Provate a fare un piccolo esperimento e cercate un grafico storico dell’oro dagli anni Ottanta a oggi. Vi accorgerete subito che la sua forma ricorda un po’ una tappa di montagna del Giro d’Italia: completamente piatto fino al 2005, una salita verticale fino al 2011 (negli anni della grande crisi finanziaria), poi la discesa e successivo assestamento fino al 2018, quando è iniziata una nuova, ripidissima salita che arriva all’ultima settimana. Martedì 20 agosto l'oro ha superato per la prima volta nella storia la soglia dei 2.500 dollari l’oncia. E la scalata verso una nuova vetta potrebbe continuare ancora tanto che alcuni analisti, tra cui quelli di Citi, hanno già ipotizzato che si potrebbe arrivare a 3.000 dollari entro la metà del 2025.
A far correre così tanto l’oro, il cui valore rispetto al dollaro americano è cresciuto da inizio anno del 22%, sono stati in primo luogo i forti acquisti da parte delle banche centrali, soprattutto quelle dei Paesi emergenti (come la Cina), che nel 2022 e 2023 hanno comprato più di 1.000 tonnellate di lingotti l’anno. Una domanda così forte è in grado di alzare di molto il prezzo perché l’oro è estremamente scarso in natura. È stato calcolato che, fondendo tutto l’oro del mondo, si otterrebbe un cubo di appena 21 metri di lato: il suo perimetro potrebbe essere percorso in meno di 30 secondi.
Al contempo, il prezzo del prezioso metallo è quanto mai sensibile alle turbolenze geopolitiche e più in generale alle crisi sistemiche, in quanto percepito dagli investitori come il bene rifugio per eccellenza. Per capirlo basta una veloce carrellata dei record del lingotto. La soglia dei 2.000 dollari è stata sfondata per la prima volta ad agosto 2020, in piena crisi Covid e dopo un’enorme esplosione a Beirut (per cause naturali, ma all’inizio si pensava fosse un attentato) che aveva causato oltre 200 morti. Dopo un periodo di forte ottimismo post-pandemico (grazie ai vaccini e ai rally delle borse) il ritorno sopra quota 2.000 c'è stato nel marzo del 2022, una manciata di giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Mentre il tetto dei 2.100 dollari è stato abbattuto a marzo 2024, pochi mesi dopo lo scoppio delle tensioni in Medio Oriente.
Per gli analisti l’oro è destinato a crescere ancora anche per via delle mosse delle banche centrali occidentali, che tra l’inizio e la metà di settembre saranno chiamate a prendere le loro decisioni sui tassi di interesse. «Se consideriamo la situazione attuale, ci rendiamo conto che stiamo assistendo a un ciclo di allentamento coincidente da parte di molte delle principali banche centrali», commenta Peter Kinsella, global head of forex strategy di Union Bancaire Privée (Ubp). «Questo sviluppo è altamente costruttivo per l’oro, perché riduce il costo relativo del possesso per gli investitori». Al contempo, nota l’esperto, «l’oro è scambiato con un ampio premio rispetto ai Treasury decennali Usa (intorno al 3,8%, ndr), ma dal 2022 la relazione tra le variabili è meno significativa». La prospettiva di un calo dei tassi, e quindi dei rendimenti del T-Bond, «è vantaggiosa per l’oro perché implica una riduzione del costo opportunità relativo alla sua detenzione».
Anche a livello di analisi tecnica gli esperti vedono ampi margini di crescita per il lingotto. «Il trend di lungo periodo su base mensile è ancora fortemente rialzista fino a prova contraria», sottolinea David Pascucci, analista di mercato del broker regolamentato Xtb. «Sempre su base mensile ci viene in soccorso l’oscillatore Rsi, l’indice di forza relativa, che segna area 77, quindi in zona di iper-comprato». In altre parole, spiega l’esperto, «l’asset risulta comprato troppo rispetto al suo andamento». Attenzione però: «Questo non significa che da tali quotazioni l’oro debba necessariamente scendere o crollare, bensì potrebbe arrestare momentaneamente la sua corsa». D’altro canto, conclude, «dopo una lunga fase di laterale dal 2020 al 2023 il trend attuale sembra sfogarsi al rialzo con forza: un trend che potrebbe proseguire anche nei prossimi trimestri e portare le quotazioni su livelli ancor più elevati».
Insomma, la corsa dell’oro potrebbe non essere una fiammata e potrebbe avere tutte le carte in regola per consacrarsi come tendenza strutturale anche nei prossimi mesi. Ma come ci si può esporre al rally dell’oro attraverso uno strumento di investimento? La forma più tradizionale è il possesso diretto di oro fisico sotto forma di lingotti, monete o gioielli. Un investimento di questo tipo ha il vantaggio di avere un valore d’uso (un gioiello si può indossare), ma al contempo espone agli spread di vendita, che possono erodere una parte importante dell’eventuale performance.
L’alternativa è quella di puntare sugli Etp (acronimo di Exchange Traded Product) che possono essere Etf o Etc – le differenze sono più formali che sostanziali – e che hanno come sottostante l’oro fisico. La tabella in basso, elaborata da Morningstar per MF-Milano Finanza, riunisce 15 Etp con sottostante oro fisico per rendimento da inizio 2024. Come si può notare, le loro performance sono tutte molto simili e vicine a quella dell’oro. Ci sono comunque dei fattori, oltre al rendimento, da considerare al momento della scelta: i costi dell’Etf, il tracking error (la performance non deve discostarsi troppo dal suo indice di riferimento), e il tipo di replica. Esistono anche prodotti che permettono di negoziare il prezzo dell’oro senza acquistare il metallo. Sono i contratti per differenza, o Cfd: utili soprattutto per aprire posizioni corte e fare operazioni di compravendita di breve periodo, i Cfd sono prodotti a leva. Proprio per questo gli esperti consigliano di maneggiarli con estrema cura.
Ma se l’Etf ha come sottostante l’oro fisico, qual è il vantaggio reale di comprarlo rispetto ai lingotti? La prima risposta è che l'Etf è un investimento finanziario, e come tale non è un bene tangibile. Non può quindi essere rubato, perso in un’alluvione e così via. La seconda ragione è che un Etf è un prodotto liquido, e quindi può essere comprato e venduto in ogni momento come se fosse una normale azione.
Per chi volesse un’esposizione all’andamento dell’oro, anche se indiretta, c’è infine la possibilità di investire in azioni aurifere e fondi azionari che hanno come sottostanti i titoli degli estrattori. In generale queste aziende beneficiano, in termini di bilancio, da un andamento rialzista del metallo. Ma attenzione. Trattandosi di società quotate, quando si decide di investirci bisogna considerare tutta una serie di altri fattori: se pagheranno dividendi, quali sono le loro valutazioni, i possibili fattori di rischio come quelli legati ai Paesi in cui lavorano (alcuni governi potrebbero ad esempio voler nazionalizzare le miniere). Insomma: si investe in un’azienda, non in una materia prima. In generale, secondo gli esperti, un investimento di questo tipo può essere considerato più speculativo, mentre quello in oro fisico rimane maggiormente conservativo. (riproduzione riservata)