skin track
ORSI &TORI
Analisi Leggi dopo

ORSI &TORI

Milano Finanza - Numero 085 pag. 1 del 01/05/2021

I soldi vanno dove li porta la tasca o, se si vuole più crudezza, dove li porta la caccia al profitto. Quindi vanno dove ci sono asset validi e strutture per investirli: anche i paradisi fiscali hanno strutture ampiamente collaudate per accogliere i soldi in fuga.

È arcinoto che l’Italia, nonostante le ricchezze dei cittadini e l’enorme risparmio, non abbia mai avuto un vero mercato dei capitali e una struttura di aziende piccole e medie, molto interessanti ma non accessibili al risparmiatore. Anche le ragioni sono note.

La prima è una legge bancaria del 1931 che impediva agli istituti di credito di prendere partecipazioni in società, ma solo di fare prestiti. Con una sola eccezione, Mediobanca, con uno statuto speciale voluto e protetto da due uomini politici illuminati, come Ugo La Malfa e l’ex-dirigente di Banca commerciale italiana Giovanni Malagodi, l’uno segretario del Pri e l’altro del Pli, che fecero loro l’idea, rivelatasi da famiglia siciliana, di Enrico Cuccia, ex giornalista del Messaggero, di costituire appunto la prima e per decenni e decenni unica banca d’affari italiana.

Certamente in quella operazione ebbe un ruolo fondamentale Raffaele Mattioli, il grande banchiere capo della Comit: si dice anche per liberarsi di Cuccia, in realtà perché capiva che soprattutto per la ricostruzione del paese dopo la guerra serviva una banca che accompagnasse gli investimenti di capitale delle società.

Questa buona idea è diventata presto un’esclusiva che il mondo laico della politica, cioè Malagodi e La Malfa, ha protetto non stimolando per tempo una evoluzione della legge bancaria, inerzia coperta dal ricordo delle sciagure degli anni 20.

Sta di fatto che Mediobanca ha preso presto la piega di essere monopolio del settore e soprattutto di dedicarsi al capitalismo di poche grandi famiglie e non del tessuto fondamentale delle pmi. Il risultato, sul piano delle strutture, è stato la progressiva asfissia di un vero mercato dei capitali e la nascita di giochi familiari, come quello di Cuccia, per comandare nelle poche significative aziende di famiglia, perfino prendendo vicino a sé come assistenti i figli di queste famiglie o dei loro. Manager: da Giorgio Cefis, figlio di Adolfo, anche se questi gestiva l’Eni e poi la Montedison pur essendo, la prima, azienda di stato, o Maurizio Romiti, figlio di Cesare delegato di Mediobanca in Fiat, o ancora Gerardo Braggiotti, detto Braggiottino, figlio dell’alto dirigente di Comit, Enrico, diventato poi amministratore delegato e successivamente presidente della prima banca italiana. Per non parlare di Giorgio La Malfa, figlio di Ugo.

Insomma, un capitalismo familiare anche nel senso di allevare i figli di dirigenti presenti ai vertici delle aziende familiari sì da averne un doppio controllo. Non vi è dubbio infatti che, alla fine, Cesare Romiti rispondesse più a Cuccia che agli Agnelli. E paradosso dei paradossi, nonostante Mediobanca fosse storicamente controllata dalle tre Bin, controllate dallo stato, quali Comit, Credito italiano e Banco di Roma, in realtà Cuccia-Mediobanca controllavano di fatto ogni mossa delle tre banche principali del paese.

Dispiace che ne venga fuori un disegno dispotico di Cuccia, persona di più che specchiata e di rara intelligenza, ma questi sono i fatti. E questi fatti hanno determinato che la Borsa, cioè il mercato per raccogliere e investire i capitali dei risparmiatori italiani piccoli o grandi che fossero, sia rimasta più che asfittica, quasi inesistente. In più, per i pochi grandi gruppi quotati, tutto procedeva per patti di sindacato, partecipazioni incrociate quali quelle, per esempio, fra Pirelli e gli Smi degli Orlando di Firenze. Chi non passava da Mediobanca, nel bene e nel male non era nessuno. Ma soprattutto la Borsa troppo a lungo è rimasta un catino senza regole democratiche, quindi pur operando Mediobanca con professionalità ha determinato un mercato per pochi e soprattutto un mercato non democratico, non teso a tutelare le minoranze, aperto ai nuovi strumenti finanziari.

