La domanda di oro è alle stelle, tanto che i prezzi dell’oro sono stabili da mesi oltre i 3.000 dollari l’oncia. E per soddisfarla le società minerarie si adoperano in ogni modo, anche tornando ad aprire siti estrattivi. È quanto sta succedendo nello Stato americano del South Dakota dove, secondo Cbs, Dakota Gold avrebbe intenzione di rendere operativa entro il 2029 una nuova miniera a cielo aperto.
Il South Dakota è una delle mete che, insieme a Colorado e Montana, attirarono i celebri cercatori d’oro di età ottocentesca. Oggi nella zona delle Black Hills, dove si concentravano le miniere, rimane attivo un unico impianto, gestito da Coeur Mining. Ma diversi progetti sono al vaglio delle autorità statali e federali e alcuni di questi, se approvati, riporterebbero le miniere anche in zone considerate sacre dalla popolazione autoctona.
Dakota Gold, nello specifico, vorrebbe aprire una miniera a cielo aperto entro il 2029 e affiancare a questo sito una miniera sotterranea vicino alla vecchia Homestake. Questa miniera era un tempo una delle più grandi dell’emisfero occidentale, ma è stata chiusa nel 2002 e trasformata in un centro di ricerca. Al momento Dakota Gold può contare su depositi di oro dal valore stimato tra 1,6 e 2,1 miliardi di dollari.
L’interesse per le attività estrattive è riesploso quando i prezzi dell’oro hanno imboccato una strada di crescita esponenziale ed è alimentato anche da un clima politico positivo. A marzo 2025 il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo per accelerare i permessi minerari.
Il prezzo del lingotto è cresciuto di circa il 35% in un anno, spinto dalla forte incertezza economica e geopolitica, che ha convinto gli investitori a concentrarsi sul bene rifugio per eccellenza. In più, la domanda delle banche centrali di tutto il mondo è aumentata in modo massiccio, contribuendo al consolidamento dei prezzi.
Nel secondo trimestre 2025 «le banche centrali hanno continuato ad aumentare le proprie riserve auree, anche se il ritmo degli acquisti ha subito un forte rallentamento, probabilmente a causa del prezzo elevato», osserva Claudio Wewel, Fx strategist di J. Safra Sarasin. «Ciononostante, secondo il World Gold Council, nel solo mese di giugno le banche centrali hanno registrato acquisti netti per 22 tonnellate».
Il confronto con le quotazioni degli anni passati è impressionante. Nel 2002, quando la miniera di Homestake ha chiuso i battenti, il prezzo oscillava intorno ai 300 dollari l’oncia. Nella mattina del 25 agosto 2025 supera i 3.400 dollari. Solo tre anni fa, nell’estate 2022, non arrivava a 2.000 dollari.
La marcia dell’oro non sembra registrare rallentamenti significativi nemmeno dopo l’entrata in vigore della maggior parte dei dazi imposti da Trump. Al massimo, si nota una leggera flessione. «Nelle ultime settimane l’oro è stato scambiato in un range ristretto, senza superare i 3.450 dollari, mentre cresce la convinzione che il peggio dell’incertezza sui dazi sia passato», sostengono gli analisti di Ubs. «Da aprile, quando i prezzi hanno toccato brevemente i 3.500 dollari con il picco delle tensioni commerciali, il metallo giallo ha perso circa il 3%».
Tuttavia, gli esperti credono che si tratti solo di una pausa. «Riteniamo che l’oro possa riprendere il rally il prossimo anno e prevediamo che raggiungerà i 3.700 dollari entro giugno 2026», concludono da Ubs.(riproduzione riservata)