Quando, lunedì scorso a Tokyo, l’amministratore delegato di SoftBank Masayoshi Son ha detto di aver «pianto» vendendo l’intera partecipazione della sua società in Nvidia - operazione da circa 5,83 miliardi di dollari - la sua ammissione ha smascherato un lato raro della spietata razionalità finanziaria. La vendita, ha spiegato Son al forum FII Priority Asia, non è stata motivata da sfiducia nei confronti di Nvidia, né da timori per una possibile bolla dell’intelligenza artificiale. Al contrario: «Non volevo vendere neanche una azione. Avevo solo bisogno di soldi per investire in OpenAI e in altri nostri progetti», ha detto.
Dietro l’addio al produttore di chip più grande del mondo dell’AI c’è una scelta: trasformare profitti su carta in liquidità concreta per finanziare quello che, a suo avviso, rappresenta il livello successivo del valore tecnologico: infrastrutture, piattaforme e servizi intelligenti. SoftBank ha già promesso decine di miliardi di dollari per rafforzare la sua scommessa su OpenAI, data-center, robotica e altri tasselli del nuovo ecosistema.
Ma la mossa non è priva di ombre. Vendere oggi Nvidia - che solo da poco ha toccato valori stratosferici - significa rinunciare a un asso sicuro. Per molti analisti, l’effetto Son rischia di essere visto come un campanello d’allarme: se anche un gigante come SoftBank rende monetaria la sua esposizione nei chip AI, forse la corsa all’AI come asset speculativo comincia ad avere il fiato corto.
Con la sua confessione pubblica, Son però non cerca pietà: prova a trasformare quella che per altri sarebbe una perdita in una scommessa radicale. Il punto è: gli investitori credono ancora? Oppure, viste le cifre colossali, cominciano a dubitare? Gli occhi del mercato restano puntati su come quei capitali verranno impiegati: se serviranno a costruire l’infrastruttura dell’AI di domani, oppure a generare nuove bolle da cui guardarsi. (riproduzione riservata)