato poco più che un outsider, dimostra di poter prendere il controllo di un mercato classicamente a stelle e strisce. Nel frattempo, Tether contribuisce a consolidarne la posizione anche detenendo - e continuando ad acquistare, per rendere liquide le riserve di USDt - Treasury Bond americani con le nostre riserve. Di fatto, oggi, se fossimo una nazione, saremmo al 19° posto tra i detentori di obbligazioni statunitensi, quanto a valore assoluto.

D. Con «DeepSeek moment» si riferisce all’ingresso sul mercato della società cinese di Intelligenza Artificiale?
R. Esatto. DeepSeek è un'azienda cinese di intelligenza artificiale che ha per prima sconvolto il mercato delle applicazioni retail di AI che tutti utilizzano anche con il proprio smartphone, come ChatGpt. Proprio mentre gli Stati Uniti avevano annunciato investimenti massicci nel settore per circa 500 miliardi di dollari, seguendo un approccio prevalentemente closed source, DeepSeek ha lanciato improvvisamente un modello sviluppato - e proposto al pubblico - in modo più economico e accessibile, nonché basato su tecnologia open source, fatto sviluppato esclusivamente per cambiare le regole del gioco, con il possibile obiettivo strategico di destabilizzare la strategia americana in merito all’intelligenza artificiale, mettendo in difficoltà molte aziende americane che lavorano a sistemi centralizzati, come, tra le altre, OpenAI e Anthropic.

D. Quindi arriverà un «DeepSeek moment» anche per il dollaro?

R. Utilizzo la vicenda come metafora per descrivere quello che potrebbe accadere nel sistema finanziario internazionale: il «DeepSeek moment» del dollaro potrebbe verificarsi quando, come credo succederà, i Paesi Brics introdurranno una valuta digitale completamente garantita dall'oro, offrendo un'alternativa stabile e credibile al sistema dollaro-centrico, proprio come DeepSeek l’ha offerta ai più costosi modelli di AI americani. Questo potrebbe rappresentare un cambiamento di paradigma: la Cina e gli altri Paesi Brics potrebbero sfruttare questo approccio per rendere meno competitivo e diffuso il modello monetario attuale e, con esso, il dollaro americano.

Domanda. Ha dei dati per affermare una cosa del genere?

R. Ci sono diversi indicatori oggettivi a supporto di questa mia analisi. Consideriamo intanto i movimenti recenti dell'oro: negli ultimi anni, le banche centrali cinese, russa e indiana hanno accumulato riserve auree a livelli record. La Russia, per esempio, ha più che quintuplicato le sue riserve d'oro nell'ultimo decennio, mentre la Cina annuncia regolarmente nuovi consistenti acquisti. Parallelamente, osserviamo una progressiva riduzione delle loro partecipazioni in termini di acquisto del debito americano, con sempre meno Treasury Bond americani nelle loro riserve. Questi movimenti finanziari si accompagnano a iniziative concrete come gli accordi commerciali bilaterali in valute locali tra Paesi Brics, il sistema di pagamento alternativo a Swift sviluppato dalla Russia, e le dichiarazioni ufficiali dei leader di questi Paesi sull'intenzione di ridurre la dipendenza dal dollaro, mediante una strategia definita di «de-dollarizzazione». Non è una teoria discrezionale, quindi: si tratta di un processo economico documentato, che è partito e potrebbe proseguire in questa direzione, gradualmente, sotto i nostri occhi.

