A un ministro del nuovo esecutivo che, solo poche settimane fa, si era affacciato a Bruxelles per capire quale clima si stava preparando per la Meloni, l’ex premier e ora commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni senza far ricorso a particolari doti di preveggenza, aveva spiegato tutta la “complessità” delle istituzioni europee. «Il ministro Fitto ha il linguaggio giusto ma non basta – diceva Gentiloni - anche la Meloni deve far sentire la sua voce e difendere con forza gli interessi italiani soprattutto sulle prossime tranche del Pnrr». E la Meloni si è fatta sentire. Ma non certo nelle modalità che suggeriva Gentiloni.
Insistere così tanto sull’esclusione dalla cena dell’Eliseo di giovedì sera con Macron, Scholz e Zelensky, iniziativa giudicata «inopportuna» e ieri «un errore politico» che sta mettendo a rischio l’unità europea sulla crisi ucraina, non ha fatto altro che tenere costantemente accesi i riflettori sull’esclusione italiana. Soprattutto se messa a confronto con la foto del giugno scorso che ritraeva l’ex premier Mario Draghi nel treno per Kiev insieme a Macron e Scholz. L’Italia non era a giugno e non è neppure oggi tra i paesi che siedono nel cosiddetto formato Normandia come Francia e Germania che da anni cerca di trovare una soluzione diplomatica alla crisi. Solo la costruzione di un «rapporto personale» con il presidente francese e il cancelliere tedesco ha permesso a Draghi di salire su quel treno.
Quel treno che il 31 gennaio scorso la Meloni non ha potuto o voluto prendere. Fonti diplomatiche europee avrebbero fatto filtrare alcune indiscrezioni secondo le quali Giorgia Meloni nel proprio intervento sui migranti al Consiglio europeo nella notte tra giovedì e venerdì sarebbe stata «piuttosto vigorosa, molto efficace, rispettata e costruttiva. Ha fatto delle ottime osservazioni, ha ascoltato, ha espresso una posizione, non condivisa, ma presentata sempre con una modalità rispettabile». Ma c’è chi la racconta in maniera un pò diversa. Era ormai molto tardi e il Consiglio volgeva al termine. Sul punto relativo all’immigrazione la Meloni ha cominciato a fare le pulci perfino su parentesi e punteggiatura. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel a un certo punto è sbottato invitando la Meloni a chiudere l’intervento. «Guardi presidente – ha risposto della Meloni – questa tecnica la conosco bene e la applico anche io nelle discussioni in Parlamento sulla legge di bilancio, tuttavia se per lei si è fatto troppo tardi può anche andare a letto…».
A dare man forte a Michel è intervenuto a un certo punto anche lo stesso presidente francese Macron rilevando che la questione migratoria era stata discussa e concordata nel dettaglio già da molti giorni sia nel Coreper 1 (quello in cui siedono i vicerappresentanti diplomatici dei 27) sia nel Coreper 2 (quello degli ambasciatori). “Ma le conclusioni le approviamo noi, presidente Macron - ha ricordato la Meloni- siamo noi che con il nostro dibattito dobbiamo trovare l’accordo politico su questioni così delicate come l’immigrazione”.
Saranno le prossime settimane a dirci se i “pugni sul tavolo” della Meloni a Bruxelles avranno sortito qualche effetto positivo oppure no. Ma è bene ricordare che nel passato, quando ci siano allontanati troppo dal vagone di testa franco-tedesco non abbiano fatto molta strada. Non è neppure una questione di appartenenza politica. Anche Renzi aveva avuto le stesse tentazioni, costretto poi ad accettare le regole del “club” di Bruxelles. Regole che prevedono anche prese di posizione dure come quelle usate dallo stesso Draghi con la Von der Leyen sul Pnrr ma sempre dentro un perimetro che prevede il rispetto delle singole personalità ma soprattutto dei rapporti di forza tra Stati membri. (riproduzione riservata)