Due forze uguali e contrarie stanno muovendo i mercati nelle turbolente sedute di inizio marzo. Da una parte i continui annunci di dazi ripetuti da Donald Trump: presentati come il cavallo di battaglia dell’America first, e accolti positivamente dal mercato al momento dell’elezione del tycoon, stanno scatenando ora il loro effetto nefasto, nel momento in cui l’inquilino della Casa Bianca è passato dalla teoria alla pratica.
Dall’altra il maxi piano fiscale tedesco del neo-eletto cancelliere Friedrich Merz: un fondo da 500 miliardi di euro per infrastrutture e un allentamento del freno del debito per le spese militari, che va di pari passo con i fondi del Rearm Europe, un pacchetto di investimenti per la difesa dei Paesi membri da 800 miliardi.
La reazione del mercato non si è fatta attendere e le borse, cadute a inizio settimana sulla scia delle mosse di Trump, hanno poi preso due direzioni opposte: profondo rosso per gli indici americani (nell'ultima settimana il Nasdaq ha perso più del 4%, l’S&P 500 il 3,5%), in recupero quelli europei, trainati proprio dal Dax di Francoforte, che ha guadagnato il 2,5%.
Nel frattempo, sui mercati obbligazionari (tedeschi e non solo) è partita un’ondata di vendite come non la si vedeva da decenni - per il Bund si parla addirittura della caduta del muro di Berlino -, e il titolo di Stato decennale è salito in poche sedute dal 2,3% al 2,8% di rendimento. Il Btp decennale non è stato da meno e dalla fine della scorsa settimana ha visto il suo rendimento salire (quindi il prezzo scendere) dal 3,4% al 3,9%, fin quasi a sfiorare la soglia del 4%.
L’impennata dei rendimenti del Bund impatta a cascata tutti gli altri titoli di Stato sovrani dell’area euro, visto che il decennale tedesco è sempre stato considerato come l'obbligazione benchmark per tutta l’Eurozona. Nel frattempo, le politiche sui dazi di Trump (e il suo isolazionismo nelle questioni estere e militari) stanno ponendo l’Europa di fronte a un tema rimasto in sospeso da tempo: il Vecchio continente sarà in grado di provvedere da solo alla propria sicurezza?
Questi due elementi di complessità hanno la loro ripercussione a livello di portafoglio di investimento, sia azionario sia obbligazionario. Va da sé che, almeno per quanto riguarda le borse, l’Europa ha tutte le carte in regola per giocare da protagonista in diversi settori.
«Gli investitori internazionali erano sottopeso sull’Europa, visto che la crescita attesa dell’Eurozona era tra le più basse delle economie mondiali: la notizia del maxi piano tedesco ha fatto cambiare fortemente la prospettiva». Chi parla è Marco Midulla, head of mutual funds di Symphonia sgr, che riassume il punto principale di quanto successo nei mercati nell’ultima settimana: da brutto anatroccolo delle borse l’Europa si sta trasformando in cigno, soprattutto in quattro settori: difesa, materiali, infrastrutture e titoli finanziari. Settori che, in un modo o nell’altro, possono «beneficiare anche della fine della guerra tra Russia e Ucraina che potrebbe arrivare in queste settimane», prosegue il money manager.
I titoli legati alle spese militari sono gli ovvi favoriti e infatti il paniere di società quotate proposto dal broker regolamentato Xtb include in buona parte aziende del comparto: da Leonardo a Rheinmetall, passando per il settore dell’aerospazio (cugino di primo grado di quello della difesa), rappresentato da titoli come Airbus.
Ma per l’analista di mercato di Xtb David Pascucci c’è un altro settore da non sottovalutare, «quello bancario, che di fatto andrà a gestire tutto ciò che riguarda i movimenti finanziari del maxi-piano tedesco».
Anche per Gabriel Debach, market analyst di Etoro, «il settore finanziario si prende un posto di rilievo tra i vincitori». Banche come Deutsche Bank e Commerzbank «beneficiano di una Germania più incline a indebitarsi per finanziare il piano: maggiore spesa pubblica significa più bond in circolazione e più finanziamenti infrastrutturali, una manna per chi è esposto nel settore».
Il piano fiscale di Berlino è finalizzato alla costruzione di infrastrutture, che parte dai materiali di base come acciaio e cemento. Ecco dove sono le grandi opportunità per Debach: «Dal +37% di Heidelberg Materials nel Dax, al rally di Buzzi in Italia (+43%, ndr), fino a ArcelorMittal dominatrice dell’Ibex di Madrid con un +37%, l’ondata di acquisti sul comparto cavalca il mix perfetto: più investimenti infrastrutturali e un possibile allentamento del freno al debito».
Buzzi è una prima scelta anche per il portfolio manager di AcomeA sgr, Fabio Caldato, che cita il titolo insieme a quello di Danieli osservando che «cemento e acciaio sono in una possibile fase di domanda crescente». Al contempo, Caldato invita a considerare «i prodotti chimici di Basf e Brenntag» e tutto ciò che riguarda «prodotti e servizi a maggior valore aggiunto, come automazione ed elettronica, nei quali individuiamo i possibili vincitori in società come Kion e Schneider».
E poi ci sono le aziende infrastrutturali vere e proprie. Caldato ad esempio propone «le francesi Vinci ed Eiffage, i cui ricavi provengono in buona parte dal settore delle costruzioni e infrastrutture energetiche e che sono molto esposte alla Germania».
