L’oro torna protagonista sui mercati: nella mattinata di mercoledì 23 luglio, il prezzo spot del metallo prezioso ha superato questa notte 3.438 dollari l’oncia, segnando un nuovo picco per il mese e avvicinandosi ai massimi storici di primavera per poi scendere a 3.427 dollari verso le 11 di mattina. Il metallo giallo, spinto da un contesto geopolitico incerto, timori inflazionistici persistenti e una domanda strutturale in crescita, si conferma un asset rifugio privilegiato per investitori istituzionali e retail.
Dietro al rally non c’è solo la volatilità quotidiana dei mercati, ma una serie di fattori strutturali che secondo gli esperti indicano una traiettoria ancora rialzista per il prezzo dell’oro. Secondo T. Rowe Price, che ha pubblicato un’analisi a firma di Ritu Vohora, le tensioni geopolitiche, i deficit pubblici crescenti e il ritorno di un’inflazione meno «transitoria» di quanto sperato stanno riplasmando la domanda globale d’oro. Un cambiamento cruciale è avvenuto dal 2022: le banche centrali hanno acquistato oltre mille tonnellate di oro all’anno, più del doppio della media del decennio precedente. L’oro è ora il secondo bene di riserva al mondo, con una quota del 20% nelle riserve delle banche centrali globali, contro il 46% del dollaro Usa, in calo costante da dieci anni.
Un accumulo che, secondo Vohora, difficilmente verrà invertito a breve: «È improbabile che questo cambiamento strutturale della domanda si esaurisca presto. Per gli investitori, però, è cruciale guardare oltre il prezzo e comprendere il ruolo strategico dell’oro nei portafogli, specie in un’epoca di shock inflazionistici e rimescolamenti geopolitici».
A supportare una visione marcatamente rialzista è anche WisdomTree, che in un recente outlook a firma di Nitesh Shah ha indicato una previsione ambiziosa: entro il secondo trimestre del 2026, il prezzo dell’oro potrebbe raggiungere i 3.850 dollari l’oncia, con uno scenario alternativo che arriva a 4.475 dollari nel caso in cui la Federal Reserve fosse costretta a tagliare i tassi in risposta a un forte rallentamento dell’economia. A frenare l’oro, secondo Shah, potrebbe essere solo uno scenario «orso» caratterizzato da inflazione in forte calo, rendimenti obbligazionari in salita e un dollaro in rafforzamento. Anche in quel caso, però, l’oro resterebbe sopra i 3.000 dollari l’oncia, ben al di sopra dei livelli di inizio 2025.
A contribuire alla spinta dell’oro c’è anche l’incertezza sul fronte commerciale. L’8 luglio, il presidente Usa Donald Trump ha prorogato la «tregua» nei negoziati con Canada, Messico e Unione Europea fino al 1° agosto. Gli accordi con Cina e Regno Unito non sono bastati a rassicurare i mercati, che temono dazi più alti e una pressione inflazionistica derivante da rincari strutturali delle importazioni. In questo scenario, l’oro si conferma un baluardo contro i rischi macroeconomici.
Infine, non va trascurato il rinnovato interesse per gli estrattori e le società di royalty nel settore aurifero. Se da un lato le azioni minerarie sono spesso penalizzate da costi operativi e cattiva allocazione del capitale, oggi alcune realtà più disciplinate - specie quelle con free cash flow significativo - stanno iniziando a riflettere in borsa i benefici dei prezzi elevati dell’oro. Ma, come sottolinea ancora T. Rowe Price, «in questo contesto la selezione dei titoli è fondamentale». (riproduzione riservata)