Domanda. E Tether che ruolo ha in questa sfida?
R. Tether sta giocando un ruolo cruciale a sostegno del dollaro, in questa sfida geopolitica. In totale Tether possiede più di 115 miliardi di dollari in titoli del Tesoro Usa, e nel 2024, siamo stati il settimo maggiore acquirente mondiale di questi, con 33,1 miliardi di dollari investiti, davanti a nazioni come Canada e Taiwan, e quasi al livello del Regno Unito. Ma considerando che i dati di Lussemburgo e Isole Cayman includono numerosi hedge fund, saremmo in realtà al quinto o addirittura al quarto posto come singola entità: dipende dalle classifiche. Nel concreto, mentre i Brics riducono l'esposizione nei confronti del dollaro, Tether fa esattamente l'opposto: portiamo dollari digitali in mercati emergenti in cui la valuta americana altrimenti perderebbe terreno, e reinvestiamo gran parte delle riserve così acquisite in Treasury Bond americani, rafforzando l'ecosistema del dollaro Usa. È proprio a questo, lo ribadisco, che si riferiva Bessent: gli stablecoin sono uno strumento strategico per mantenere l'egemonia del dollaro americano. E, in questo settore, Tether è, dati alla mano, il leader indiscusso.

D. Ma gli americani riconoscono questo vostro ruolo?
R. Sì, stiamo vedendo un crescente riconoscimento. Nei nostri recenti incontri con le autorità statunitensi, abbiamo illustrato come Tether stia servendo gli interessi strategici americani in un modo che forse non avevano considerato pienamente. Inizialmente, molti regolatori statunitensi vedevano gli stablecoin principalmente come un servizio finanziario alternativo per gli americani, uno tra le decine oggi presenti sul mercato, ma siamo andati a spiegargli che la vera potenza degli stablecoin si sprigiona nei mercati emergenti. Il cambio di prospettiva è avvenuto quando abbiamo mostrato dati concreti: in Paesi come Argentina, Turchia, Nigeria o Venezuela, dove l'inflazione divora i risparmi locali, in altre nazioni dove la maggioranza della popolazione è troppo povera per le banche che, per questo, non aprono loro conti, luoghi dove Cina e Brics stanno espandendo la loro influenza, USDt è diventato lo strumento principale con cui centinaia di milioni di persone accedono al dollaro. Ciò rende ancora persistente e forte un legame diretto tra queste economie e il sistema finanziario americano.
 

Domanda. Il ministro del Tesoro italiano, Giancarlo Giorgetti, ha detto che bisogna fare in fretta l’euro digitale perché gli americani vogliono usare le stablecoin per riaffermare il signoraggio del dollaro. Che ne pensa di questa affermazione? La conseguenza è che Tether verrà considerato un’arma contro l’euro?
R. USDt non è un'arma “anti-euro”, ma un prodotto nato da una necessità di mercato. L'affermazione di Giorgetti riflette una visione difensiva che non coglie il vero problema. Il declino dell'influenza economica europea non dipende di certo dagli stablecoin o dal dollaro, ma dalla difficoltà dell'Ue nel riuscire a creare un ambiente favorevole all'innovazione. Del resto, mentre il pil europeo perde terreno rispetto agli Usa, le istituzioni del Vecchio Continente rispondono con più regolamentazione, anziché con maggiore innovazione. Una possibile Cbdc e soprattutto la regolamentazione Mica sono l'esempio perfetto di questo trend: sono normative create prima ancora di comprendere appieno queste tecnologie, e non solo le loro potenzialità, che portano aziende come la nostra a operare altrove. Se l'Europa vuole davvero competere, dovrebbe concentrarsi su come attrarre innovazione e capitali, non su come proteggersi da strumenti finanziari innovativi e tecnologie all’avanguardia. Lo stesso approccio, infatti, sta limitando l'Europa anche in altri settori cruciali come l'intelligenza artificiale, dove il divario con Usa e Cina continua ad allargarsi, e potrà presto diventare un abisso incolmabile.


D. Rispetto al settore delle criptovalute e della blockchain hanno un approccio migliore gli Emirati Arabi Uniti o gli Stati Uniti?

R. Si tratta di approcci complementari. Gli Stati Uniti, con 340 milioni di abitanti e un sistema finanziario complesso, si muovono in modo coraggioso, ma necessariamente con più cautela, e hanno una regolamentazione frammentata tra diverse agenzie. Gli Emirati, con soli 10 milioni di abitanti, possono permettersi maggiore agilità e sperimentazione, creando zone economiche con regole chiare che attirano le aziende del settore cripto. La loro dimensione ridotta consente adattamenti rapidi che per gli Usa sarebbero impossibili, ma entrambi gli approcci hanno i loro vantaggi specifici.