Ovviamente non è tutta colpa di Cuccia e di Mediobanca, che godeva peraltro di ampia protezione politica da parte di alcuni degli uomini migliori della politica, ma della miopia dell’intero Parlamento. Si guardi il ritardo con cui è stata fatta nascere la Consob e come per anni essa sia stata soggiogata dalla politica, o meglio da politici come Giulio Andreotti che portò alla presidenza Bruno Pazzi, uomo intelligente, ma di professione gestore di sale teatrali, finito poi in carcere per lo scandalo Enimont; o prima ancora, sempre Andreotti, fece diventare presidente l’ex ragioniere generale dello stato, Vincenzo Milazzo, conosciuto anche per la lunghissima unghia lunga del dito mignolo. A parte la parentesi del professor Guido Rossi, per vedere ai vertici dell’organo di controllo dei mercati uomini di indubbia competenza si deve arrivare al vicedirettore generale di Bankitalia, Tommaso Padoa Schioppa all’economista Luigi Spaventa, a Lamberto Cardia e poi a Giuseppe Vegas, infine con un altro uomo di scuola Bankitalia come l’attuale presidente, Paolo Savona.

Un vero tentativo di svolta, quando già gli altri mercati dei capitali erano fiorenti, tentò di imprimerla Guido Carli, ministro del tesoro di un governo Andreotti, domandandosi quale modello di banca avrebbe prevalso in Europa. E non solo per la sua cultura tedesca, Carli concluse che il modello vincente in Europa sarebbe stata la banca mista di tipo germanico. E coerentemente fece approvare la legge che permetteva alle banche di avere partecipazioni nelle aziende. La successiva crisi e lo scoppio infine del caso Lehman ha saggiamente frenato i banchieri italiani da usare questo potere di ingresso nel capitale delle società. Così una quota media superiore al 90% del capitale delle pmi, la struttura del paese, ha continuato a venire da prestiti bancari, rendendo comunque precario il destino di alcune banche nel momento in cui da 20 anni l’Italia non cresce più.

A tutto ciò si aggiunga che, invece, le banche hanno investito e fatto investire i capitali dei depositanti nei titoli di stato: operazione necessaria per sostenere l’enorme debito pubblico, ma allo stesso tempo creatrice di un circolo vizioso e di una cultura dei cittadini non orientata al rischio.

Avrebbe potuto, dovuto, supplire a tutto ciò una Borsa forte e ricca di pmi, ma le Banche e non solo commisero anni fa l’errore di vendere le loro quote in Borsa spa (che complessivamente avrebbero assicurato una maggioranza) al London stock Exchange, che ne ha fatto una remunerativa partecipazione grazie all’Mts, il più grande mercato (per effetto del debito italiano) dei titoli di stato.

Ora è in corso l’operazione combinata Cdp-Intesa in Euronext, che teoricamente riporta il comando di Borsa spa in Italia ma ancora con contorni da definire e con alcuni rischi non ancora bene valutati per il solido rapporto di controllo su Euronext di Francia e Olanda, che ha oggi ad Amsterdam la più importante borsa continentale grazie al trasferimento nel paese dei tulipani di un gran numero di aziende, anche italiane, per la legislazione societaria e fiscale favorevole.

È per questo che anche nel convegno di apertura di Milano Capitali, progettato da questo giornale, da ClassCnbc e dagli altri media di Class Editori, a partire da lunedì 26 è ritornato prepotentemente il tema per cui, nonostante gli sforzi e l’autorevolezza del presidente Mario Draghi, lo sviluppo necessario al paese è a rischio, in quanto finora non è stato fatto niente per trattenere in Italia la ricchezza e il risparmio italiano, cioè la benzina (o il metano o l’idrogeno) per far crescere il sistema imprenditoriale italiano. Fa specie sapere che gli italiani hanno 1.700 miliardi fermi nei conti correnti delle banche. Tutto ciò è effetto in parte del Covid e delle incertezze che ne conseguono. Ma è assai più grave che strutturalmente l’enorme risparmio italiano sia investito per oltre il 70% fuori dall’Italia.

Colpa dei gestori? Sfiducia degli italiani verso il proprio paese? Queste possono essere concause marginali. Ma ammesso che i gestori pensino più Italia di quanto fanno oggi, che gli italiani credano di più nel loro paese, dove sono gli asset italiani, in Italia, per investire tutto questo denaro? Si pensa che sia sufficiente, per portare alla quotazione le infinite pmi capaci di profitto e di innovazione, e che possa bastare il mercato Aim, che finora, in 10 anni che esiste, ha attirato 141 aziende per una capitalizzazione complessiva di 6 miliardi?

