Emergono nuove rivelazioni sulla privatizzazione del Mps e sulla scalata a Mediobanca, al centro di un’indagine della Procura di Milano su un presunto concerto tra Francesco Milleri (Delfin) e Francesco Gaetano Caltagirone con il concorso del ceo di Siena, Luigi Lovaglio.
A rivelarli è un verbale di assunzione informazioni allegato alla richiesta di autorizzazione preventiva a visionare eventuali chat sul cellulare dell’ex direttore generale del Tesoro Marcello Sala, non indagato ma a cui il telefono è stato sequestrato, con alcuni parlamentari. La richiesta per ora è bloccata in Giunta per le autorizzazioni della Camera, che ha chiesto chiarimenti ai magistrati di Milano sullo stato di elaborazione del telefonino del dirigente. Un passaggio che allungherà i tempi dell’esame della richiesta dei pm.
Il 7 luglio 2025 in un colloquio durato circa quattro ore con il pm Giovanni Polizzi e gli ufficiali del Valutario della Gdf, l’ex dg del Tesoro con delega alle partecipazioni nonché attuale presidente di Nexi ripercorre come si è arrivati al collocamento di Mps fino all’ultima tranche del 15% il 13 novembre 2024.
Sala ricorda come, dopo l’aumento di capitale del 2022, il Mef fosse salito al 65% di Mps assumendo impegni stringenti con la Dg Comp. Tra questi il più rilevante riguardava la discesa sotto il 20% entro il 2024. Sala sottolinea che il dossier era stato costruito dal suo predecessore Alessandro Rivera e che, al suo arrivo, «l’interesse verso Mps era piuttosto basso anche a seguito della dismissione da parte di Axa della quota nel 2023». In quel contesto avvennero il rinnovo del cda e la conferma di Lovaglio come ceo, «scelta che condivisi apprezzando le sue capacità manageriali».
«Nell’estate 2023 ebbi diversi incontri con gli esponenti di fondi privati, banche, imprenditori al fine di valutare la cessione della partecipazione del Mef in Mps. Questi incontri erano estremamente frequenti, sono avvenuti sia a Roma, presso il Ministero, che presso le sedi di questi enti, o anche all’estero quando riguardavano fondi esteri. A questi incontri partecipavano talora alcuni miei collaboratori e in qualche occasione, in particolare quando si trattava di incontrare gli ad, anche lo stesso ministro (Giancarlo Giorgetti, ndr)».
I nomi? «I soggetti sono davvero numerosi, li potrei raggruppare per categoria, ad esempio gli hedge fund americani e britannici, pressoché tutte le banche nazionali e anche alcune banche estere, nonché singoli imprenditori italiani come Caltagirone, Marchi, Aponte ed altri».
Secondo il dirigente, però, le trattative «con i soggetti interessati alle azioni erano sempre molto svantaggiose per il Mef» e le condizioni proposte dagli investitori risultavano «penalizzanti per il Tesoro». «Le prospettive future della banca in quel momento non apparivano positive, in particolare per la necessità di ulteriori finanziamenti, ma anche per la pendenza di cause giudiziarie molto importanti, e per la presenza di npl in bilancio», sottolinea Sala. «Ho tenuto presente che l’operazione di dismissione avrebbe dovuto superare le valutazioni anche della Corte dei Conti».
Uno dei passaggi rilevanti dell’audizione riguarda le interlocuzioni con Unicredit. La banca «nell’estate 2023 si disse interessata a rilevare anche tutta la partecipazione Mps offrendo uno sconto rispetto al prezzo di mercato e proponendo una serie di altre condizioni da noi ritenute svantaggiose. Escludo […] che Unicredit abbia formulato una proposta di acquisto con premio, che avremmo immediatamente accettato date le difficili condizioni della banca in quel momento». Vennero esaminate anche ipotesi «come ad esempio la fusione con Bpm e Bper, che non andarono in porto per le stesse ragioni».
Sala insiste più volte sui vincoli imposti da Bruxelles per la dismissione fino a scendere dal 65% a sotto il 20%. L’impegno assunto con la Dg Comp prevedeva una «procedura trasparente e competitiva». Il Dpcm sulla privatizzazione consentiva «anche operazioni a trattativa privata», ma — chiarisce Sala — «se avessimo proceduto in tal senso saremmo ovviamente stati chiamati a giustificare, alla luce delle condizioni di mercato, tale modalità alla Dg Comp, nonché alla Bce».
L’ex dg del Tesoro descrive i rapporti costanti con la Ue: «Vi era una call trimestrale con la Dg Comp, ma oltre a questo io avevo frequenti contatti con Olivier Guersant, che ne era il capo». Tra i passaggi rilevanti c’è quello relativo ai rapporti con Delfin: «Non ho incontrato Milleri, che peraltro non conosco, né altri dirigenti del gruppo» della famiglia Del Vecchio. Ma come si è arrivati a privatizzare in più tranche la banca?
