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L’Upb conferma l’Istat: la manovra non avrà impatti sul pil nel 2026
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L’Upb conferma l’Istat: la manovra non avrà impatti sul pil nel 2026

08 ottobre 2025, 10:07 Ultimo aggiornamento: 14:37

Bankitalia suggerisce di evitare nella legge di Bilancio misure temporanee che aumentano il debito pubblico. Attenzione all’impatto dei dazi e alle spese per la difesa

L’Ufficio parlamentare di Bilancio conferma quanto dichiarato anche dall’Istat: la manovra da 16 miliardi che il governo sta ultimando non avrà effetti sul pil italiano nel 2026. L’impatto delle legge di Bilancio sarebbe poi «marginalmente espansivo nel biennio 2027-2028, segnando un +0,1% in entrambi gli anni». Lo ha dichiarato la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, in audizione sul Dpfp - il cuore della legge di Bilancio - davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, precisando che è «una manovra chiaramente esigua da un punto di vista di impulso netto e quindi anche l’impatto che avrà sull’economia è un impatto limitato». 

Prima di accendere un altro faro: «L’utilizzo pressoché integrale dello spazio di bilancio disponibile espone al rischio di non avere a disposizione ulteriori risorse per far fronte a esigenze impreviste, soprattutto nel 2026-27, in particolare qualora l’evoluzione del quadro macroeconomico si deteriorasse rispetto a quello programmatico».

Il Documento programmatico di finanza pubblica però sottolinea Bankitalia «non include informazioni sufficienti per avanzare valutazioni sulle singole misure» della prossima manovra. «In ogni caso, gli interventi di copertura dovranno essere certi» e andrebbero «limitati gli incrementi di spesa o le riduzioni di entrate di natura temporanea: hanno effetti solo transitori sulla domanda, aumentano il livello del debito e risultano spesso difficili da rimuovere», ha sottolineato il capo del Dipartimento Economia e Statistica di Via Nazionale, Andrea Brandolini. 

La manovra 2026 sembra principalmente incentrata su una ricomposizione del bilancio e prevede un limitato aumento del disavanzo nel 2027-28 rispetto all'andamento tendenziale. Una «prudenza nella gestione delle finanze pubbliche che, per un Paese che ha un debito pubblico elevato come l'Italia, è meritoria quanto doverosa. Va coniugata con riforme strutturali che sostengano la crescita e l'innovazione». Ecco che Banca d’Italia suggerisce di operare in manovra «una riallocazione tra le diverse poste del bilancio che può favorire la produttività e la crescita. Ciò accadrebbe, ad esempio, aumentando le risorse a favore di investimenti, ricerca e istruzione e contestualmente razionalizzando le spese fiscali, rimuovendo gli elementi del sistema tributario che scoraggiano la crescita dimensionale delle imprese, arginando l'erosione della base imponibile dell'Irpef».

Qualche dettaglio sulle misure

Il Dpfp non menziona le coperture, ma si limita a fare riferimento «tra le misure espansive, alla riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro, al rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, agli incentivi agli investimenti privati, a misure a sostegno della natalità e della conciliazione vita-lavoro». Il Documento precisa solo che il 60% delle coperture verrà dalle maggiori entrate e il resto dalla spending review. Partendo dal lato delle uscite, Via Nazionale sottolinea però che in rapporto al pil, la spesa per pensioni (che resta più alta della media dell’Ue) e la spesa sanitaria (che ha un valore contenuto rispetto alle altre grandi economie europee) rimarrebbero sostanzialmente stabili, rispettivamente intorno al 15,3% e al 6,4%. 

Quanto al lato delle entrate, il miglioramento dei conti è dovuto al forte calo dell'incidenza sul pil delle spese primarie sia correnti (-0,9 punti percentuali) sia in conto capitale (-0,7 punti). E i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici contribuirebbero alla riduzione dell'incidenza della spesa primaria corrente per 0,3 punti, scendendo all’8,7% nel 2028 «uno dei valori più bassi dell'ultimo quarto di secolo». In termini nominali la spesa per i redditi da lavoro dipendente crescerebbe in media dell'1,5% all'anno, a fronte di un aumento del deflatore dei consumi privati pari all'1,8%, spiega Brandolini di Bankitalia. 

