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Mercati, supergestori da +26%: quali sono e in cosa investono i fondi che nel 2024 hanno doppiato il Ftse Mib
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Mercati, supergestori da +26%: quali sono e in cosa investono i fondi che nel 2024 hanno doppiato il Ftse Mib

03 gennaio 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 21:26

Sempre meno fondi azionari attivi battono il mercato: nel 2024 solo quattro comparti su Piazza Affari ce l’hanno fatta, ma hanno superato il Ftse Mib anche di 8 punti. Nel reddito fisso la musica cambia e c’è chi ha stracciato i principali benchmark

È un mestiere difficile quello del gestore attivo ai tempi degli Etf e degli algoritmi. Tanto più se i mercati corrono senza sosta, come è successo lo scorso anno, inseguirli e magari superarli è un’impresa da velocisti di razza. E l’annosa domanda non è più un’eresia, anche tra le reti di consulenza: perché continuare ad affidarsi ai gestori attivi se un Etf passivo che replica un indice di mercato porta ad aggiudicarsi rendimenti total return (performance più dividendi) anche a doppia cifra, peraltro con strutture di costi molto contenute rispetto alle controparti gestite dagli stock picker di professione?

Un’impresa per pochi

Il dubbio è lecito, e suffragato dai numeri: nel lungo periodo, ha svelato una ricerca di S&P, meno del 10% dei fondi attivi riesce a battere il mercato. Anche se si restringe l’orizzonte ai singoli anni, nella maggior parte dei casi i money manager che fanno meglio dei rispettivi benchmark sono in minoranza. Prendendo come riferimento i comparti attivi sulle large cap americane, nel 2023 solo il 40% ha battuto l’S&P 500, nel 2022 (anno nero per le borse, quindi teoricamente più facile per i gestori che cercano di battere il mercato) il 49%, nel 2021 (al contrario, un anno da record) appena il 15%. Per trovare l’ultimo anno in cui i gestori attivi hanno vinto bisogna tornare al 2009, in piena crisi finanziaria, quando il 52% dei comparti attivi ha battuto l’indice delle grandi capitalizzazioni a stelle e strisce.

Caccia al supergestore

Se i numeri sono questi, c’è ancora spazio per la gestione attiva? A livello azionario, la grande sfida è riuscire a trovare quei supergestori che riescono a battere il mercato. E che se realizzano l’impresa possono dare al portafoglio ben più soddisfazioni rispetto alla replica passiva di un semplice indice. Ovviamente prevedere chi ci riuscirà in futuro è impossibile, perché in finanza le performance passate non sono mai garanzia di quelle future. Ma quello che si può fare in questi casi è guardare il track record, cioè le performance storiche, di un gestore: Warren Buffett, ad esempio, nel corso della sua carriera pluridecennale ha battuto l’S&P 500 in circa il 70% degli anni. Una statistica che lo annovera di diritto nella strettissima rosa dei più grandi investitori di tutti i tempi.

I campioni di Piazza Affari

In base a questo ragionamento, quanti e quali sono i gestori che nel 2024 sono riusciti a battere il mercato? Le due tabelle in pagina, elaborate da Morningstar Direct per MF-Milano Finanza, raccolgono i migliori fondi per total return nel 2024, divisi per categorie: azionari Italia, Europa, Usa, globali ed emergenti, azionari tematici sull’intelligenza artificiale, obbligazionari governativi Eurozona e corporate globali e diversificati moderati.

Per ragioni di spazio sono stati inclusi solo i primi cinque fondi per ciascuna categoria, ma tanto basta per arrivare subito a una conclusione interessante. Visto che nel 2024 il total return del Ftse Mib è stato del 18,73%, solo quattro comparti attivi sono riusciti a superarlo, e uno lo ha quasi eguagliato. Tra questi spiccano i due campioni dello scorso anno: il Lemanik Sicav-High Growth, gestito da Andrea Scauri, che ha messo a segno un ritorno assoluto del 26,3%, e l’Anima Italian Small Mid Cap Equity, guidato da Luigi Dompè, che ha chiuso il 2024 a +26,1%. Entrambi, insomma, hanno superato il benchmark di quasi otto punti percentuali, restituendo una performance doppia rispetto a quanto ha guadagnato Piazza Affari nel 2024.

Identikit dei campioni

Il comparto di Lemanik primo in graduatoria ha battuto il proprio benchmark (Bloomberg Italy Large, Mid & Small Cap Net Return) per sei volte negli ultimi 10 anni. Nel factsheet disponibile sul sito della società di gestione, aggiornato a fine ottobre, come prime posizioni del portafoglio (su 43 titoli totali) risultavano esserci Enel, Unipol, Tenaris, Danieli e Mps. A livello settoriale, quasi un quinto del portafoglio era costituito da titoli industriali. Come temi di investimento principali, si legge nel documento, ci sono «valutazioni attraenti con fondamentali in miglioramento e focus su storie di successo, anche nel mondo a capitalizzazione medio-piccola».

