Marco Cingolani, negli anni ’80, era un artista concettuale dandy. Un flâneur che attraversava la Milano calibro nove tra tossici, stilisti e gallerie, come un attore: un novello John Travolta, meno pelvico e macho, più efebico e raffinato. Cappotto lungo o pelliccia, fate voi, sigaretta accesa. Ironia, sesso, rock. Leggende sfiorate, verità iperboliche, immaginarie e concettualate: come i tanti orinatoi di Duchamp moltiplicati in serie e rivenduti in serie.
Poi la svolta che nessuno si aspettava: la pittura. Un ritorno alla tela che non sapeva di nostalgia ma di insulto, proprio negli anni in cui la pittura italiana veniva derisa. Un concettuale che tradisce i concettuali. Ma la sua, a differenza di tanti, era una conversione quasi religiosa. Come il cantante dei CCCP: sì, perché Marco ha fede. Nei suoi quadri, nel potere sacro dell’arte. Nei suoi quadri astratti ci vede la Madonna e i maestri del colore, da lì Quadriennali e Biennali a pioggia. Da vecchio saggio, e mio maestro, conosce il segreto per vivere da artista in fede sacra ed in fiducia finanziaria.
Il mercato lo ha accolto con l’ambiguità con cui si guarda un vecchio amante: diffidenza, attrazione, rancore, adorazione. Gallerie di pittura che insieme lo respingono e lo venerano.
Oggi Cingolani è sempre elegante. Non fa rumore, non urla, non twitta. Se lo fa, rilancia solo qualche sua folgorazione politica, o qualche suo quadro. Ma tutti sanno che dietro l’aplomb ci sono decenni di diagnosi spietate sul valore dell’arte, ore a formulare teorie per sfondare. Lo sanno i suoi allievi, lo sanno gli amici artisti. Lo dice la sua Aura e i prezzi che quell’Aura può toccare prima di diventare pura fuffa finanziaria o follia autarchica.
Pieno di sé, certo. Da giovane aveva l’attitudine da rockstar: un Bowie glam del lago di Como. Ora, in piena maturità, porta l’aria dell’eminenza grigia: un misto tra Enrico Cuccia e la stronzaggine di Adolfo Celi in Amici miei. Alchimista della pittura astratta, della composizione del colore, ha sempre sparato grosso sul mercato. Teorie raccapriccianti e raffinate al tempo stesso su come vendere un quadro, su come farcela come artista, snocciolate anche a noi ex allievi dopo anni.
Domanda. Marco, sei il Cuccia della pittura italiana: niente feste, niente proclami, ma il tuo silenzio pesa più di cento cataloghi. Com’è vivere da banchiere occulto dell’immaginario visivo?
Risposta. Cuccia diceva che le azioni non si contano, si pesano: relazioni e influenze valgono più dei soldi. Poi l’articolo 5: chi ha i soldi vince. Vale anche nell’arte. Ma i soldi da soli non bastano: sono carburante, non motore. Senza artisti e senza qualcuno che costruisce il contesto, restano benzina nel serbatoio.
D. Bernays sosteneva che la percezione batte la realtà, Buffett che il mercato è guidato dall’emozione, Anger che lo scandalo crea culto. Quante volte hai visto un “ristorante fantasma” diventare star dell’arte? E quanto costa l’aura di una buona truffa?
R. Sempre articolo 5, ma non solo. Ti racconto un episodio: un collezionista aveva un Warhol enorme e voleva venderlo. Gli arrivò una lettera dai galleristi: senza percentuale vi blocchiamo la vendita. Sembrava mafia, era logica: Warhol valeva perché loro ci avevano messo soldi, mostre, cataloghi, riacquisti. Nell’arte la truffa ben raccontata regge un anno, il denaro investito regge una generazione. Eppure propaganda, scandalo, bugie: tutto serve, ma senza qualità artistica il soufflé si affloscia.
D. E quel Warhol?
R. Per quanto ne so, è ancora del collezionista. Ma i galleristi non avevano torto: il valore nasceva dal loro investimento. Lui voleva incassare, loro chiedevano il pedaggio. Logica feroce, ma coerente. Oggi il mercato dell’arte sembra una bisca di titoli tossici… Il punto è che l’arte non è più solo status, è diventata Asset. Lo status non si liquida, l’asset sì. Per questo arrivano crolli ciclici, come in Borsa. Sono brutali ma aprono occasioni per chi ha liquidità. Gli asset fanno la bolla, lo status resta. Ma non è tutto così netto: a volte lo status si inventa, un asset diventa status solo perché c’è chi decide che lo è.