D. Adesso anche Donald Trump sta per lanciare la sua stablecoin. Temete la sua concorrenza?

R. La famiglia Trump ha un investimento in World Liberty Financial, ma a guidare la società c'è Zach Witkoff (figlio di Steve, inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, ndr.) che ho conosciuto durante il mio viaggio negli Stati Uniti un paio di settimane fa. Non vediamo questo progetto come una minaccia diretta, perché il mercato delle stablecoin è in forte espansione e c'è spazio per diversi attori. USDt, tra l’altro, ha un vantaggio competitivo significativo rispetto a tutti gli altri player del mercato, con i suoi centinaia di milioni di utenti e una fiducia consolidata nel tempo.

D. Mi sembra che sia stato il suo primo viaggio negli Stati Uniti. Che impressione le hanno fatto?
R. Sì, era la mia prima volta negli Stati Uniti. Ho potuto vedere poco, scampoli di Usa, tra un meeting e l’altro, perlopiù quelli che ho ritratto nelle immagini postate sui social. L’impressione, però, è stata ottima: dinamismo, determinazione, e chiaramente una competenza finanziaria molto più diffusa.

D. Torniamo all’euro digitale…
R. Non ci tocca direttamente, perché Tether non è presente in Europa come entità regolamentata.

D. Per quale motivo?
R. Abbiamo scelto di non sottoporci agli obblighi della regolamentazione MiCA perché riteniamo che crei rischi sistemici, forzando gli stablecoin a tenere il 60% delle proprie riserve spalmate tra diverse banche europee. Considerando le garanzie ancora oggi ferme a 100.000 euro per ciascun conto bancario, in caso di default degli istituti, e che il 60% delle nostre riserve oggi ammonta a circa 87 miliardi, legarsi alle banche rappresenterebbe un rischio enorme di stabilità per i nostri utenti - i quali si trovano per oltre il 90% nei mercati emergenti - che non siamo disposti a correre.

D. L’euro digitale, dunque?

R. L’euro è già digitale: in Europa i bonifici sono molto veloci. La cosa che non mi piace, dell'euro digitale, è che elimina totalmente qualunque distanza tra lo Stato e l'utente finale. Mi spiego più a fondo: se tu utilizzi una banca o usi uno stablecoin emesso da una società privata, lo Stato non sa tutto quello che fai. La visibilità delle transazioni riguarda, almeno in prima battuta, te e il tuo istituto di credito. Ovviamente, infatti, se la polizia chiede informazioni sulle tue transazioni può ottenerle. Ma è una cosa molto diversa rispetto a un euro digitale: una valuta digitale emessa da una banca centrale che può immediatamente trovare tutte le informazioni relative alle transazioni che hai fatto mediante la stessa. In pratica, la Banca Centrale Europea può sapere dove sei, sul territorio, praticamente in ogni momento. E secondo me questa è una cosa, come stile di “contatto” con i cittadini, molto più vicina alla Cina che agli Stati Uniti.

D. Tether è molto diffuso in Turchia. Ora che è in corso un giro di vite contro l’opposizione non temete che possa essere bloccato dalle autorità?
R. Tether è un sistema peer-to-peer. Transazioni da persone verso le persone. E le persone, soprattutto se vivono in un contesto dove la valuta nazionale si sta disintegrando, non è possibile fermarle, perché dovrà comunque trovare un modo per fare andare avanti la famiglia, e si ingegnerà sempre per trovare soluzioni alternative. Pertanto, nella remota ipotesi in cui il governo cercasse di mettere al bando USDt in Turchia, la gente userà qualcos'altro. Ma sarebbe molto peggio, per il governo, perché Tether lavora sulla blockchain e pertanto è possibile tracciare ogni movimento. Se la gente iniziasse a usare qualcos'altro, invece, il governo perderebbe del tutto il contatto con la popolazione.