Qui, Egregio Presidente Draghi, ci vuole una svolta vera, sfruttando il momento in cui i rendimenti del reddito fisso sono bassi e un enorme risparmio è sui conti correnti bancari.

Come ben sa, io e questo giornale, fin da quando fu inviato a Washington come direttore esecutivo della Banca Mondiale facendole lasciare la cattedra a Firenze, abbiamo una fiducia assoluta nelle sue capacità e chiarezza di idee. Finora Lei è stato impegnatissimo a tenere a bada i partiti del suo governo in conflitto fra loro per le riaperture e i coprifuoco e lo ha fatto con la Sua collaudata capacità e razionalità. È stato impegnato a varare il PNRR, sigla che opportunamente è stata da Lei introdotta perché quella lettera N fosse esplicativa che il piano è non solo europeo ma nazionale; ha dovuto tenere a bada le intemperanze dittatoriali del presidente turco, avendo insieme a pochi altri il coraggio di denunciarlo pubblicamente; ha dovuto celebrare l’anniversario della Liberazione e lo ha fatto con un linguaggio di grande efficacia, che ha colpito gli italiani, perché ricco di valori e non di retorica; è ogni giorno impegnato su mille fronti, ma con la chiarezza con cui ha continuamente ricordato che l’entità del debito è enorme, ma che quello fatto per il Covid è un debito di guerra, che inevitabilmente verrà trattato come tutti i debiti di guerra, cioè stralciato tutto o quasi grazie al fatto che larga parte dei titoli è nel portafoglio della Bce, dove, proprio grazie a Lei, i tedeschi non riescono a comandare, del resto proprio loro che dopo i disastri della guerra non hanno pagato che pochi marchi del debito conseguente; Lei, Signor Presidente, sta facendo tutte queste cose con un’efficacia militare (basterebbe citare la decisione di fare commissario straordinario il generale Francesco Paolo Figliuolo al posto, magari, di brava gente, ma senza esperienza e il rigore necessari nella fondamentale branca della logistica); bene, sta facendo tutto ciò, ma, lo sa prima di tutti Lei stesso, se non si mobilita il risparmio nazionale per investimenti in Italia, essa non si svilupperà adeguatamente e resterà un paese capitalista, dove i capitali generati dal lavoro italiano vanno ad alimentare lo sviluppo degli altri paesi.

Non è questo un discorso di bieco nazionalismo. Lei, non solo europeista ma profondamente atlantista, non lo prenderebbe mai in considerazione. Questo è un discorso perché in Italia si addestrino gli italiani a investire nel capitale di rischio almeno una parte del loro risparmi, sì che le aziende crescano e con loro crescano tutte le altre categorie, compreso il benessere anche dell’ultimo dei lavoratori.

A un economista e politico del Suo livello, potrebbe essere presuntuoso indicare la strada da seguire. Ma ci permettiamo, senza arroganza, di proporgliela come frutto delle idee emerse durante i cinque intensi giorni di MilanoCapitali.

Gli spunti, le idee e le scoperte sono state tante, non ultima quella che, credo, Le farà piacere conoscere, che l’Italia ha la prima e più seria società europea che può assegnare il rating sulla sostenibilità, spesso, mi permetta, inflazionata e spesso vuota affermazione accostata a società, enti, associazioni. Sostenibilità è diventata lo slogan di propaganda più facile da affermare, ma come ha compreso l’Esma (l’autorità delle Consob europee), chi assegna il rating di sostenibilità deve essere non solo realmente indipendente, ma anche strutturato sul modello seguito da Standard Ethics, appunto la prima società sul cui modello le autorità di controllo intendono designare il regolamento del settore e di cui per trasparenza Class Editori è parte. E del resto, tutti i piani del Next generation UE sono pieni della parola sostenibilità, spesso con l’aggiunta della sigla magica Esg. Anche il PNRR è pieno di tali riferimenti, è la seconda parola più utilizzata dopo digitale/digitalizzazione.

Tutto ciò è fondamentale per la nostra vita e soprattutto di quelli che abiteranno il pianeta con noi e dopo di noi. Ma oggi, e Lei più lucidamente di tutti, dobbiamo cercare, l’Italia deve cercare il massimo sviluppo, nell’ambito rigoroso della sostenibilità. Perseguire la sostenibilità costa, ma è anche un business. Mi permetta di introdurre il concetto per cui occorre anche pensare alla sostenibilità dei capitali, nel senso di ciò che, nonostante la crisi di crescita, l’Italia e gli italiani hanno prodotto perché a sua volta generi crescita.