D. Quindi pump&dump anche qui?
R. In parte sì. Non confondiamo però: il teatrino di chi lancia torte sui quadri è fuffa da social. Diverso è orchestrare aste, liste d’attesa, quadri dipinti il giorno prima che schizzano a cifre record. Poi la colpa all’artista “che ha tenuto i prezzi”. Tutte cavolate: pump&dump puro. Ma attenzione: senza un minimo di sostanza il castello crolla, e crolla sempre.
D. Galbraith diceva che la Borsa separa il denaro dagli stupidi.
R. Vale anche per l’arte. Oggi i soldi arrivano da luoghi nuovi, pieni di entusiasmo ma analfabeti d’arte. È terreno perfetto. I collectibles funzionano così: stesso meccanismo, stesso entusiasmo, stessa ingenuità.
D. La provocazione contro il sistema dell'arte oggi serve a qualcosa o è solo marketing low cost? Artisti impegnati, inclusivi, con passati difficili… ha ancora senso?
R. Economicamente sì. Il welfare artistico deve occupare critici, curatori, advisor, riviste, tipografie, uffici stampa, residenze. Risentimento e bontà sono valuta universale. È un sistema che non conosce crisi, anzi, in crisi si rafforza. Ma non chiamatelo etica: è burocrazia culturale ben pagata.
D. Non è ipocrisia pura?
R. Certo, ma funziona. I brand green beccati col caporalato continuano a vendere. Anche nell’arte: collezionisti che diventano galleristi, poli culturali aperti per “la città”. Tu la chiami pagliacciata, loro responsabilità. Tutto muove soldi, quindi è mercato. Crollerà solo quando i soldi pubblici smetteranno di pomparlo.
D. Il mercato dell’arte italiana è monastero, banca svizzera o bisca clandestina?
R. L’Italia è unica: collezionismo diffuso ovunque, dal vigile al notaio. È passione vera e produce ricchezza. Il problema sono le gallerie no-profit delle grandi città: sembrano pro loco che si vergognano dei soldi. Ma anche gli artisti devono capire: non sono anime belle che “si esprimono”, sono imprenditori.
D. Imprenditori come galleristi di se stessi?
R. Baudelaire è morto: l’artista che insulta la borghesia è archeologia. Dopo le avanguardie si torna a un modello classico: bottega, committenza, maestranze, dialogo economico. L’artista deve gestire qualità, status e posizionamento. Altrimenti è un dilettante.
D. Quindi deve occuparsi anche della vendita?
R. Detesto vendere, infatti mi ricompro i quadri appena posso. Ma un artista serio deve scegliere chi li vende, e dargli strumenti: testi, cataloghi, linguaggi. È parte del lavoro.
D. Non sono i galleristi responsabili di molti fallimenti?
R. La responsabilità è sempre dell’artista. Deve scegliersi i migliori, non il primo che capita. In Italia ci sono state gallerie eccellenti, ma non possono essere tante. Oggi proliferano “beautiful loser” che aprono spazi per moda. Ma l’arte è un sistema di relazioni: serve squadra, non corse solitarie.
D. I giovani artisti: carne fresca per il macello?
R. Retorica inutile. Quanti cantanti durano più di cinque anni? Pochi, quelli che valgono. Gli altri spariscono. Nell’arte è uguale. Basta piagnistei sulla protezione dei giovani: che si fottano. L’unico “giovane” che ricordo con piacere è Young Signorino. E il feticismo del passato non è un male: l’arte occidentale è sempre stata un Pathosformel, rielaborazione infinita. Il “nuovo a tutti i costi” è roba da analfabeti.
D. O c’è lo status o c’è la fuffa, o sei qualità o sei marketing. Nessuna sfumatura, nessuna contraddizione riconosciuta. E invece il mercato dell’arte non credi che viva proprio di ambiguità fra questi poli?
R. Direi che lo Status lo si raggiunge grazie alla qualità del proprio marketing estetico: Mchelangelo docet. Mentre la fuffa è credere che i consigli di chi arriva a Wall Street in metrò possa farti diventare ricco.
D. Perché così pochi italiani nelle grandi gallerie? Non siamo abbastanza truffatori?
R. Gli italiani, come i tedeschi, non scappano di casa: conoscono il vero metro dell’arte. L’anglosfera invece ha bisogno di casi umani, estetiche etniche, folk chic, da gonfiare e scaricare. L’arte occidentale resta italiana: è nata qui e qui si è rivoluzionata, attorno alla rappresentazione cattolica. Ma oggi il mondo è complesso, estetiche diverse coesistono. I collectibles sono bellissimi manufatti, ma non sono arte.
D. Quindi perché pochi italiani nelle mostre internazionali?
R. Per parlarne ci vorrebbe un’altra intervista. E poi, su questo, nemmeno Cuccia ci ha lasciato istruzioni. (riproduzione riservata)
*scrittore, artista e responsabile informazione Officine Bellotti a Palermo