D. Non avete una buona opinione dell’Europa, però state cominciando a investire in Italia. Prima di tutto nella Juventus, adesso anche in BeWater (Chora Media e Will Media), quindi in un settore dove, in linea di massima, siete già presenti come azionisti dell’americana Rumble, un social media diretto concorrente di YouTube. Quali sono i vostri progetti nella Penisola?
R. Vogliamo provare a investire in Italia perché non bisogna mai gettare la spugna. Mi piange il cuore a vedere i giovani italiani, dotati di un'intelligenza che si trova raramente altrove, ingabbiati da un sistema politico che soffoca qualunque tipo di innovazione, di creatività. Crediamo che l'Italia abbia un potenziale straordinario, soprattutto in termini di talenti che troppo spesso sono costretti ad emigrare. Vogliamo contribuire, per quel che possiamo, a invertire questa tendenza.

D. Mi pare che lei ne sia un esempio, visto che per sviluppare le tue potenzialità e anche guadagnare qualcosa, quindici anni fa hai dovuto trasferirti a Londra.
R. Sono andato a Londra quando era un centro di innovazione e opportunità. Adesso è un’altra storia: va male anche lì, perché l'ecosistema imprenditoriale si è deteriorato anche nel Regno Unito. Non a caso, molti molti talenti tech oggi guardano piuttosto verso Singapore, Dubai o gli stessi Usa.

D. Torniamo all’Italia.
R. Avendo tanto capitale da investire, vogliamo provare a sostenere nuove realtà che cercano di fare qualcosa di diverso. Stiamo guardando a startup nel campo della tecnologia, in particolare dell’intelligenza artificiale. Gli investimenti nella Juventus e in BeWater sono solo l'inizio. L'idea è quella di portare il nostro expertise internazionale, cercando però di mantenere e valorizzare l'italianità, creando così opportunità a oggi inedite.

D. Per quanto riguarda la Juventus, adesso avete circa l’8%.
La domanda che tutti si fanno è: volete scalarla?

R. Nella Juventus abbiamo un interesse a lungo termine, non un piano machiavellico di scalata o controllo della società. Siamo entrati come investitori strategici perché amiamo la squadra da tifosi, crediamo nel valore del brand e nelle potenzialità di innovazione nel mondo sportivo, in particolare nel calcio italiano. Preferiamo essere partner costruttivi piuttosto che pensare ad assumere il controllo totale.

D. Ha preso contatti con la famiglia Elkann? Che cosa direbbe loro?

R. Ci sono stati chiaramente dei contatti, ma per il livello di dialogo auspicabile a rendere concreta una collaborazione, diciamo che siamo ancora a una fase embrionale. Quando e se ci siederemo attorno a un tavolo, sarà per noi l’occasione per esplicitare una visione a 360° e, più nel dettaglio, per ragionare insieme su alcune leve che, se attivate, dal nostro punto di vista possono contribuire alla nascita di un percorso virtuoso di crescita sia economica che sportiva.

D. Come mai avete deciso di investire in BeWater? Che progetti avete? Siete pronti a sinergie con Rumble?

R. Come detto, in Italia si trovano dei progetti e delle persone più che degni di supporto, come Guido Maria Brera e il team di persone che opera in BeWater, il cui gruppo che gestisce Chora Media e Will Media. Il loro lavoro valorizza il potere della narrazione e fa capire nella pratica l'importanza dei media indipendenti nel rendere meglio informata la società: un concetto che sottolineiamo spesso in ogni nostra iniziativa. Con la nostra visione e le nostre competenze, crediamo di poter fornire un’ulteriore accelerazione tecnologica e internazionale ai loro contenuti di qualità, in termini di creazione e distribuzione, sia a quelli giornalistici che a quelli di intrattenimento. Certamente, quindi, valuteremo possibili sinergie perché ciò che realizzano raggiunga un pubblico sempre più ampio. (riproduzione riservata)



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