Circa 1 miliardo ogni anno per i prossimi tre anni. Tanto dovrebbe arrivare nelle casse dello Stato dall’articolo 18 della legge di Bilancio che prevede un aumento dell’imposta dall’1,2% al 24% per tutte le imprese che incassano dividendi da società di cui detengono quote inferiori al 10%. E arrivano chiarimenti sull’imposta per le banche: se nel 2028 i 6,2 miliardi di euro di riserve non saranno stati liberati dovranno prioritariamente essere utilizzati in caso di distribuzione di dividendo e tassati con la maxi aliquota del 40%. La spinta ad affrancarli già quest’anno, con una tassazione più favorevole del 27,5% (destinata a salire al 33% nel 2026 fino al 40% nel 2028) appare quindi una sorta di obbligo mascherato.
Ieri, con la diffusione del testo della manovra bollinato dalla Ragioneria dello Stato, sono arrivati dettagli sulla portata degli interventi disegnati dal governo guidato da Giorgia Meloni. La modifica della tassazione sui dividendi per le imprese infragruppo dovrebbe produrre 983,2 milioni nel 2026 e oltre 1 miliardo nel 2027 e nel 2028 in termini di competenza e 736,1 milioni in termini di cassa il primo anno, per poi salire a oltre 1 miliardo negli anni a seguire.
Sulla norma che modifica l’attuale sistema in base al quale solo il 5% del dividendo ricevuto è soggetto a tassazione Ires (del 24%), eliminando l’esenzione per le partecipazioni, dirette e indirette, inferiori al 10% del capitale, si è però alzata una levata di scudi da più fronti. Cosi si «rischia di ledere i i principi cardine del sistema tributario e la competitività del sistema», ha dichiarato Maurizio Casasco, responsabile del dipartimento Economia di Forza Italia che ha espresso forte contrarietà al provvedimento che danneggerebbe anche le piccole e medie imprese e il tessuto produttivo del Paese con una tassazione che arriverebbe a superare complessivamente il 57% degli utili. L’introduzione di una partecipazione minima del 10% «non solo comporta un aumento abnorme della tassazione ma genera una doppia tassazione sugli utili con effetto negativo sugli investimenti e la competitività del nostro sistema imprenditoriale», ha aggiunto.
Della stessa idea il senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto: la cancellazione di quella, che tecnicamente si chiama participation exemption (Pex) «per le partecipazioni inferiori al 10% significa tassare due volte lo stesso reddito. Non si colpiscono i grandi evasori, ma chi investe, innova e crea valore».
Critiche sono state espresse anche dagli operatori di mercato. «La modifica non è nemmeno ben contestualizzata nel nostro sistema: non si coordina col regime di esenzione delle plusvalenze, introduce un doppio binario assolutamente non gestito nella circolazione dei dividendi e favorisce gli investimenti tramite veicoli europei che mantengono la tassazione lato Italia all’1,2%», ha aggiunto Alberto Trabucchi, condirettore generale di Assonime. Mentre Simone Strocchi, presidente e managing Partner di Electa Ventures, ha parlato di una norma che «rischia di colpire il cuore del sistema di investimento italiano», mentre «nei principali Paesi europei, dove la disciplina Pex è consolidata, la logica è opposta».
Tornando sul fronte bancario, vale infine la pena precisare che l'affrancamento non comporta automaticamente la distribuzione di dividendi, che resta prerogativa degli organi amministrativi dei singoli istituti. Di conseguenza anche l'eventuale gettito derivante dalla tassazione delle rendite finanziarie per circa 1,2 miliardi, che graverebbe sugli azionisti in caso di distribuzione, non può essere contabilizzato con certezza tra le coperture della manovra. (riproduzione riservata)