La Legge di Bilancio 2026 ha sfruttato «pressoché interamente lo spazio di manovra consentito dalle nuove regole di bilancio europee, così come era accaduto lo scorso anno». Così ha esordito Fabrizio Balassone, vicecapo del dipartimento Economia e Statistica della Banca d'Italia, in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla manovra, prima di soffermarsi sugli effetti delle misure contenuto nel ddl.
La riduzione della seconda aliquota dell'Irpef dal 35 al 33% comporterà un minore gettito di 3 miliardi all'anno, di cui «beneficerebbero i contribuenti con reddito complessivo superiore a 28 mila euro, in misura crescente fino a un massimo di 440 euro annui per redditi pari o superiori a 50 mila euro». Un taglio che andrebbe a «favorire i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile».
Come anche gli effetti dei principali «interventi in materia di assistenza sociale si concentrano sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti». Insomma «complessivamente le misure» presenti in manovra a sostegno del reddito «non comportino variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie», ha sottolineato Balassone.
Anche perché «il recupero dei redditi familiari non può essere perseguito solo con interventi fiscali; deve fondarsi su un efficace sistema di contrattazione e, in ultima analisi, sull'aumento della produttività».
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Per quanto riguarda gli interventi in Legge di Bilancio di detassazione sui rinnovi contrattuali, emergono per Bankitalia «incertezze circa le modalità di effettiva attuazione della misura in relazione alla definizione di incremento retributivo soggetto ad aliquota ridotta, al perimetro della platea dei beneficiari e alle modalità di effettivo accesso».
E comunque «la capacità delle nuove norme di accelerare i rinnovi appare limitata: circa il 40% dei dipendenti privati è coperto da accordi firmati prima del 2025 con scadenza successiva al 31 dicembre 2026, inclusi quelli del commercio e turismo, settori che hanno sperimentato un'erosione del potere d'acquisto particolarmente marcata». Per di più, «i principali contratti collettivi nazionali che potranno beneficiare della misura riguardano soprattutto settori in cui le trattative per il rinnovo sono già avviate o che storicamente rinnovano con ritardi modesti».
La manovra poi apre a una nuova «rottamazione, uno strumento che in passato non ha accresciuto l'efficacia nel recupero di gettito», segnala Balassone. Il nuovo processo fiscale agevolato porterò minori entrate per 1,5 miliardi nel 2026 e 500 milioni in media nei due anni successivi (-2,5 miliardi) e maggiori entrate per 200 milioni in media all’anno dal 2029 al 2036.
Dunque a fronte del maggiore «gettito atteso dall’adesione alla rottamazione (9 miliardi entro il 2036) vi sarà infatti una riduzione di importo maggiore della riscossione ordinaria (9,8 miliardi nello stesso periodo)», spiega, ribadendo che «le misure di definizione agevolata dei carichi residui interessano una parte trascurabile dell’ammontare complessivo dei crediti fiscali affidati all’agente della riscossione».
Passando dal lato di coloro che hanno invece contribuito al finanziamento delle misure in manovra, «le ripercussioni sui patrimoni di banche ed assicurazioni degli interventi fiscali contenuti nel ddl Bilancio appaiono contenute». Questo perché in particolare «il sistema bancario italiano è nell'insieme solido, ben patrimonializzato e oggi tra i più redditizi d'Europa. I rischi di credito restano limitati, grazie anche alle buone condizioni finanziarie delle imprese», ha evidenziato Balassone.
Da notare che il susseguirsi negli anni di interventi di differimento sta determinando un accumulo di Dta per le banche negli esercizi 2028 e 2029, che ammonteranno a 8,8 miliardi, di cui 2,6 dovuti alla manovra in esame. Le relative deduzioni, spiega l’esponente di Via Nazionale, oltre ad abbattere l’imponibile, potranno generare, in presenza di perdite fiscali, crediti d’imposta derivanti dalla trasformazione delle corrispondenti Dta, immediatamente compensabili con altri tributi.
In generale, conclude sul tema Balassone, «sarebbe opportuno evitare il ripetersi frequente di inattese modifiche della tassazione».
Anche le imprese sono chiamate a versare più risorse dalla manovra 2026: «Dal lato delle entrate vi sono alcuni interventi sulla tassazione dei redditi d’impresa che nel complesso comportano maggiore gettito per circa 1,7 miliardi in media all’anno».
Allo stesso tempo la Legge di Bilancio «prevede misure di incentivo agli investimenti delle imprese per 2,3 miliardi all’anno in media nel triennio. Si tratta in gran parte di interventi che sostituiscono o prorogano misure analoghe in scadenza» ma viene introdotto «un iper-ammortamento per gli investimenti in beni materiali e immateriali che finora hanno beneficiato di crediti di imposta ai sensi delle misure Transizione 4.0 e 5.0, in scadenza a fine anno. Le relative minori entrate sono stimate nella misura di 500 milioni e 1 miliardi rispettivamente nel 2027 e nel 2028».
Per le imprese con capienza fiscale, a parità di valore dell’investimento, la nuova misura sull’iper-ammortamento «dovrebbe garantire nella maggior parte dei casi risparmi superiori rispetto a quelli ottenibili con gli schemi di incentivo in scadenza. Tuttavia i benefici sarebbero più incerti per le imprese in perdita o con utili non sufficientemente ampi, come quelle giovani o in forte crescita», ha precisato Balassone.
Prima di tornare sul nodo dell’incertezza normativa anche in materia di incentivi: «Modifiche frequenti possono accrescere l'incertezza e rendere più onerosi gli adempimenti necessari a fruire delle misure, frenandone l'efficacia».(riproduzione riservata)