Chissà se, quando sul finire di dicembre ha completato la quotazione della controllata indiana Doms, il gruppo Fabbrica Italiana Lapis e Affini (Fila) era consapevole di potersi ritrovare con una partecipata dal valore (in termini di capitalizzazione di mercato) quasi tre volte maggiore del suo. Casi simili, negli ultimi anni, sono stati numerosi, soprattutto nel settore energetico, con società che hanno quotato controllate attive nelle rinnovabili che sono arrivate a valere più del doppio delle loro capogruppo. Nel caso di Fila il settore di attività è ben diverso, visto che si trova immersa in una rivoluzione in cui la tecnologia la fa da padrona, imponendo perciò una certa abilità manageriale per affrontare le nuove sfide, anche se il fascino e la forza della matita sembra quasi essere rimasta intatta.
Le prime avvisaglie che la società indiana potesse fare il boom sono arrivate subito. Il 20 dicembre, giorno di quotazione alla Borsa di Mumbai, Doms è schizzata: partendo da un prezzo di collocamento di 790 rupie, ha superato quota 1.400 rupie (+77%), salvo poi rintracciare in chiusura a quota 1.326,05 rupie (+67,8%), arrivando così a una capitalizzazione di mercato di poco sotto ai 900 milioni di euro, con scambi record e pari a oltre due volte l’intero ammontare del collocamento. Il balzo aveva subito trascinato al rialzo anche il titolo del gruppo guidato dal ceo eazionista Massimo Candela, che con l’ipo era passato dal 59% a poco più del 30%, tanto da indurre numerosi analisti a credere in un effetto traino per il titolo della società che produce le matite e i pastelli Giotto o i Tratto Pen, il Pongo, Didò e il Das. Dalla quotazione di Doms sono entrati a Fila 69 milioni al netto di tasse e spese, che si aggiungono a una generazione di cassa prevista di oltre 50 milioni di euro, che sarà usata per grossa parte a riduzione delle linee di credito bancario più costose. Nonostante tale beneficio e conti in crescita (ricavi su dell’1,9% a 779,2 milioni ed ebitda normalizzato salito a 121,1 milioni), il titolo sembra quasi rimasto incagliato nelle sabbie mobili. Sembra non servire a nulla essere una società tra i leader mondiali nel proprio comparto insieme con Faber e i cinesi di M&G. Il titolo attualmente è molto lontano dai massimi toccati a fine 2019 quando era arrivato a viaggiare sopra 14 euro: il 12 aprile le azioni quotavano a 8,21 euro, registrando un calo del 6% da inizio anno. Ma è già da novembre 2021 che Fila viaggia a meno dei 10 euro con cui ha debuttato in Borsa nel 2015. Il tutto con un flottante di oltre il 60% e investitori come Lazard AM, Mediolanum, Fideuram e Amber. Nel frattempo, invece, l’indiana Doms continua a macinare performance in crescita che le sono valse una capitalizzazione di mercato di 1,2 miliardi di euro circa, frutto della crescita delle azioni di quasi il 34% da inizio anno a 1.710 rupie, ovvero 19,22 euro.
Questo contesto, tra titolo sottovalutato e una controllata con multipli sempre più alti, sta spingendo numerosi operatori di mercato a chiedersi se la familgia Candela continuerà a mantere quotata la propria azienda oppure deciderà di lasciare piazza Affari e avviare un nuovo percorso fuori dalla borsa. Secondo quanto raccolto da MF-Milano Finanza, vi sarebbero almeno un paio di fondi interessati a investire in un gruppo che ha triplicato i ricavi in soli otto anni (con una presenza pressochè mondiale) e sostenere il piano di crescita fuori dal listino. Nulla di concreto, almeno per il momento, e nessun dialogo avviato da parte di Candela, il quale pare già in passato abbia rifiutato numerose avance da parte di soggetti finanziari e industriali. Eppure, nessuno tra gli addetti ai lavori riesce ad escludere con certezza che anche questa volta le tentazioni saranno allontanate con la stessa facilità del passato. Magari anche per il disallineamento venutosi a creare con i valori assunti dall’indiana Doms. I numeri del 2023 del gruppo sono buoni, nonostante alcuni analisti si aspettassero qualcosa in più in termini di ricavi e redditività. Intesa Sanpaolo ha ridotto da 14,5 a 13,7 euro il prezzo obiettivo sul gruppo, ma ha confermato la raccomandazione buy, notando come «la generazione di cassa sia stata abbondante e abbia consentito un forte deleverage». Sembra evidente, spiegano alcuni operatori, che la valutazione di borsa non rispecchia il valore dell’impresa e questo potrebbe quindi indurre il management a valutare possibili vie alternative, nonostante un delisting non sembra essere all’ordine del giorno.