Anche la Francia, come il resto dei grandi Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Germania e all’Italia, sta attraversando un periodo di grande complessità politica sia sul piano interno che nelle relazioni internazionali.
C’è intanto una sorta di impasse parlamentare, a Parigi, dovuta al fatto che Ensemble, la compagine che è stata fondata nel novembre 2021 a sostegno della ricandidatura di Emmanuel Macron alla Presidenza della Repubblica non è riuscita ad agguantare nelle elezioni della scorsa primavera la maggioranza assoluta dell’Assemblea Nazionale. Non si è ripetuto lo straordinario successo che cinque anni prima era stato riportato da La Republique en marche, assicurando ampia agibilità politica al primo quinquennato di Macron. Ensemble è isolata tanto sulla destra, per via del consistente successo riportato dal Rassemblement National guidato da Marine Le Pen pur nuovamente sconfitta al ballottaggio disputato con Macron, quanto sulla sinistra per via della forte adesione riscossa dal cartello elettorale Nupes, una sorta di riedizione del fronte popolare ispirato da Jean-Luc Mélenchon, che ora si coordina come intergruppo parlamentare.
Se per un verso è andato in frantumi il bipolarismo gaullisti-socialisti che aveva dominato la Quinta Repubblica, il nuovo centro politico che è stato creato attorno a Macron non riesce convogliare il consenso della residua rappresentanza parlamentare di almeno una di queste due forze politiche. Il governo fa intanto buon viso a cattivo gioco, visto che va spesso in minoranza durante i lavori legislativi: aspetta di avvalersi del potere di predisporre un testo ultimativo che può essere superato solo con la approvazione da parte dell’Assemblea di una “mozione di censura”. Ma le due opposizioni politiche, così distanti tra loro, non danno vita a una maggioranza alternativa: Le Pen ha infatti già preannunciato che presenterà una propria mozione e che non voterà quella della sinistra. C’è una sottile perfidia ma soprattutto un attento calcolo politico in questo atteggiamento che tiene il governo in continua difficoltà, lasciandogli l’onere di ogni grave decisione. Si lavora sui tempi lunghi, e non è l’ingovernabilità che si persegue: offrirebbe al Presidente il destro per sciogliere l’Assemblea e indire nuove elezioni, accusando le opposizioni di essersi dimostrate inconcludenti e dannose per il Paese. L’architettura della Quinta Repubblica garantisce la stabilità istituzionale, anche attraverso il ricorso ultimativo al popolo.
Ben pesante è il clima sociale, nuovamente agitato dopo le cessate proteste dei Gilet Jaune, con manifestazioni e scioperi. Il problema del carovita, sicuramente pressante, è strumentalizzato: il blocco di alcune raffinerie di petrolio per l’astensione dal lavoro di poche centinaia di operai, che rivendicano un aumento salariale a fronte dell’inflazione e soprattutto dei sontuosi profitti accumulati dalle rispettive compagnie petrolifere, ha messo in ginocchio la distribuzione del carburante. Dopo una decina di giorni con molte pompe a secco e file interminabili per fare rifornimento, il governo ha dato un colpo al cerchio ed uno alla botte: dopo aver deciso la precettazione dei soli lavoratori necessari a far riprendere l’attività, e viste le reazioni di solidarietà che ne sono seguite in ambito sindacale, con il fermo dei lavori di manutenzione straordinaria delle centrali nucleari che dovrebbero riprendere servizio al più presto, è stato lo stesso ministro dell’economia Bruno Le Maire a invitare le compagnie petrolifere a erogare un compenso una tantum, pari a una mensilità di stipendio.
Il problema è che i rincari proseguono nonostante la coraggiosa decisione del governo di continuare a plafonare i prezzi di elettricità e gas: in queste condizioni di disagio sociale, anche il cantiere delle riforme sociali più spinose, prima fra tutte quella del sistema pensionistico, è stato fermato. Di procedere nella liberalizzazione del servizio ferroviario, che avrebbe dovuto surclassare il pur eccellente e citato esempio italiano, non se ne parla neppure.
Lo scenario internazionale si è venuto complicando: l’asse con la Germania non è più saldo come una volta. Non sono più i tempi in cui il Presidente Nicolas Sarkozy e la Cancelliera Angela Merkel decidevano da soli le sorti dell’intera Europa, come fecero per esempio nel 2010 durante la famosa passeggiata in riva al mare a Deauville, prevedendo la compartecipazione dei privati alle perdite per i default che stavano dilagando. Ci sono questioni su cui la visione strategica si è andata progressivamente divaricando, tanto che l’incontro ministeriale ad alto livello che si sarebbe dovuto tenere il prossimo 26 ottobre a Fontainebleau è stato rinviato. “Stiamo lavorando su argomenti importanti, questioni rilevanti per la sovranità”, queste le poche parole del comunicato di Parigi che lasciano intravvedere le questioni in sospeso.
Prima tra tutte, c’è la determinazione di un tetto al prezzo del gas a livello europeo: mentre Parigi ha sostenuto la richiesta in tal senso avanzata da tempo dal governo italiano, Berlino ha ritenuto che questa misura sarebbe inutile, se non nociva, in quanto i venditori si rivolgerebbero ad altri mercati, allineandosi di fatto all’Olanda. C’è poi l’atteggiamento assunto di recente dalla Germania in materia di difesa, che modifica profondamente lo schema delle relazioni precedenti in cui la Francia, forte del suo seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu e del rango di potenza nucleare, bilanciava lo smisurato peso dell’economia tedesca.
Dapprima c’è stata la dichiarazione del Cancelliere Olaf Scholz, secondo cui la Germania dovrà avere presto le forze armate meglio equipaggiate d’Europa, e poi l’accordo promosso da Berlino costituendo un gruppo di ben 14 Paesi della Nato per sviluppare un sistema integrato di difesa contraerea, antimissili e antidroni, di cui non fanno parte né la Francia né l’Italia in quanto collaborano da tempo a un’altra piattaforma già implementata. Spicca nella compagine a guida tedesca l'occhiuta presenza della Gran Bretagna e la vistosa assenza della Polonia, che si è candidata a essere il perno politico e militare della nuova Cortina di ferro che isoli la Russia.
Non solo la Germania ha virato velocemente, adeguandosi alle richieste statunitensi in ordine alla necessità di tagliare corto con la dipendenza energetica dalla Russia, ma ora si sta pure riposizionando nelle relazioni internazionali e nell’industria europea degli armamenti sottraendo spazio vitale alla Francia. In pratica, il sogno di costituire un Esercito europeo sembra già svanito.
Come se non bastasse, anche l’Africa ex-coloniale sta creando problemi a Parigi: in tanti hanno interesse a ridurne la marcatura in quell’area, così importante dal punto di vista strategico. La Russia conduce pure manovre navali congiunte con l’Algeria nel Mediterraneo, ma non è sola.
L’intero assetto delle relazioni internazionali è divenuto in pochi mesi enormemente più complesso e soprattutto più teso: gli stessi riferimenti all’europeismo si modulano in modo articolato. L’Unione europea è un involucro segnato da faglie profonde, e dunque non più bastevole a proiettare stabilità all’esterno. Di tutto questo, soprattutto a Parigi, c’è piena coscienza. (riproduzione riservata)