Milan, Inter, Roma, Atalanta, Bologna, Fiorentina, Genoa in A. Parma, Pisa, Spezia, Como, Venezia, Palermo e (in parte) Ascoli in B. Sono sette le squadre di Serie A, e altrettante quelle della serie cadetta, che hanno una proprietà straniera. Un trend che rischia di interrompersi se l’Authority sui bilanci delle squadre di calcio e basket proposta dal ministro dello Sport Andrea Abodi dovesse andare in porto. L’ipotesi ha sollevato un vespaio nello sport e nella politica.
Al netto delle critiche delle opposizioni, le tensioni si annidano nella maggioranza. Da un lato l’anima liberista del governo rappresentata da Forza Italia, contraria all’ingerenza dello Stato in economia. Dall’altro quella più interventista di FdI che, a dispetto dei proclami della premier Giorgia Meloni («Non disturbare chi vuole fare», disse in occasione del discorso dell’insediamento), non ha disdegnato incursioni nel mondo delle imprese (si veda alla voce extraprofitti bancari). Per ora l’attrito resta sottotraccia: se i senatori di Fi interessati dalla norma (Claudio Lotito e Adriano Galliani, presidenti di Lazio e Monza) si trincerano dietro un prudente silenzio, nessun esponente della Fiamma si è levato in difesa di Abodi. L’unico a invocare «calma e ponderazione» è, non a caso, il capogruppo azzurro a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri.
Dove la polemica infuria è nel calcio: con una nota congiunta la Lega Serie A ha respinto all’unanimità la proposta «rivendicando l’autonomia dell’ordinamento sportivo dalla politica». Poche ore prima a cassare la misura era stato il presidente del Coni Giovanni Malagò che, intervistato da Repubblica, si era lasciato andare a un commentato al vetriolo: «Rischiamo una figuraccia mondiale, dubito che questa norma possa essere accettata da Uefa e Fifa». Conferma indiretta è arrivata da Evelina Christillin, membro del consiglio Fifa: «Le iscrizioni per le coppe europee sono gestite da Uefa, e i controlli sono severissimi: bisogna capire se a prevalere sarà il regolamento Uefa o un’agenzia politica».
Il tasto dolente è proprio lì: capire se l’ente che sostituirà la Covisoc avrà o meno il potere di decidere chi gioca i campionati. Stando alla bozza, sembrerebbe di sì: «L’Agenzia – si legge al comma 4, lettera b, dell’articolo 13 bis – verifica la documentazione prevista dalla normativa federale ai fini del rilascio della licenza nazionale per la partecipazione alle competizioni, emettendo, a tal fine, un parere vincolante». Difficile che, pur lasciandole formalmente l’ultima parola, la Figc possa a quel punto mettersi di traverso.
«Il nostro mondo tanto bistrattato – tuona intanto il numero uno della Federcalcio Gabriele Gravina, che nella serata di lunedì 6 maggio ha riunito i suoi chiedendo un incontro con Abodi – riceve 978 milioni di contributi dallo Stato contro oltre nove miliardi versati in dieci anni: pretendiamo pari dignità rispetto ad altri settori dell’economia del nostro Paese». Una massima attribuita a Winston Churchill recita: «Gli italiani vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio, e alle partite di calcio come se fosse una guerra». Ecco, la guerra è appena iniziata. (riproduzione riservata)