Il Dpfp prevede inoltre, sottolinea Cavallari dell’Upb, «la traiettoria del rapporto debito/pil, dopo una crescita quest’anno e il prossimo, si dovrebbe avviare a una graduale riduzione dal 2027, ma la realizzazione di tale discesa si basa su ipotesi ambiziose, per esempio a riguardo della realizzazione del programma di dismissioni». Un assist al progetto Tagliadebito proposto da tempo da MF-Milano Finanza e Class Editori che ruota attorno alla valorizzazione degli immobili pubblici conferiti agli enti locali, da poi immettere in appositi fondi da collocare presso la clientela retail. La proposta ha trovato la condivisione del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il sostegno del ceo di Intesa Carlo Messina. Per finanziare il debito, continua l’Upb, «i flussi netti di titoli di Stato che dovranno essere assorbiti dal mercato dovrebbero ammontare a circa 173 miliardi nel 2025 e a 176 del 2026. I saldi principali e il debito/Pil presentano una stima migliore di quanto previsto nel Psb per il 2024-25, ma ciò sarà in parte compensato da una dinamica meno favorevole nel biennio 2027-28 per i saldi strutturali e già dal 2026 per deficit e debito. Come risultato, nel 2028 i saldi principali e il debito/pil programmati nel Psb rimangono sostanzialmente confermati». 

Le incognite dazi e spese per la difesa

Serve un lavoro nazionale importante perché il contesto internazionale rimane segnato da «molteplici fattori di instabilità, in primo luogo riconducibili all’inasprimento delle politiche commerciali e più in generale delle tensioni geopolitiche».

In particolare, già il pil italiano è lievemente diminuito nel secondo trimestre del 2025, in larga parte per «la caduta delle vendite all'estero, che anche nel nostro Paese erano state precedentemente sostenute dall'anticipo degli acquisti dagli Stati Uniti», ha precisato Brandolini. E «gran parte dell’impatto dell’orientamento protezionistico statunitense deve ancora manifestarsi e gli scambi globali soprattutto dalla seconda metà dell'anno in corso».

D’altro canto, le tensioni geopolitiche hanno spinto l’Italia, insieme ai partner della Nato, a sottoscrivere impegni a livello internazionale, che comportano un significativo aumento delle spese per la difesa: «Il sentiero programmatico delineato includerebbe solo in parte l'aumento che sarebbe coerente con tali accordi», evidenzia Via Nazionale.

Il Dpfp «sembra non includere, se non in parte, maggiori oneri per la capacità di difesa», sebbene il Documento «giudichi realistico, sulla base degli impegni presi in sede Nato, un graduale aumento della spesa nel prossimo triennio, fino a 0,5 punti di pil in più nel 2028». Ma in assenza di misure correttive ulteriori rispetto alla manovra, una maggiore spesa per la difesa rispetto a quella incorporata nel tendenziale, condurrebbe a una «dinamica della spesa netta più sostenuta rispetto a quanto programmato», aggiunge Bankitalia. E qualora ciò avesse luogo in un momento in cui l'Italia non fosse più in una procedura per deficit eccessivo, «per non rientrarvi immediatamente si potrebbe rendere necessario ricorrere all'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per le spese in difesa, secondo quanto delineato dalla Commissione europea lo scorso marzo».

Secondo le stime della Nato della fine dell’agosto scorso, la spesa per difesa dell’Italia dovrebbe raggiungere il 2% del pil nel 2025, in aumento dall’1,5 del 2024. L’Italia, spiega Bankitalia, «è tra i Paesi ad aver manifestato interesse ad accedere alle risorse previste nell’ambito del Security Action For Europe (Safe), uno strumento pensato per finanziare, attraverso prestiti concessi dall’Ue, programmi possibilmente congiunti di più paesi membri per investimenti in difesa, infrastrutture a utilizzo sia civile sia militare, cyber-security, filiere strategiche». La Commissione ha provvisoriamente allocato 14,9 dei 150 miliardi disponibili all’Italia, che dovrà presentare i propri progetti entro il 30 novembre.

Secondo le regole europee, precisa l’Upb, «eventuali scostamenti dagli obiettivi che garantiscono una riduzione plausibile del debito in rapporto al pil debbono necessariamente essere seguiti da aggiustamenti di bilancio più ambiziosi di quelli già previsti nel Piano vigente per compensare l'impatto di tali scostamenti. Ne consegue che un aumento permanente della spesa per la difesa dovrà necessariamente essere compensato da misure di riduzione della spesa in altri settori o di aumenti discrezionali delle entrate». 

Il nodo Pnrr

A proposito di risorse Ue, per quanto riguarda il completamento del Pnrr, alla luce delle previsioni aggiornate sulla spesa effettivamente realizzata entro la fine dell'anno in corso, «l'imminente revisione del Piano è un'importante occasione da cogliere» ha suggerito Brandolini di Banca d’Italia.

Il 6% dei progetti del Recovery tricolore si colloca, spiega l’Upb, in fasi critiche, ossia nelle fasi iniziali di programmazione, progettazione e affidamento (2 miliardi), o non si hanno informazioni (7,2 miliardi) o è specificata la sola fase teorica (8,9 miliardi). Ecco che la revisione delle 34 misure oggetto dell’ultima revisione del Piano fa anche affidamento su facility e strumenti finanziari, per un totale di 20 miliardi di euro, per avere maggiore flessibilità di spesa oltre la scadenza di agosto 2026. (riproduzione riservata)



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