Almeno due dipendenti di Leonardo su 10 sono ora anche azionisti del gruppo. La percentuale cresce in Gran Bretagna, dove il tasso di adesione al primo piano di azionariato diffuso voluto dall’ad Roberto Cingolani è stato del 35%. In media, allargando alle altre geografie come Polonia e Stati Uniti, a sottoscrivere i titoli di Leonardo sono stati in circa 11 mila, il 22% della forza lavoro. «L’obiettivo era di arrivare al 15%, quindi siamo andati oltre le previsioni», spiega Antonio Liotti, chief People and Organisation Officer del gruppo, a MF-Milano Finanza. «Bisogna considerare che siamo partiti in una prima fase di forte rivalutazione del titolo, la nostra preoccupazione era che qualcuno potesse pensare che gran parte dell’upside fosse già stato realizzato perché le quotazioni erano oltre i 45 euro. Per questo abbiamo impostato la campagna interna all’insegna del “abbiamo fatto grandi risultati, ma c’è ancora spazio per crescere” e abbiamo chiamato il piano Wibe: We believe in Leonardo».
«Il titolo è arrivato anche a 60 euro e ora, al netto di qualche fisiologica frenata, per le banche d’affari può spingersi a 73. Il mercato condivide la convinzione che Leonardo possa prosperare anche in uno scenario geopolitico diverso, non legato soltanto al proliferare dei conflitti ma al tema più ampio della sicurezza globale e al percorso tecnologico intrapreso dal gruppo. Questo il mercato lo sta riconoscendo».
Oltre al richiamo della borsa e dell’impennata dei target price, il gruppo ha fatto leva anche su altri fattori per promuovere il piano: la distribuzione gratuita di un’azione ogni tre acquistate, il bonus di quattro azioni a sottoscrizione nel limite dei 1.800 euro, e la flessibilità delle modalità di pagamento, dalla rateizzazione in busta paga alla possibilità di convertire il premio di risultato in azioni e non solo in welfare aziendale.
Lo scarso utilizzo in Italia, ancora oggi, dell’azionariato diffuso (con poche eccezioni, come Eni), si è riflessa in un’adesione del 18%, quasi la metà rispetto a quella dei dipendenti britannici. «Nel perimetro italiano abbiamo una maggiore componente manifatturiera e una minore familiarità con l’investimento azionario», commenta Liotti.
«Con le prossime tranche del piano, quest’anno e nel 2027, contiamo di coinvolgere un maggior numero di operai. Anche questo fa parte di un percorso di crescita che stiamo accompagnando con la digitalizzazione». Più alta, invece, l’adesione fra gli under 40. «Sicuramente ha aiutato anche il fatto di avere tanti giovani tra il personale, grazie al forte piano di assunzioni che ha portato a 20 mila ingressi in tre anni».
Il piano prevede un lock-up triennale, necessario anche per beneficiare delle agevolazioni fiscali. L’obbligo ad aspettare il 2028, e addirittura il 2030 per chi aderirà all’ultima tranche, senza poter approfittare delle finestre di mercato più favorevoli è un altro aspetto che è stato considerato nell’organizzazione di Wibe. «È comprensibile che chi ha comprato a 45 euro e oggi vede il titolo più in alto possa essere tentato di vendere. Ma a noi interessa stimolare una partecipazione stabile. Per rassicurare i dipendenti-azionisti abbiamo ideato un simulatore che calcola come cambiano gli scenari al variare del prezzo. Questo strumento dimostra che l’investimento resterebbe vantaggioso anche in caso il titolo scendesse a 40 euro. Grazie alla distribuzione gratuita delle azioni, il margine di guadagno si mantiene, perché il pacchetto in mano ai dipendenti è in grado di assorbire un calo fino al 29% in borsa». (riproduzione riservata)