Vogliamo chiamarla sostenibilità dei capitali? Certo, ma può andar bene anche un’altra definizione. Conta il concetto. E per avere la sostenibilità dei capitali occorre mettere gli italiani nella condizione, se vogliono considerarsi sostenibili, di investire nello sviluppo italiano. E non che il 70% del risparmio vada all’estero per poi sentirsi dire dai tedeschi, che beneficiano, anche se non solo loro, ampiamente di questo risparmio, che gli italiani sono ricchi, più ricchi di loro tedeschi. È vero che talvolta lo sono perché hanno evaso il fisco. Ma il fisco può essere il primo strumento per far affluire il risparmio italiano nelle imprese italiane, attraverso lo sviluppo del mercato italiano dei capitali, del quale Milano è già oggi la capitale.

Quindi, ho imbarazzo a ricordarlo a Lei, un piano preciso per lo sviluppo della borsa, affinché le piccole e medie aziende quotate diventino migliaia e poi, nel processo naturale delle società che diventano aperte al pubblico, quelle affini si fondano e creino pilastri solidi della struttura italiana. Per fare ciò occorrono le strutture, ma questo è il meno. Occorre cambiare l’idea e la funzionalità del risparmio che hanno gli italiani. Con una profonda educazione finanziaria nelle scuole, in tutte le scuole, ma soprattutto nelle classi finali prima dell’università.

Ma non basta: lo strumento fondamentale è la leva fiscale. I Pir e gli Eltif ce l’hanno, ma sono poca cosa rispetto a quanto serve. Lo aveva intuito anche il precedente governo, che sulla spinta del presidente della Consob, Paolo Savona, aveva previsto una norma che introduceva premi fiscali per chi sottoscriveva aumenti di capitale e per le società che li lanciava. È stata concepita e scritta con un meccanismo e un linguaggio, oltre che per uno spazio limitato, che, lo si deve dire, è stato un nulla, un fallimento. Mentre l’idea era giusta. Molti, moltissimi, non solo per se stessi e per le loro società, al pari di professionisti e banche, si aspettano che quell’idea, per forzare le ricapitalizzazioni e quindi gli italiani ad acquisire una parte di rischio, sia rilanciata con un testo chiaro e meccanismi certi, per un tempo necessario a produrre effetti e a cambiare, almeno parzialmente, la prospettiva dei risparmiatori italiani. E non assolutamente per trasformare il paese in una sorta di paese dei balocchi-bonus fiscali. Tre anni di durata, con una testo di legge chiaro. Con lo sviluppo che una tale scelta potrà generare attraendo benzina nelle società, non solo lo stato recupererà con l’Iva e con tasse già significative sui profitti quanto concede con il credito d’imposta, ma il governo Draghi riequilibrerà le fonti di denaro delle pmi e non solo, alleggerendo le banche e quindi consolidando il sistema bancario ancora esposto a rischi troppo forti. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

 



Condividi Condividi su Whatsapp Invia ad un amico Stampa news









Video

Vedi tutti

Anticipa i mercati.
Scegli gli strumenti giusti per investire senza sbagliare.

  • Annuale
  • Mensile

SITO + MF GPT LIGHT

89,00 € per 1 anno
99,00/anno

Abbonati
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • MF GPT Piano light di MF GPT (30 crediti/mese)

SITO + QUOTIDIANO DIGITALE + MF GPT LIGHT

229,00 € /anno per sempre

Abbonati
  • Quotidiano digitale
  • Accesso al The Wall Street Journal
  • Borsa in tempo reale
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • MF GPT Piano light di MF GPT (30 crediti/mese)

QUOTIDIANO DIGITALE + SITO + MF GPT*

328,00 € per 1 anno

Abbonati
  • Quotidiano digitale
  • Borsa in tempo reale
  • Magazine (Gentleman, Capital, Class, MFF/MFL)
  • Accesso al The Wall Street Journal
  • Tutti i contenuti del sito
  • Pubblicità non invasiva
  • Newsletter, webinar e analisi esclusive per investire al meglio
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • MF GPT Risposte basate su fonti certificate 'Class Editori'
  • MF GPT Notizie e tendenze dei mercati
  • MF GPT Analisi di società e settori
  • MF GPT Grafici interattivi
  • MF GPT Report e notifiche personalizzate
  • MF GPT Archivio di Milano Finanza