La morte di Sergio Flamigni segna un passaggio importante nella storia della nostra Repubblica. Il senatore, già componente della Commissione stragi, aveva un archivio sui segreti di stato e sul caso Moro, degno di quello di Giulio Andreotti. Anzi si può dire che le sue carte, lato Partito Comunista, con quelle del sette volte presidente del Consiglio, leader democristiano, formassero un tutt'uno di memorie complementari.
Con Flamigni, morto mercoledì 10 dicembre centenario a riprova che il cervello sempre in funzione e la curiosità politica e giornalistica sono spesso elisir di lunga vita, se ne va un pezzo di storia della Prima Repubblica.
Ho avuto la fortuna di conoscere Flamigni quando giovane cronista all'agenzia ANSA, mi trovai a scrivere il mio libro (per Kaos Edizioni, 1995) sull’omicidio di Mino Pecorelli, dal titolo I veleni di Op, la testata diretta dal giornalista assassinato nel marzo del 1979, più o meno un anno dopo l’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse e il ritrovamento del suo corpo in una Renault 4 rossa a pochi passi dalle sedi romane della Dc e del Pci.
Il volume, scritto con il collega Francesco Pecorelli (solo un omonimo di Mino) era una preziosa testimonianza della vasta produzione giornalistica di Osservatore Politico (OP, appunto), del cui archivio venimmo in possesso. Mino Pecorelli, pienamente inserito nella Roma dei misteri e dei servizi segreti, sapeva molte cose e di molte persone influenti dell’epoca e la lettura dei suoi articoli resta un’attività interessante.
Flamigni, il più grande esperto del caso Moro (il suo La tela del ragno resta un libro fondamentale per capire gli anni di piombo e il sequestro del leader democristiano) ci incitò a scrivere, nonostante parecchie resistenze che trovammo sulla nostra strada e qualche ammonimento, mettiamola così. Il senatore era fortemente convinto che Pecorelli, per motivi ancora sconosciuti, fosse a conoscenza di molti segreti legati al rapimento di Moro e su questo impostò la prefazione al nostro libro.
Erano gli anni in cui proprio Giulio Andreotti veniva processato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli (accusa dalla quale venne totalmente prosciolto in secondo grado di giudizio) e l’attenzione sul rapimento del presidente della Democrazia Cristiana era di nuovo molto forte, perché si ampliava il numero di addetti ai lavori convinti che le BR non avessero operato da sole ma fossero state addestrate per l’assalto a Via Fani da agenti stranieri.
Un mistero che resta ancora oggi tale ma su cui Flamigni scrisse numerose pubblicazioni perché era convinto che una democrazia adulta potesse dirsi matura e forte solo avendo fatto completamente i conti con il proprio passato. Soprattutto un passato così pesante, se si pensa al bivio che alla morte di Moro prese il nostro Paese rispetto alla strada che il leader politico sequestrato dai terroristi stava costruendo insieme al segretario del Pci Enrico Berlinguer.
Il convincimento di Flamigni, fare i conti con la storia, era analogo a quello di un grande giornalista come Giampaolo Pansa, che dedicò una parte della sua produzione agli anni di guerra civile vissuti in Italia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Altri uomini, altri tempi, forse altra Repubblica. Chi avrà modo di sfogliare l'archivio di Flamigni potrà rendersene conto, perché in fondo la sua professione era anche quella del reporter. (riproduzione riservata)