La prima quota di Mps pari al 25% venne collocata nel novembre 2023. «Nell’autunno di quell’anno le prospettive di Mps erano migliorate sia perché in generale le banche avevano registrato significativi guadagni, sia perché le cause legali di Mps si andavano chiarendo». Così si procedette con un collocamento accelerato curato da Ubs, Bofa e Jefferies, perché «le trattative con i soggetti interessati alle azioni erano sempre molto svantaggiose per il Mef».
«Dopo il primo Abb, la percezione del mercato su Mps ha incominciato a cambiare», sottolinea Sala. Ma anche in quella fase non si trovarono acquirenti. Così il Mef procedette a un secondo abb per il 12,5% con Bofa, Jefferies e Mediobanca. «Tali bookrunner hanno offerto uno sconto allineato tra loro e minore rispetto a quello del primo ABB, e la vendita è poi avvenuta sostanzialmente allo stesso valore».
«Dopo questo abb di marzo 2024, il titolo Mps si è ulteriormente apprezzato» e sono arrivati i primi utili tanto che la banca tornò a pagare un dividendo; «inoltre erano venute meno le cause legali che presentavano le criticità maggiori, e tutto questo si è riflettuto anche sui media che riportavano un grande interesse per Mps», spiega Sala ai pm.
Nei mesi successivi continuarono le interlocuzioni, registrando «interesse molto elevato per la banca, al punto che i temi che venivano affrontati riguardavano direttamente la governance futura della banca, l'attribuzione della carica di amministratore delegato e la permanenza o meno del Mef all’interno della compagine. Questi contatti tuttavia non hanno consentito di pervenire ad una trattativa concreta con nessuno, nel frattempo i mesi passavano e al Mef registravamo anche le pressioni dalla Ue per rispettare l’impegno di perdere il controllo sulla banca».
Ci furono interlocuzioni anche «con i diversi imprenditori italiani che ho menzionato sopra, tuttavia preciso che la prospettiva di creare un nucleo rilevante di imprenditori nazionali all'interno dell’azionariato Mps era solo una delle diverse ipotesi al vaglio», spiega l’ex dirigente del Mef.
Sala rivela che era stata esaminata anche la possibilità di un'acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo o di Unicredit, per quanto questo avrebbe potuto porre problemi in termini di Antitrust, così come è stata anche esaminata la possibilità di fusione tra Mps e Bpm, che avrebbe senz'altro avuto un significato dal punto di vista industriale. Fatto sta che nulla di tutto questo si è concretizzato e, nel novembre 2024, abbiamo proceduto al terzo abb».
Ma perché, chiedono i pm, vi siete affidati come bookrunner solo a Banca Akros, che non era stata invitata nei precedenti collocamenti e che aveva una struttura meno rilevante rispetto alle banche globali?
Sala giustifica la scelta così: «In precedenza avevamo promosso una procedura di vendita (titolo Poste), affidandoci a tutte le banche italiane che fanno quel tipo di attività, e quindi anche ad Akros, che però non era stata selezionata in virtù di un’offerta meno vantaggiosa, cosa di cui si era lamentata». Inoltre, riguardo al terzo abb Mps, «lo sconto di Akros si è rivelato il più basso tra quelli offerti» dalle banche collocatrici.
Ma avete rilevato «come una criticità» – chiede il pm – che ci siano stati soli quattro aggiudicatari di quelle azioni, due dei quali (Bpm e Anima) legati ad Akros? «A noi interessava dismettere la quota di controllo entro fine anno, al miglior prezzo ed a soggetti che fossero affidabili, come nel caso di specie; in proposito, avevamo ipotizzato, anche sulla base di conoscenze pregresse dei due intermediari, che Finnat acquistasse per Caltagirone e Natixis per Delfin».
Sala nega di essere stato contattato dagli investitori: «Avevamo un intermediario, Banca Akros», per raccogliere le prenotazioni, «ed in ogni caso non avrei risposto proprio per questo motivo». Il collocamento venne alzato dal 7% al 15% in poco tempo: «Avendo a quel punto venduto il 15% di azioni a premio, come Mef non potevamo che ritenerci soddisfatti. Chiunque fosse stato interessato a fare offerte analoghe o anche migliori non aveva che da partecipare al book».
Quanto infine alle dimissioni dei cinque consiglieri Mps in quota Mef, «non conosco i motivi ritengo peraltro che risponda a normale prassi che con il mutamento dell'azionariato vi sia un riequilibrio corrispondente all'interno del cda».
La documentazione acquisita dalla Camera ha subito riacceso lo scontro tra opposizione e governo. «Sono molto delicati, per non dire gravi, gli elementi che stanno emergendo dalla procedura parlamentare», ha incalzato il senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S e componente della Commissione banche, «siamo di fronte a uno sconfinato ginepraio. Riteniamo indispensabile che il ministro Giorgetti riferisca al più presto in Commissione banche». (riproduzione riservata)