Così come sulle mid e small cap di Piazza Affari si focalizza il comparto di Anima, medaglia d’argento nel ranking. La politica di investimento del comparto prevede che almeno il 17,5% dei titoli in portafoglio non facciano parte del Ftse Mib. Negli ultimi sette anni il fondo ha battuto il suo indice di riferimento per sei volte. Alla rilevazione dello scorso 20 dicembre il 9,5% del comparto era investito nel titolo Mps, seguito da Reply (4,5%), Interpump e A2a (entrambe 4,3%) e Moncler (4,1%).

Gli altri due comparti a battere il Ftse Mib sono il fondo Bnp Paribas Equity-Focus Italia (+22,2%) e l’Equity Italy Smart Volatility di Eurizon (+20,2%). Chiude il quintetto dei best performer Challenge Italy Equity Fund di Mediolanum, quasi perfettamente allineato al paniere delle blue chip di Piazza Affari con un total return del 18,4%.

Le perle americane

Il caso degli azionari Italia è tipico di mercati piccoli in cui sfidare gli indici (banalmente per una ragione di una quantità non sempre ottimale di titoli da comprare) è più complesso. E quindi, anche realizzare sovraperformance importanti risulta complicato. Diverso è il caso dei fondi azionari Usa, dove i gestori attivi hanno un margine di manovra molto più ampio ma dove, al contempo, gli indici di mercato più grandi, trainati da megatrend come il boom dell’intelligenza artificiale, corrono da mesi come treni.

In contesti di questo tipo lasciarsi i benchmark alle spalle è difficile, ma chi ci riesce può mettere a segno davvero performance interessanti. È il caso ad esempio del comparto American Asset Growth di Alger Management, che nel 2024 ha sfiorato il 56% di total return, più del doppio del 25% messo a segno dall’S&P 500. Il team di gestione, composto da Patrick Kelly, Ankur Crawford e Daniel C. Chung ha uno stile d’investimento che lascia ai money manager ampi margini di manovra: il comparto può investire in «titoli di ogni dimensione che dimostrano di avere un promettente margine di crescita». Dal suo lancio nel 1996 il comparto ha messo a segno una performance netta annualizzata del 10,4%, contro il 10% dell’S&P 500. Al 30 settembre il portafoglio contava 70 posizioni: Nvidia, la prima, è sovrappesata del 2,9% rispetto all’S&P 500. Seguono Amazon (+5,5%), Microsoft (+3%), Meta (+4,2%) e la semisconosciuta (dagli italiani) AppLovin, società tech quotata al Nasdaq che sviluppa app per imprese ed esercenti, e pesa per il 4,56% del portafoglio totale. Più di Apple, ferma al 4,49% ovvero 2,6 punti in meno rispetto al benchmark.

Bond, la musica cambia

Se per i comparti azionari battere i propri indici di riferimento, e di riflesso gli Etf passivi che possono anche contare su commissioni più basse, risulta sempre più difficile, il discorso cambia quando si parla di fondi obbligazionari: una ricerca Morningstar del giugno scorso mostrava come nei 12 mesi precedenti il 72% dei fondi obbligazionari attivi focalizzati su titoli core e scadenze intermedie avesse battuto le corrispondenti strategie passive. Per capire il metro di paragone, nello stesso periodo di tempo solo il 26% dei comparti azionari sulle mid cap Usa aveva sconfitto il proprio benchmark. In generale, spiega lo studio, i portafogli obbligazionari gestiti attivamente tendono a includere un rischio di credito maggiore e a puntare su bond con scadenze più brevi rispetto ai fondi indicizzati: due fattori che li rendono meno sensibili a variazioni dei tassi.C’è anche un’altra ragione, meramente statistica, per cui nei comparti obbligazionari la gestione attiva può risultare ancora più efficiente di quella passiva. Comprando i principali indici azionari Usa sull’S&P ci si espone in automatico a circa l’80% della capitalizzazione di mercato. Se invece si scelgono gli indici obbligazionari generalisti, l’esposizione scende al 50% del mercato. Risultato: si sta automaticamente rinunciando a cercare opportunità in metà del reddito fisso a stelle e strisce.

Navigare tra le obbligazioni

La forza della gestione attiva nei comparti obbligazionari è stata sprigionata anche nel 2024? Se si prendono come riferimento due dei principali indici di mercato, il Bloomberg Euro Treasury Bond index per i governativi dell’Eurozona e il Bloomberg Global Aggregate Corporate per le obbligazioni societarie, lo scorso anno i total return sono stati dell’1,8% e -1,6%. Tra i fondi attivi c’è anche chi è riuscito a doppiare queste performance. Tra i governativi dell’area euro, per esempio, il comparto Anima Tricolore, gestito da Yuri Basile, ha realizzato un ritorno assoluto del 4,6%. Rispetto ai propri benchmark (95% JpMorgan Gbi Italy, 5% Ice BofA Euro Treasury Bill) il fondo è sovrappesato su scadenze da 3 a 7 anni e fortemente sottopesato sulle cortissime duration (meno di un anno).

Anche il secondo comparto in graduatoria, Amundi Obbligazionario Italia Breve Termine, privilegia il mercato del reddito fisso italiano, ma stavolta su scadenze brevi. Gestito da Cosimo Marasciulo, il fondo dal lancio (avvenuto nel 1991) ha una performance annualizzata del 2,12%, contro l’1,48% del benchmark. (riproduzione riservata)



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