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Non solo petrolio e gas: anche i prezzi dei chip sono colpiti dalla guerra. Ed è un altro rischio per sicurezza e democrazia
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Non solo petrolio e gas: anche i prezzi dei chip sono colpiti dalla guerra. Ed è un altro rischio per sicurezza e democrazia

di Pierguido iezzi *
20 marzo 2026, 20:31

L'aumento dei costi energetici legato alla crisi del Golfo Persico minaccia la sicurezza economica e nazionale, complicando il rinnovo delle infrastrutture digitali e aumentando il rischio cyber per le imprese

L’impennata dei costi dell’energia che il mondo sta nuovamente conoscendo con la crisi del Golfo Persico è destinata a ripercuotersi su quelli tecnologici, rischiando di trasformarli rapidamente da un problema di approvvigionamento per le imprese in una questione di sicurezza economica e, soprattutto, nazionale.

È una dinamica meno visibile dell’impennata dei prezzi del carburante alla pompa o dei rincari delle bollette, che rischia però di rivelarsi assai più insidiosa. Il rincaro del computing, dello storage e dell’hardware  sta comprimendo la capacità aziendali di rinnovare le infrastrutture digitali proprio nel momento in cui il rischio cyber si intensifica. Segnali molto concreti arrivano dal mercato.

L’aumento dei prezzi dell’hardware e l’impatto sulle imprese

Nel primo trimestre 2026 i prezzi delle unità di memoria a stato solido (Ssd) sono aumentati di oltre il 50% rispetto al trimestre precedente, spinti dalla domanda legata all’AI e dall’assorbimento di capacità da parte dei grandi operatori cloud. Nel 2026 si prevede inoltre una contrazione delle spedizioni mondiali di Pc e di smartphone rispettivamente del 10,4% e dell’8,4%, mentre i loro prezzi saliranno in media del 17% e del 13% rispetto al 2025. 

In termini aziendali ciò significa rinviare le scelte di acquisto per il rinnovo tecnologico, allungando la vita utile dei dispositivi, posticipando la sostituzione di server e apparati, rimandando il refresh delle infrastrutture. Comprensibile dal punto di vista finanziario, ma pericoloso sul piano della sicurezza.

I rischi dell’obsolescenza tecnologica e il contesto geopolitico

Un sistema vecchio non è solo meno efficiente ma anche più difficile da aggiornare, più fragile, meno compatibile con i controlli moderni e, in molti casi, più vicino a divenire obsoleto. Quando ciò accade, l’azienda tramuta un apparente risparmio in un aumento della propria esposizione cyber.

Questa dinamica è ancora più preoccupante se letta dentro il quadro geopolitico, in cui la minaccia criminale tradizionale si intreccia con attori ostili, campagne opportunistiche, pressioni sulle filiere e attacchi a infrastrutture e servizi essenziali.

Dalla sicurezza aziendale alla sicurezza nazionale

Il tema smette così di essere aziendale per divenire sistemico. Se un numero crescente di imprese rinvia il rinnovo delle infrastrutture digitali la fragilità si distribuisce lungo tutta l’economia reale. La nostra realtà dipende da filiere digitali strettamente connesse che, quando invecchiano, aumentano il rischio di interruzioni operative, allungano i tempi di ripristino e riducono la resilienza complessiva del Paese.

Un sistema produttivo che perde affidabilità digitale, inoltre, perde anche competitività, divenendo incapace di attrarre investimenti, sostenere l’innovazione e garantire continuità ai mercati. Un Paese che non riesce più ad assicurare la solidità delle proprie infrastrutture e filiere, infine, aumenta la dipendenza da tecnologie, fornitori e capacità esterne proprio nei settori più sensibili. La cybersecurity esce così dal perimetro aziendale per rientrare nella sicurezza nazionale.

Occorre pertanto ripensare la sicurezza informatica. Da corsa continua all’ultimo prodotto o aggiornamento deve divenire un percorso più selettivo e realistico. Le imprese devono concentrare la protezione dove il danno potenziale è maggiore: i processi che fermano il business, i dati critici, i nodi di filiera, i sistemi da cui dipendono continuità operativa e obblighi regolatori.

Tre azioni chiave per ripensare la difesa informatica

Ciò implica sostanzialmente tre azioni: proteggere gli accessi, perché molte violazioni partono da credenziali compromesse o da collegamenti remoti troppo esposti; separare di più i sistemi tra loro, per evitare la propagazione dei danni; trattare le tecnologie più vecchie come un rischio, non come una normalità da sopportare all’infinito.

La vera scelta non è quindi tra spendere o non spendere. La vera scelta è come spendere in una fase in cui non tutto potrà essere rinnovato subito. Se il contenimento dei costi si tradurrà in un rallentamento indiscriminato del refresh tecnologico, il prezzo apparente del risparmio verrà pagato domani in termini di incidenti, fermo operativo, perdita di dati e minore affidabilità delle filiere.

Se invece questa crisi costringerà le imprese a rendere la sicurezza più mirata, più aderente ai rischi reali e più vicina alla continuità operativa, allora potrà almeno produrre una correzione utile.

La cybersecurity non è più una funzione accessoria della trasformazione digitale. In una fase di inflazione, tensione geopolitica e crescita debole, diventa una componente della sicurezza economica nazionale. Il tema non riguarda soltanto i reparti It o i responsabili della sicurezza, ma il vertice delle imprese e, più in generale, la tenuta del sistema Paese. E della nostra democrazia. (riproduzione riservata)

*Direttore Cyber Maticmind 



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