Il medicinale a base di semaglutide che si credeva fosse in grado di ridurre la progressione della malattia di Alzheimer non ha superato la fase 3 del programma Evoke, il piano di studi clinici condotti da Novo Nordisk per indagare l'efficacia e la sicurezza del principio attivo. Così il titolo dell’azienda farmaceutica è crollato dell’8% sul listino di Copenhagen ( a 266,90 corone danesi), toccando il minimo degli ultimi quattro anni.
Sebbene il trattamento abbia portato a un miglioramento dei biomarcatori associati alla malattia di Alzheimer – alcune prove suggerivano una correlazione tra il morbo e l’assunzione di semaglutide –, ciò non si è tradotto in un ritardo della progressione della malattia.
Gli attuali trattamenti contro l’Alzheimer, pur rallentandone il peggioramento fino a un terzo, comportano gravi effetti collaterali. Prima di questi risultati, gli analisti e la stessa Novo avevano definito le sperimentazioni un azzardo.
«Sulla base di una serie di dati indicativi, abbiamo ritenuto di avere la responsabilità di esplorare il potenziale del semaglutide, nonostante le scarse probabilità di successo», ha affermato il direttore scientifico di Novo, Martin Holst Lange.
Rispetto a inizio anno, il titolo ha dimezzato il prezzo, dopo una serie di tagli alla guidance e alla concorrenza sfrenata, soprattutto negli Usa. Al contrario, la rivale Eli Lilly è diventata la prima big-pharma con un market cap di 1 trilione di dollari.
A ciò si aggiunge un ricambio travagliato della governance. Novo ha infatti recentemente sostituito il presidente e metà del cda, per via di un disaccordo tra il precedente board e l’azionista di controllo, Novo Nordisk Foundation sulla portata e la velocità del cambiamento necessario.
Il nuovo ceo Mike Doustdar ha deciso così di riorientare le priorità commerciali dell’azienda verso il settore dell’obesità e del diabete –business attualmente molto gettonati –, e di tagliare oltre il 10% della forza lavoro globale. (riproduzione riservata)