Un altro titolo da tenere d’occhio, per il money manager, è Lufthansa, «che opera principalmente nell’aeroporto di Francoforte in fase di rilancio e potrebbe attirare investitori anche in ottica geopolitica favorevole: pace in Ucraina - che permetterebbe forse di sorvolare i cieli russi abbassando i costi - e stimolo cinese sarebbero eventi rilevanti per la compagnia».
In tutto ciò, ricorda Debach, «il mercato azionario europeo continua a viaggiare su valutazioni storicamente basse rispetto a Wall Street. Basta un soffio di ottimismo per spingere i listini più in alto». Sempre tenendo conto del rischio dazi, «che potrebbe rallentare la corsa e rimettere qualche ostacolo sulla strada della crescita».
Un rischio legato alle valutazioni lo segnala Pascucci di Xtb, che si concentra proprio sul settore della difesa, composto da «titoli ad alta capitalizzazione che hanno visto dei rendimenti molto elevati negli ultimi anni e soprattutto nei primi mesi del 2025». In tutto ciò, però, «i rapporti prezzo/utili risultano particolarmente elevati in questa fase di mercato: l’attenzione su questi titoli in termini di volatilità futura deve essere molto alta».
Quali sono infine i settori più sfavoriti in questa fase? Per Midulla di Symphonia «quelli impattati meno positivamente sono quelli negativamente correlati ai tassi di interesse: su tutti real estate e utility, che viaggiano solitamente su debiti più elevati degli altri comparti».
In Europa alla corsa delle borse ha fatto da contraltare la pioggia di vendite sui titoli di Stato. I maxi piani sulla difesa hanno spinto gli investitori a interrogarsi sulla sostenibilità delle finanze di alcuni Stati membri, soprattutto quelli più indebitati. Così i rendimenti europei sono schizzati alle stelle, mentre quelli dei Treasury hanno preso la direzione opposta. Trump vuole tagliare il deficit, che da due anni supera il 6% del pil. In questo modo spera di ridurre il costo del debito mostre americano (sfiora i 30 mila miliardi di dollari). E ci è già riuscito perché il decennale ora rende il 4,25% dal 4,8% di gennaio.
Anche l’incertezza provocata dai dazi ha spinto gli investitori in massa verso i bond americani, considerati un bene rifugio. Così sui mercati obbligazionari si è verificato l’esatto opposto di quanto accaduto sulle borse e la forchetta tra i titoli di Stato si è ridimensionata. E di molto, visto che lo spread tra Treasury e Bund decennale si è ridotto in un mese da 230 a circa 150 punti.
«Siamo di fronte a un fattore strutturale per via del cambiamento del regime di spesa pubblica della Germania, storicamente orientato al rigore», spiega Giuseppe Patara, responsabile investimenti Italia di Pictet Wealth Management. «Oggi è realistico attendersi che la traiettoria al ribasso del rapporto tra debito pubblico e pil tedesco sia destinata a invertire la direzione. Un vero e proprio cambiamento di regime, che porterà a un forte aumento delle emissioni di obbligazioni governative tedesche».
Il Bund si è portato appresso gli altri titoli di Stato europei. Su quali puntare? «I Btp offrono rendimenti più alti di quelli di Parigi e Berlino, ma rimangono vulnerabili a una politica fiscale Ue più espansiva. La Spagna invece ha una posizione fiscale più solida e associa rendimenti leggermente superiori a un rischio inferiore. Mentre la Francia si colloca nel mezzo e offre rendimenti più alti della Germania, ma inferiori a Italia e Spagna», afferma Antonella Manganelli, ad di Payden & Rygel Italia.
«Quanto al credito, manteniamo un buon sovrappeso nei settori a spread, privilegiando i segmenti meno ciclici, a beta più basso e più liquidi, come le obbligazioni societarie investment grade, il debito societario con rating BB, i cartolarizzati sostenuti da agenzie americane, le collateralised loan obbligations di alta qualità e il debito emergente in valuta forte».
La traiettoria dei rendimenti dipenderà anche dalle banche centrali. Giovedì 6 marzo Francoforte ha tagliato ancora i tassi dello 0,25% ma ora si trova davanti un «contesto di incertezza particolarmente elevata», parole della presidente Christine Lagarde, che potrebbe far cambiare idea ai banchieri centrali europei sulla politica monetaria. I futures si sono già adeguati, prevedendo tagli per 40 punti base invece dei 60 attesi fino a una settimana fa.
Negli Usa, al contrario, gli ultimi dati macro suggeriscono una frenata dell’economia (la Fed di Atlanta prevede addirittura un calo del pil Usa del 2,8% nel primo trimestre), quindi la banca centrale americana potrebbe accelerare il passo. «La Fed in questo momento è in pausa e potrebbe riattivarsi se un rallentamento macroeconomico fosse evidente, a condizione che i dati sull’inflazione diano nuovi segnali positivi», osserva Patara.
«Oggi prevale l’idea che ci sia in atto una frenata senza riaccelerazione dei prezzi. In questo scenario consideriamo più interessanti i titoli di Stato legati all’inflazione, che potrebbero avere buoni risultati nel caso di stagflazione».
Meno deficit e più tagli dei tassi rischiano di rendere i Treasury meno attraenti. «Con la stabilità e liquidità che li caratterizzano, i titoli di Stato Usa mantengono lo status di investimento rifugio, a maggior ragione in tempi di incertezza», commenta Manganelli.
«Tuttavia, con la riduzione del divario di rendimento con le obbligazioni di altri Paesi dei mercati sviluppati e con il raggiungimento di un potenziale picco da parte dei tassi statunitensi, i Treasury potrebbero non offrire le stesse opportunità di rialzo dell’Europa». (riproduzione riservata)