C’è un governo che ottiene un rapporto stretto con il presidente degli Stati Uniti auspicando una liberista riduzione dei dazi e un governo che cerca di darsi una linea in finanza di stampo nazionalista. Non è detto che queste due posture abbiano gli esiti che ci si augura a Palazzo Chigi, ma vanno analizzate con attenzione perché determineranno il futuro del nostro Paese.
Partiamo dalla battaglia nel salotto buono finanziario. Ha fatto rumore la decisione dell'esecutivo di Giorgia Meloni di imporre col Golden Power a Unicredit pesanti condizioni per acquistare Banco Bpm. In pratica, si tratta di misure che cozzano con le regole antitrust, perché invece di segnalare eventuali sovrapposizioni di sportelli tra i due istituti oggetto dell'ops di piazza Gae Aulenti, ne vietano la chiusura, ordinando anche una rapida uscita dalla Russia.
Sul punto, dopo la decisione del Consiglio dei ministri, si è opposta Forza Italia perché il suo leader e vicepremier Antonio Tajani ritiene che non venga rispettato a dovere il mercato. Abbandonerete l'offerta su Bpm, ho dunque chiesto al ceo di Unicredit Andrea Orcel, che vuole portare avanti tutti e tre le operazioni che ha messo in campo, considerando Commerz e l quota Generali, le altre due? «Buona Pasqua Roberto», ha tagliato corto Orcel, che di Generali ha una quota prossima al 6,5%, come ha rivelato Milano Finanza, e dunque in grado di determinare la vittoria di Mediobanca o dell'asse Delfin Caltagirone, persino con la semplice adesione, che potrebbe andare a favore della lista di Alberto Nagel e Philippe Donnet per il gioco delle presenze in assemblea. Anche quest'ultimo, rivelano fonti dell'esecutivo, sta attendendo il responso ufficiale del governo sul Golden Power per l’operazione Generali-Natixis e che esso potrebbe contenere misure correttive.
Si vedrà come andrà a finire e come volgeranno i vari equilibri nell'assemblea del Leone di Trieste prevista per il 24 aprile. Probabilmente quella partita sarà la prima di una serie di finali da Champions League che si concluderanno con l'esito dell'ops del Monte dei Paschi su piazzetta Cuccia, offerta di scambio che potrebbe sovvertire anche il responso dell'assise triestina. Di certo il governo, attraverso il suo potere di veto che supera anche il diritto europeo, ha scelto una postura dirigista in finanza mettendo al primo punto della sua azione la difesa dell'interesse nazionale.
Se tra qualche mese l'assetto finanziario del Paese potrebbe perciò essere cambiato, anche quello della nostra politica commerciale rischia di mutare brutalmente se i dazi decisi da Donald Trump e ora sospesi verranno invece confermati. Va dunque analizzata l'azione di governo in politica estera, che si ispira invece ad un più moderno liberismo, fondamentale per salvare il nostro export che si colloca al quarto posto nel mondo. La preoccupazione è altissima, ne sono personalmente testimone.
Mi scrive un importante imprenditore di una notissima famiglia italiana. «Roberto, ti ho seguito sul Tg2Post. Assolutamente lucido. Complimenti. Io sconvolto da quello che viene dagli Usa. Impensabile un tempo nemmeno immaginare una banda di squinternati come quelli. Un abbraccio e Buona Pasqua». Non è da solo, purtroppo.
Durante la premiazione del Premio Leonardo, riconoscimento a chi vince sui mercati globali tenendo in alto la bandiera italiana, ho visto molte facce tese, stretto mani fredde, ascoltato sussurri preoccupati. L'Italia è una potenza economica grazie al proprio surplus commerciale, ma se i dazi di Trump non verranno eliminati rischiamo l'osso del collo, nonostante gli studi di Banca d'Italia raccontino di un sistema industriale che esporta negli Stati Uniti molto resiliente, perché sarebbe impermeabile all'aumento dei prezzi, in quanto vendiamo anche una certa dose di Italian style cui nessuno vuole o può rinunciare, che si tratti di una Ferrari o del Brunello di Montalcino. Diverso però il discorso per la meccanica di precisione, che sta già subendo scossoni dalla concorrenza.
Per questo il successo politico della visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca, uscita indenne e rinfrancata dal ring dello Studio Ovale, e definita da Trump come «alleata eccezionale dell'America nel mondo», deve tramutarsi rapidamente in un successo commerciale.
Per questo l'Unione Europea deve affidarsi proprio alla premier italiana per negoziare la riduzione dei dazi sulle merci. E ciò non solo perché Meloni è palesemente tenuta in simpatica considerazione dal presidente statunitense, in quanto della sua stessa fede politica, ma perché il Paese che guida coniuga alla perfezione la forza dell'industria pesante tedesca e del nazionalismo francese con un sistema di imprese flessibile e innovativo. Potremmo dire che siamo nelle mani dei tanti nipoti di Leonardo da Vinci ma che necessitano di una guida.
L'Europa lascerà da parte valutazioni politiche e sceglierà la strada di una negoziazione, già avviata, con l'Italia al centro del Comitato europeo del commercio estero? Ovvero resterà irretita dalle pulsioni personali dei Paesi membri, probabilmente anche invidiosi, come il centrosinistra italiano, della riuscita del viaggio americano del presidente del Consiglio? Non si riesce a capire ma c'è, purtroppo, tanto scetticismo in giro per l'Italia sulla capacità negoziale di Ursula von der Leyen.
A questo proposito mi scrive un altro grande manager di un colosso delle partecipazioni statali. «Nel tuo intervento al Tg2 hai chiuso dicendo facciamoci rispettare noi europei…. Ma il rispetto è in funzione di quello che si fa o non si fa e l’Ue ha fatto di tutto e di più per perdere il rispetto all’interno di casa sua e anche al di fuori, è una ex forza economico industriale e manca assolutamente di coesione politica, ma soprattutto di veri statisti che riescano a guidare e non essere guidati da minoranze e da facili populismi».
Questi messaggi, che ovviamente tengo nell'anonimato, descrivono un Paese spaventato anche se combattivo, ma convinto che dovremo fare da soli. Non è chiaro ancora come. Comprando gas americano più caro di quello già costoso che acquistiamo dopo la fine degli approvvigionamenti russi? Facendo investimenti, come ha promesso Meloni, di 10 miliardi negli Usa? Aumentando le spese militari, ma senza indebitarci troppo, perché il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha giustamente paura di buttare alle ortiche la promozione di Standard and Poor's aumentando il debito pubblico?
È un sentiero stretto quello che il governo e il paese hanno davanti, ci sentiremmo meno soli se l'Europa battesse un colpo, in un contesto in cui mentre l'amico americano si è allontanato, l'ex avversario tedesco ha costruito sul riarmo una sua personale uscita di sicurezza dalla crisi. In assenza di scelte europee, forti, concrete e condivisibili, non c'è che affidarsi allo stellone italico e alla capacità della premier, consapevoli che potrebbe non bastare.
Tutti vogliono quello che ho solo io, ha detto Trump. In molti hanno pensato al gas, alle armi, al dollaro. Si tratta della forza, che giusta o sbagliata che sia, gli deriva da un’impalcatura costituzionale che mette nelle mani del presidente ogni potere. Oggi quella forza genera incertezza ed è il fuoco amico dell'alleato americano a fare più paura di tutto il resto, compreso il dirigismo nei salotti della finanza privata. (riproduzione riservata)