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Stefano Besseghini, presidente Arera
Stefano Besseghini, presidente Arera
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Luce & Gas, imposte nascoste e una liberalizzazione che non funziona. Ecco cosa gonfia la bolletta

di Sergio Rizzo
20 giugno 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2025, 08:51

Dopo che la liberalizzazione aveva già fatto lievitare i prezzi l’ultima manovra ha scaricato sui consumatori l’allungamento delle concessioni alle utility. Così si spiega il salasso delle tariffe luce e gas 

Alla domanda se si poteva fare qualcosa per evitare il salasso delle bollette c’è una solo risposta: sì. E dopo aver letto la relazione dell’Arera, l’autorità per l’energia e l’acqua che ha il potere regolatorio su tutta la materia, il giudizio è ancora più netto.

Scopriamo adesso da una fonte indipendente (in teoria) che la colpa non è della guerra in Ucraina o delle tensioni sullo scacchiere mediorientale. La colpa è delle imposte e dei veri oneri, alcuni dei quali assolutamente impropri, che gravano sulle tariffe. Senza tutta quella roba il costo dell’energia sarebbe addirittura diminuito, anche perché imposte e oneri sono arrivati a gravare sul conto finale per il 44%.

Scopriamo per esempio che nell’ultima legge finanziaria il governo di Giorgia Meloni ha infilato un decreto che stabilisce nuovi oneri per «la rimodulazione» della durata delle concessioni a carico dei gestori. Logico: se ti allungano la concessione devi pagare, ovvio. C’è solo un problemino. «La norma prevede che l’onere di rimodulazione venga trasferito in bolletta e che sia soggetto alla remunerazione propria degli investimenti infrastrutturali, con ulteriore aggravio per i consumatori». Questo c’è scritto a pagina 18 della relazione di Stefano Besseghini, presidente dell’Arera.

Aumento dei prezzi: il ruolo della liberalizzazione

Cioè il governo introduce un prelievo a carico dei gestori del servizio di energia elettrica per l’allungamento della concessione ma stabilisce che venga scaricato sui consumatori. Dimostrazione cristallina di come un esecutivo «ha dimostrato di saper intervenire in modo celere ed efficace a protezione di famiglie e imprese contro il caro bollette» (il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia dixit). Con un nuova gabella sulle spalle dei contribuenti.

Ma nella relazione dell’Arera c’è anche un’altra sconcertante notizia, che del resto questo giornale aveva già ripetutamente segnalato fin dalla vigilia della data fatidica del passaggio obbligatorio di milioni di utenti dal mercato tutelato al mercato libero. E cioè che la liberalizzazione, per com’è stata concepita ma anche e soprattutto per com’è stata attuata, ha fatto salire i prezzi.

Lo dice chiaro e tondo ancora Besseghini, quando sottolinea (a pagina 20) «l’importante differenza che ancora oggi si riscontra tra i prezzi del mercato libero e la sottostante struttura di costi che penalizza le fasce più deboli». Per non parlare dell’altro devastante effetto, al quale non si è ancora posto rimedio, del martellamento telefonico cui siamo sottoposti senza soluzione di continuità da parte di centinaia di gestori con offerte talvolta camuffate o addirittura truffaldine.

Il futuro dei poteri delle autorità indipendenti

L’impressione che se ne ricava è di un sistema andato completamente in tilt, del quale per giunta non ci si può minimamente fidare. Dai messaggi politici ingannevoli (abbiamo fatto l’interesse dei consumatori, ma poi le tasse e gli oneri crescono facendo diventare le bollette sempre più salate) si arriva senza colpo ferire all’incapacità di governare un meccanismo assolutamente paradossale.

Il risultato è che per la prima volta nella storia recente ci troviamo di fronte all’unica liberalizzazione che, anziché calmierare le bollette, le fa crescere con il fattivo contributo di oneri a imposte. E perfino di tasse sulle tasse, visto che l’Iva dovuta dagli utenti si applica anche sulle accise e sugli oneri di sistema, come gli sconti assurdi ancora concessi alle ferrovie.

E qui si impone una profonda riflessione a proposito dell’Arera e delle sue funzioni. Il mandato dell’attuale commissione sta per scadere e la franchezza che si riscontra in certi passaggi della relazione ne è forse lo specchio. In passato si è molto discusso dei poteri delle autorità indipendenti che dovrebbero tutelare innanzitutto i consumatori, soprattutto quando queste autorità hanno a che fare con soggetti la cui forza economica è tale da rendere irrilevanti anche sanzioni economiche apparentemente pesanti ma in realtà innocue. Di fatto questi poteri non sono mai stati incrementati in modo rilevante, il che non ha certamente rafforzato le authority.

È la conseguenza della debolezza della politica e dei governi proprio nei confronti di quei soggetti. Basterebbe ricordare che per mettere bocca sulle concessioni autostradali che per decenni hanno fatto il bello e cattivo tempo c’è voluto il crollo del viadotto Morandi a Genova, con 43 morti.

Indipendenza, un concetto che esiste ancora?

Il fatto è che la stagione della autorità indipendenti sembra appartenere ormai al giurassico della politica italiana. Da una ventina d’anni a questa parte nessun governo ha nascosto una certa insofferenza nei confronti di questi organismi.

La voglia di ridurli a semplici emanazioni dei partiti al potere, con spartizioni di poltrone tali da far invidia alle società pubbliche, è diventata purtroppo la regola. E il concetto di indipendenza è andato via via sfumando insieme con l’autorevolezza necessaria per assolvere certi compiti. Su questo pronte, peraltro, le cose non sembrano affatto destinate a migliorare.

Il retroterra ideologico statalista e dirigista di cui sono imbevuti l’attuale esecutivo e i principali partiti che lo sostengono non lasciano immaginare che il raggio d’azione delle authority possa crescere. Alcune nomine assai ravvicinate, proprio come quelle dei vertici dell’Arera, diranno se è vero. (riproduzione riservata)



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